Pagine Romaniste
·17 giugno 2026
Roma, lo scudetto dei sogni

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Venticinque anni fa oggi la Roma vinceva il suo terzo e per ora ultimo scudetto. Un ricordo per quella rosa, da Totti a Batistuta.
Il Messaggero (A.Angeloni) – Il migliore anno della nostra, e della loro vita comincia con una feroce contestazione e termina in un caldo abbraccio in quel 17 giungo di venticinque anni fa. La retorica ci guida, e sono tanti a pensare che se non ci fosse stata quella scesa di massa a Trigoria dei tifosi dopo l’eliminazione prematura alla “prima” di Coppa Italia a Bergamo contro l’Atalanta, la Roma il suo terzo scudetto non lo avrebbe mica vinto. Quel giorno al Bernardini c’era una vera e propria guerriglia, calciatori spaventati, uno di loro, Gurenko, in lacrime, gli specchietti retrovisori delle lussuose automobili di Cafu e Assunçao, lanciati in aria come sassi, alcuni avevano in macchina pure i bambini. Un bunker: i giocatori chiusi dentro, e i tifosi, inferociti, fuori, in attesa di un colloquio, che poi c’è pure stato.
Ma ci sentiamo di dire, a distanza di un po’ di anni, che quella squadra, forse, lo scudetto lo avrebbe vinto lo stesso, perché Fabio Capello (un anno prima chiese lui di poter allenare la Roma), un generale che a Trigoria decideva tutto, anche dove i suoi dovevano parcheggiare, aveva preteso tre innesti mirati per il salto di qualità: Samuel, Emerson e Batistuta, da inserire in un gruppo che già splendeva con gente come Cafu, Zago, Aldair, Candela, Tommasi, Montella, Delvecchio.
Ci siamo divertiti, quando Trigoria non era un luogo isolato, quando con i calciatori si poteva scambiare un’idea, una battuta, anche un acceso scambio di opinioni. Quando si era parte di un qualcosa e non un nemico da abbattere. E’ stato lo scudetto di Batigol, con la sua mitraglia tirata fuori solo nel derby di ritorno; di Totti, il 10 di una storia che ancora oggi lui riesce a scrivere e raccontare nonostante abbia smesso da quasi un decennio. E’ stato lo scudetto di Zebina, che Capello e il suo vice Galbiati costringevano a palleggiare scalzo, per affinare la tecnica. Il fisico ce l’aveva, non andava certo modificato.
E’ lo scudetto di Tommasi, che quell’anno era baciato dal Signore, di Assunçao, che brontolava anche più di Montella, perché il tecnico bisiaco lo faceva giocare poco, ma entrambi sono stati decisivi nel momento opportuno, vedi i gol di Vincenzo nel girone di ritorno e quelli del brasiliano su punizione, ad esempio contro l’Inter all’Olimpico. E’ anche lo scudetto di Nakata, che Capello, per scaramanzia, aveva fatto entrare per due volte nello stesso minuto, al 60’, sia contro la Juve sia contro l’Atalanta, le due partite che hanno dato l’ultimo strappo alla cavalcata.
È lo scudetto delle gemme di Candela, in gol a Verona, a Brescia e a Bari, il giorno in cui una città intera ha invaso il San Nicola. E’ lo scudetto di Aldair, che ogni inizio estate si presentava davanti al cancello di Trigoria e borbottava un “me ne vado, è l’ultimo anno” ma alla fine è riuscito a entrare pure lui nell’eternità e lo è di Zago, un animale gentile e di Cafu, il trenino dei sorrisi. E’ lo scudetto, come ricordano in tanti, dei ragazzi delle seconde linee, Mangone, Rinaldi, Di Francesco, e poi Balbo, decisivo per l’arrivo di Batistuta, il suo amico del cuore. E’ lo scudetto di Franco Baldini, che viaggiava in giro per la toscana a convincere, oltre ad Abel, pure il fisioterapista di Gabriel: gli aveva promesso la maglia numero 9 e la fascia di capitano. Bati alla fine non ha ottenuto né l’una (Montella si era giustamente impuntato) e né l’altra (la doveva togliere a Totti?) ma l’argentino, costato a Sensi settanta miliardi di lire, ha chiuso con venti gol, uno pure al suo vecchio amore, la Fiorentina.
Il Re Leone ha dato lo strappo iniziale, Montella quello finale. La foto dell’abbraccio tra Capello e Bati dopo la doppietta di Parma oggi è il dipinto di una gioia: quel giorno al Tardini la Roma ha spaccato in due il campionato. E’ lo scudetto di Franco Sensi, l’uomo che ha scelto Capello perché “amico del palazzo” e perché unico in grado di tenere a bada una piazza calda come quella di Roma. Aveva ragione. Don Fabio ha fatto scelte spesso dolorose, si è preso, a Napoli, penultima di campionato, pure una bottigliata addosso da Montella, che solo oggi capisce cosa significhi allenare tanti grandi calciatori. E’ lo scudetto di Delvecchio, che ha corso chilometri e chilometri per tutti, anche per Totti.
Roma-Parma è l’apoteosi finale: all’Olimpico non si vedevano le teste dei tifosi, solo bandiere al vento, che era decisamente al minimo. Era il 17 giugno, tardissimo, visto che il campionato – per beghe tra calciatori e Lega – era cominciato a ottobre. L’invasione pacifica aveva spaventato tutti. «Dilettanti» urlava Capello a chi gli passava davanti durante la partita, che non era ancora finita. Il buon senso dell’arbitro Braschi e dei calciatori del Parma (Buffon e Cannavaro su tutti), hanno fatto sì che la festa fosse solo rimandata di qualche minuto. Il delirio dal fischio in poi. E per lunghi 25 anni. Ricordiamolo volentieri quello scudetto di un altro mondo. Di altri calciatori. Di altri uomini. Eravamo più giovani, non più belli, ma sicuramente più spensierati e magari appassionati.







































