Calcio e Finanza
·28 febbraio 2026
Perché l'intasamento dei calendari è un problema soprattutto italiano. Servirebbe il campionato a 18 squadre, ma la FIGC va in direzione opposta

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All’intertempo degli ottavi di finale di Champions League, vero termometro di competitività tra i vari campionati nazionali, la Serie A si presenta con una posizione pessima: solo una della nostre squadre, l’Atalanta, è ancora presente nelle ultime 16 in lizza, invece le altre (Inter, Juventus e Napoli) sono state eliminate.
Del Napoli, uscito addirittura nella fase a gironi abbiamo parlato in un appuntamento precedente e non ci sembra il caso di dilungarci, le altre due invece si erano qualificate per i play off, adesso sono state invece eliminate evidenziando risultati nelle doppie sfide (il cosiddetto aggregato) anche preoccupanti.
Si tratta evidentemente di una sorta di Caporetto sportiva per il nostro movimento e non a caso bisogna risalire al periodo 2013-15 per avere per due anni di fila una sola italiana tra le ultime 16 della principale competizione continentale. Una debacle che per altro si affianca al record negativo per cui la Nazionale non solo non partecipa al Mondiale dal 2014 ma corre anche il pericolo di non prendere nemmeno parte a quello della prossima estate. I playoff sono in programma a fine marzo, con gli azzurri di Gattuso che sfideranno l’Irlanda del Nord il 26 marzo a Bergamo e poi, in caso di successo, la vincente del match tra Galles e Bosnia.
In questo quadro, mentre appare sempre non troppo presto per avviare una riforma del campionato che preveda la riduzione della Serie A almeno a 18 squadre e consentire alle nostre un calendario meno congestionato e quindi una concentrazione superiore sulle coppe europee, la FIGC, ed è notizia di questi giorni, sembra andare nella direzione opposta: ovvero il mantenimento della massima categoria a 20 squadre con una riduzione delle promozioni e retrocessioni. Va comunque ricordato che in passato – nonostante il supporto da parte della Federcalcio a una potenziale riforma – quando ci fu l’occasione di votare in assemblea per la riduzione a 18 squadre, solamente le big si dichiararono favorevoli.
Una riforma che nei fatti non solo aumenterebbe il pericolo che più squadre di medio-bassa classifica si possano trovare a qualche giornata dal termine senza più nulla da giocarsi, ma per di più non libererebbe spazio alle squadre impegnate nelle coppe. Non comprendendo soprattutto che nel momento attuale del calcio europeo i calendari intasati sono sì un problema di tutti le grandi leghe, ma per i motivi che andremo a spiegare lo sono in misura superiore per il campionato italiano.
Per capirlo iniziamo dai casi specifici partendo dai playoff di Champions League appena terminati e dati i dovuti meriti all’impresa dell’Atalanta va detto che, pur senza trovare scusanti, anche Inter e Juventus possono presentare attenuanti.
I bianconeri in particolare sono andati a un passo da un’impresa che sarebbe stata storica nella gara di ritorno e senza volere entrare nelle polemiche arbitrali va segnalata una cosa di fondo: se è vero che storicamente la Juventus vanta un blasone sicuramente più importante di quello del Galatasaray, bisogna però riconoscere che i top club del calcio turco possono ormai permettersi ingaggi quasi impossibili per le principali società italiane, anche le superbig. Osimhen, che per altro sarebbe titolare nella stragrande maggioranza dei club europei, guadagna 15 milioni netti l’anno, Leroy Sané 9 milioni, e il panchinaro Icardi ne percepisce 6 milioni. Nella Juventus invece il più pagato è Vlahovic con 12 milioni, mentre la stella Kenan Yildiz arriverà a percepire 6 milioni con il nuovo contratto.
L’eliminazione invece che più ha colpito è sicuramente quella dell’Inter da parte dei norvegesi del Bodo Glimt. Non solo perché i nerazzurri sono in testa al campionato con dieci punti di vantaggio sulla seconda e quindi al momento la forza principale del nostro movimento, ma anche perché il livello tecnico degli scandinavi, per quanto buono e all’interno di un collettivo molto organizzato, non è certo quello del Brasile del 1970.
Eppure anche Chivu ha qualche attenuante e non solo perché quella con il Bodo è stata la prima sfida ad eliminazione diretta nella sua carriera da allenatore della prima squadra.
