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·11 settembre 2026
Presidenza FIGC, la decisione sul ricorso di Miele riguardante l’elezione di Giovanni Malagò. Ecco la sentenza della Corte federale d’appello!

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Nuovo ed importante capitolo legale nella vicenda istituzionale che riguarda i vertici del pallone nostrano. La Corte federale d’appello della FIGC, riunita a sezioni unite, ha confermato la piena validità delle procedure elettive pronunciandosi in modo perentorio sul reclamo presentato da Renato Miele. Gli organi superiori della giustizia sportiva hanno infatti respinto l’impugnazione avanzata dall’avvocato ed ex calciatore, confermando integralmente la precedente risoluzione emessa lo scorso 6 agosto dalle aule del Tribunale federale nazionale.
La natura della contestazione sulle consultazioni federali
La complessa vertenza giudiziaria trae le proprie origini dall’azione intrapresa da Miele per ottenere l’annullamento dell’elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della federcalcio, decretata dall’esito dell’assemblea dello scorso 22 giugno. Il ricorso puntava a far cadere l’intero quadro procedurale della consultazione, aggredendo sia gli atti presupposti che le determinazioni connesse e conseguenti. Tra i passaggi messi in discussione figuravano i verbali redatti dalla Commissione Verifica Poteri, i provvedimenti di ammissione dei concorrenti alla carica e il tacito rifiuto opposto alle richieste di accesso alla documentazione inerente al fascicolo di candidatura dello stesso Malagò.
L’ex difensore della Lazio, il cui tentativo di concorrere per la massima carica federale era stato stoppato in origine per la mancanza del sostegno formale da parte di almeno una delle componenti rappresentative, aveva motivato la propria battaglia legale eccependo “la mancanza di tesseramento” nei quadri della federazione del presidente eletto.
Le motivazioni del rigetto e la pronuncia definitiva
Nel valutare l’istanza in prima battuta, il Tribunale federale nazionale aveva bollato il ricorso come inammissibile, giudicando irrilevante ogni valutazione sulla presunta “tardività” dei termini di presentazione. La decisione dei giudici di primo grado poggiava infatti su una pregiudiziale di carattere ostativo, ravvisando un chiaro “difetto di legittimazione del ricorrente, dichiaratamente ‘candidato escluso’, non già ‘candidato ammesso'”. Tale orientamento è stato pienamente condiviso e fatto proprio dalla Corte federale d’appello, le cui sezioni unite hanno chiuso definitivamente la partita giudiziaria, consolidando la governance e blindando la regolarità del mandato di Giovanni Malagò.
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