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·14 febbraio 2026

Perché il mercato a saldo zero del Napoli svela nel modo più chiaro possibile il non detto della Lega Serie A

Immagine dell'articolo:Perché il mercato a saldo zero del Napoli svela nel modo più chiaro possibile il non detto della Lega Serie A

Comunque la si pensi sulla questione del mercato a costo zero del Napoli nella sessione invernale appena terminata, una cosa è certa: la vicenda ha mostrato nella maniera più adamantina possibile anche ai non addetti ai lavori come la Lega Serie A, formata nei suoi organi decisionali dai presidenti delle 20 società che giocano nella massima categoria, non sia un comitato di saggi che opera nel bene del calcio italiano, quanto piuttosto un consesso nel quale ogni parte in causa (ovvero ogni club) bada al suo particolare e tira acqua al suo mulino.

Insomma la Lega più che assomigliare a un’assise in cui si cerca di disegnare le linee guida per il bene del movimento, appare come una sorta di parlamento in cui a ogni partito politico importa essenzialmente il suo, con la differenza che se alle Camere le fazioni sono un numero abbastanza limitato e legate da coalizioni più o meno riconoscibili, in via Rosellini a Milano, sede di Lega Serie A, l’equilibrio è ancora più instabile visto che vi sono 20 attori diversi che mutano e cambiano alleanze a seconda delle convenienze sulla singola questione.


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La cosa, si accennava, è abbastanza nota agli addetti ai lavori visto che spesse volte in Lega Serie A vengono prese decisioni che ufficialmente sono all’unanimità. Poi, però, incontrando i manager delle società nei caffè nelle vicinanze di via Rosellini o soltanto contattandoli via telefono si viene a conoscenza di come questa o quella società non fosse d’accordo con la decisione. Ma che poi, vistosi comunque sconfitta, ha ufficialmente aderito a questa o quella mozione per mostrare all’esterno una sorta di compattezza che fa bene all’immagine del calcio italiano.

La norma sul costo del lavoro allargato e il blocco per il Napoli

Per capire bene perché la questione del mercato del Napoli a costo zero sia paradigmatica bisogna entrare nei dettagli della questione.

A fine dicembre, infatti, il club di Aurelio De Laurentiis aveva capito che sarebbe andato incontro a un mercato di gennaio a costo zero. Questo perché non rispettava la norma della FIGC legata al costo del lavoro allargato, che mette a confronto il costo complessivo del lavoro sportivo (ovverosia stipendi, ammortamenti e costi per gli agenti) con i ricavi della società, chiedendo un valore pari al massimo allo 0,8 (ovverosia i costi dovevano essere al massimo pari all’80% dei ricavi). E invece la situazione del club partenopeo non era sufficiente visto che, complice il costoso mercato estivo, la società superava questo valore.

A questo punto per il blocco De Laurentiis aveva inoltrato una richiesta di modifica della norma al Consiglio FIGC, passando da una accesa assemblea della Lega Serie A, mettendo in risalto tra le altre cose l’efficienza del bilancio e la salute economico-patrimoniale del club azzurro e come risultasse paradossale che proprio una società così solida venisse punita. In estrema sintesi il ragionamento della società è stato: ma come, abbiamo una liquidità disponibile di 174 milioni, la più alta dell’intera Serie A, e non possiamo spendere i nostri soldi come vogliamo a causa di un vincolo burocratico-giuridico immesso nel sistema non certo per prevenire i nostri problemi di bilancio?

E nei fatti è apparso quantomeno strano che proprio la società che dispone di gran lunga del miglior dato legato ai debiti finanziari netti, il club che numeri alla mano consente alla Serie A di migliorare il quadro economico generale (come mostrato in questo spazio editoriale la scorsa settimana) fosse messa dietro alla lavagna e costretta ad operare a saldo zeri sul mercato per una norma burocratica. E non a caso la questione è stata sollevata nel dibattuto pubblico anche dall’allenatore Antonio Conte, il quale d’altronde è sempre abile nel rivendicare le storture del sistema quando sono a suo danno, mentre è molto meno bravo nel riconoscerle quando sono a suo vantaggio, come nel caso del suo cambiamento di opinione sulla vicenda dei calendari intasati tra questa stagione e quella passata. Ma tant’è.

Tornando alla nostra storia e alla richiesta del Napoli, la deroga necessitava dell’unanimità da parte dei club per essere approvata ma la mozione, posta il 19 gennaio in Lega Serie A, non è passata in lega per l’opposizione del Milan, che ha votato contro, quella di Inter, Juventus e Roma, che si sono astenute nei fatti facendo mancare i requisiti necessari.

Nel particolare queste quattro società hanno motivato il loro niet appellandosi sostanzialmente al tema che non si cambiano le regole in corsa, cioè nel bel mezzo della stagione.

E siccome a questa testata non piace essere pilatesca diciamo senza pretese di essere esaustivi e di avere certezze nette che:

  • Per prima cosa che qualsiasi decisione si fosse presa sul tema non sarebbe stata quella giusta ma quella sbagliata
  • E in seconda istanza che anche per noi alla fine la decisione di non concedere la deroga al Napoli, per quanto discutibile e sul filo del rasoio, sia appunto stata quella meno sbagliata.