Da inizio anno il tecnico rumeno sa benissimo che l’ambiente nerazzurro è ancora scottato dall’annata scorsa quando la squadra di Inzaghi, pur disputando una stagione memorabile, non portò a casa nessun trofeo. E in questo senso va riconosciuto che in Italia se spesso ci si divide tra giochisti e risultatisti per quanto concerne il modo di giocare, l’opinione pubblica invece è sempre concorde nell’affossare un allenatore qualora, pur in presenza di una buona se non ottima stagione, non vince nulla. L’anno passato dopo la debacle in finale con il PSG in pochi riconobbero a Simone Inzaghi un grande merito: avere eliminato nel percorso colossi quali Bayern Monaco e Barcellona giocando alla pari (cosa impensabile osservando il monte ingaggi di queste squadre) e nel contempo di avere lottato sino all’ultima giornata in campionato perdendo il tricolore di un solo punto, contro una squadra che non avendo disputato le coppe aveva giocato 18 partite in meno dei nerazzurri.
O per essere ancora più chiari all’inizio del secolo a quello che è ora l’allenatore italiano più vincente della storia (almeno per la qualità dei titoli vinti), ovvero Carlo Ancelotti, venne affibbiata l’etichetta di perdente dopo avere perso per pochi punti due scudetti quando allenava la Juventus. E il tecnico emiliano per scrollarsi di dosso quella immagine dovette addirittura vincere la Champions League (la prima di cinque per altro) nel 2002/03 con il Milan, battendo proprio i bianconeri. In Inghilterra invece, per dire della differenza di mentalità, nella stagione 1997/98 il Manchester United non vinse nulla beffato dall’Arsenal che si assicurò il double campionato-FA Cup, ma furono la stragrande maggioranza quelli che riconobbero la comunque grande stagione dei Red Devils di Sir Alex Ferguson. Che si sono rifatti l’anno seguente, tra l’altro, conquistando il treble vincendo Premier League, Champions League ed FA Cup.
Il tecnico dell’Inter conosce molto bene il campionato italiano e queste cose le sa benissimo e non si può biasimare se nel suo primo anno alla guida di un grande club, anche in presenza di giocatori scottati dalla stagione scorsa, sembra avere preferito l’uovo oggi alla ipotetica e difficilissima gallina domani. Per essere chiari alla vigilia di Bodo-Inter e di Milan-Como i nerazzurri avevano solo cinque punti di vantaggio sui rossoneri in campionato, inoltre dopo aver giocato in Norvegia il mercoledì sera sarebbero scesi in campo il sabato pomeriggio in campionato a Lecce. Di qui la scelta di schierare in Champions League una formazione senza quattro titolari, preferendo conservare quella migliore possibile per la trasferta in Puglia tre giorni dopo. Un azzardo pagato caro in Norvegia iniziando la gara di ritorno con un handicap non semplice da superare nonostante l’improvviso e netto miglioramento in campionato (+10 sul Milan) avesse in qualche modo tranquillizzato l’ambiente nerazzurro.
Uscendo dallo specifico però quanto avvenuto all’Inter in coppa e quanto succederà alla Juventus in questo weekend (impegnata domani in una partita cruciale nella corsa Champions in casa della Roma dopo la faticaccia enorme di mercoledì) consente di evidenziare il motivo per il quale se l’intasamento dei calendari è un problema per tutte le leghe europee, lo è ancora di più per le squadre di vertice della Serie A.
Per vederlo si analizzino le cinque principali leghe europee: Premier League, Liga, Serie A, Bundesliga e Ligue 1, tutti campionati nei quali i premi UEFA e gli introiti delle coppe rivestono una importanza cruciale nel determinare le scelte delle società. Dove però emerge la specificità italiana.
In Francia e in Germania le squadre che competono per il titolo sono essenzialmente quelle impegnate nelle coppe (anche perché in Bundesliga e Ligue 1 tendenzialmente vincono sempre Bayern Monaco e Paris Saint-Germain) ed è rarissimo che una candidata anche solo potenziale al titolo nazionale possa essere andata talmente male l’anno prima da non avere impegni internazionali. Insomma le coppe non rappresentano un intoppo alla corsa per il titolo nazionale né tantomeno per la corsa alla qualificazione per la Champions League seguente.
In Spagna la situazione è diversa ma non dissimile: Barcellona, Real e Atletico Madrid a inizio anno sono già pressoché sicure che dopo una maratona di 38 giornate ben difficilmente non si piazzeranno nelle prime quattro posizioni in campionato. Per trovare l’ultima volta che una di queste tre non si qualificò per la Champions League seguente bisogna tornare alla stagione 2011/12 quando i Colchoneros si piazzarono al quinto posto. Ed è anche per questa sicurezza, oltre che per i vari piani di sviluppo immobiliare, che per esempio l’Atletico, nonostante lo scarno palmares europeo, lo scorso novembre è stato valutato 2,5 miliardi nella sua interezza quando il fondo Apollo acquistò il 55% per 1,37 miliardi e invece solo due anni prima il Milan era passato di mano per 1,2 miliardi.
Il discorso cambia invece laddove, come in Inghilterra e in Italia, i campionati sono più equilibrati o quantomeno ci sono più squadre che posti disponibili per quanto concerne sia la lotta al vertice che la qualificazione in Champions League. Qui gli allenatori sono costretti a misurare con il bilancino quante energie spendere tra i vari impegni, quante porle per le ambizioni europee e quante per gli impegni nazionali.
Però c’è una differenza sostanziale: in Inghilterra i diritti televisivi, domestici e internazionali, garantiscono così tanto denaro a tutte le società che i premi UEFA incidono meno sui ricavi di un club di quanto avvenga in Italia. E pertanto anche se un club non gioca le coppe per qualche anno può sempre contare sugli enormi introiti da diritti televisivi della Premier per rimanere competitivo.
In Italia invece la mannaia è molto più cruenta e il campionato diventa necessariamente l’obiettivo principale:
In questo quadro e proprio per rendere questo cappio meno stringente sarebbe opportuno che in Italia si inizi ad agevolare il percorso in Europa dei nostri club. E abbassare il numero di squadre in Serie A almeno a 18, come da tempo avviene in Bundesliga e come dal 2023/24 anche in Ligue 1 francese, avrebbe dei vantaggi enormi (come più volte sottolineato in questo appuntamento). Tra questi, per esempio, i quattro turni in meno da giocare in campionato, l’eventuale eliminazione dei turni infrasettimanali di Serie A, la possibile introduzione di weekend ad hoc da dedicare alla Coppa Italia sullo stile inglese e quindi rivalutando un prodotto oggi ai minimi storici, sino al minor numero di giocatori impegnati nella massima categoria, il che significa una maggiore selezione e quindi un miglioramento del livello tecnico generale.
Invece, incurante di tutto questo, la FIGC sembra andare nella direzione opposta, dato che nell’ultima riunione del tavolo delle riforme il presidente Gabriele Gravina ha annunciato di aver completato il lavoro di riorganizzazione delle NOIF (le Norme Organizzative Interne della FIGC) e ha posto l’accento su alcuni temi specifici che riguardano innanzitutto la sostenibilità economico-finanziaria del sistema. In particolare tra le varie iniziative è stata presentata una bozza di riforma che prevede la riduzione del numero di promozioni e retrocessioni a tutti i livelli allo scopo di raffreddare il sistema e di ottenere una maggiore stabilità auspicando la definitiva eliminazione a tendere di ripescaggi e riammissioni nelle varie categorie.
Allo stesso tempo, se è vero che la Federcalcio ha deciso di muoversi in questa direzione, non va dimenticato che la stessa Serie A bloccò sul nascere una potenziale riforma con riduzione a 18 squadre. Era il 2024 quando in assemblea di Lega il massimo campionato italiano di calcio votò per il mantenimento del format a 20 squadre. Soltanto Inter, Juventus, Milan e Roma votarono a favore della riduzione, mentre gli altri 16 club decisero di rimanere a 20. Un tema affrontato anche di recente dall’AD della Serie A Luigi De Siervo, secondo il quale «nel momento in cui si calasse a 18, si perderebbe circa il 20% di eventi sportivi, oltre a una forma di rappresentatività anche legata a grandi città e grandi territori, andando più rapidamente nella logica della compressione dei valori e degli interessi dei campionati nazionali rispetto a queste grandi competizioni europee».
Tornando all’ultima ipotesi di riforma su retrocessioni e promozioni, ebbene se l’idea può essere in linea di massima condivisibile per le serie inferiori, non appare così per la Serie A visto che significherebbe due cose non certo positive:
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