Questo perché, se è evidente che se una norma finisce per punire una dei soggetti più efficienti evidentemente è una norma quantomeno perfettibile, è altrettanto vero che qualora si fossero cambiate le regole in corsa introducendo questa deroga, al di là di questo caso specifico che suona effettivamente paradossale, si sarebbe potuti andare incontro al pericolo di creare un precedente che avrebbe potuto avere una deriva difficile da frenare. Nel senso della potenziale creazione di una sorta di “mercato delle vacche” in campo normativo di cui sicuramente il calcio italiano ha poco bisogno.

E d’altronde quando si sono cambiate le regole in corsa su qualcosa non è che le cose siano andate benissimo. Sull’asse Torino-Roma sono ancora vive per esempio le polemiche per la modifica a stagione in corsa nell’annata 2000/01 della norma sugli extracomunitari. Fatto sta che in virtù di quel cambiamento, il giapponese Hidetoshi Nakata poté scendere in campo nello scontro diretto Juventus-Roma all’allora Delle Alpi, in una gara in cui fu decisivo con la rete del momentaneo 2-1 e poi un tiro da cui nacque il definitivo 2-2 siglato da Montella. Una partita poi rivelatasi decisiva per la conquista del terzo storico scudetto da parte dei giallorossi, che chiusero il campionato a +2 sui bianconeri in classifica.

Come si diceva, questa è la nostra opinione e non ha pretesa di essere esaustiva, convinti soprattutto che qualsiasi decisione si fosse presa sul tema non sarebbe stata quella giusta quanto piuttosto la meno sbagliata.

Cosa c’è dietro il no delle altre big

Il punto invece che qui importa sottolineare è che non è casuale se le quattro squadre che hanno impedito la deroga al Napoli sono Inter, Juventus, Milan e Roma, sono le quattro società in lotta contro i partenopei per ottenere un posto nella prossima Champions League, la manifestazione che da sola è in grado di spingere sensibilmente in alto i ricavi dei grandi club.

E pertanto, per quanto nessuna di queste società lo ammetterà mai, il sospetto è che il ragionamento di questi club non sia stato tanto legato alla pericolosità potenziale di introdurre nuove regole in corso d’opera quanto piuttosto di non agevolare la corsa di un concorrente.

In estrema sintesi: la norma sarà pure discutibile, però è anche stata votata a suo tempo anche dal Napoli e quindi che necessità c’è di fare un piacere a una società che potrebbe andare al posto mio in Champions League?

Insomma va bene la signorilità ma alla fine della stagione contano i risultati. E se grazie al mercato il Napoli si fosse rafforzato in maniera significativa? Ci saremmo dati la zappa sui piedi.

Le medio-piccole e il ruolo nella vicenda

Attenzione però a fare passare per “egoiste” solo queste quattro società: perché non esistono agnelli in un mondo di lupi. Anche le altre 15 società si sono mosse più per loro interessi che non per signorilità nei confronti del Napoli (forse con le sole eccezioni di Como e Atalanta, che hanno votato a favore nonostante siano in competizione con i partenopei per i posti in Europa)

Il sodalizio azzurro, al di là dell’attuale emergenza infortuni, è un top club e come tale ha una delle rose più numerose del campionato. In questo senso non conviene alle piccole squadre inimicarsi una società che potrebbe avere degli esuberi appetibili da dare in prestito. Anche i club di classifica medio-bassa perché hanno obiettivi diversi dal Napoli e il loro cammino non confligge in alcun modo con quello dei partenopei.

Per fare un esempio di attualità, Antonio Vergara la scorsa estate è rimasto a Napoli per espressa volontà di Antonio Conte che ne aveva intuito le potenzialità. Però poi nel corso della stagione lo stesso allenatore salentino ha utilizzato pochissimo il giovane attaccante e probabilmente avrebbe continuato a usarlo poco anche nel resto della stagione se la rosa non fosse stata colpita dagli infortuni di cui sopra.

In questo quadro è plausibile che un giovane dalle belle speranze come Vergara sarebbe potuto andare in prestito a qualche club medio-piccolo per giocare e farsi le ossa. E ovviamente per queste società un innesto del genere potrebbe rappresentare la differenza a un costo limitato tra la salvezza o la retrocessione oppure un migliore piazzamento in campionato che porta comunque soldi.

Insomma, per quale motivo questi club avrebbero dovuto indispettire il Napoli o una qualsiasi altra grande società che si fosse trovata nella posizione degli azzurri?

Una vicenda paradigmatica per la Serie A

Come si accennava all’inizio, abbiamo voluto sviscerare questa vicenda perché è paradigmatica e spiega bene come funzionano davvero le cose all’interno della stanza dei bottoni della Lega Serie A con coalizioni tra presidenti che si formano e si disfano in maniera molto liquida a seconda degli obiettivi particolari.

Salvo poi compattarsi sempre, però, in questa logica quando la questione importa a tutti, dai club più grandi in lotta per lo scudetto a quelli più piccoli che battagliano per la salvezza. È il caso di quando i presidenti chiedono ai manager di Lega Serie A degli introiti dalla vendita dei diritti televisivi ormai fuori mercato e che ormai i broadcaster non garantiscono più. Oppure di quando la Federazione chiede giorni extra ai club per uno stage della Nazionale prima dei playoff validi per la qualificazione ai Mondiali del prossimo anno. Stage che ovviamente è stato negato.

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