Sacchi compie 80 anni: il compleanno del “Profeta” tra gloria rossonera e timori azzurri | OneFootball

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·28 marzo 2026

Sacchi compie 80 anni: il compleanno del “Profeta” tra gloria rossonera e timori azzurri

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Sacchi, Umberto Zapelloni celebra il visionario di Fusignano alla vigilia dello spareggio mondiale dell’Italia

In un momento di sospensione temporale, Arrigo Sacchi si appresta a tagliare il traguardo degli 80 anni, proprio all’indomani dello spareggio che deciderà il destino dell’Italia di Gattuso. Su Il Foglio, Umberto Zapelloni rende omaggio a un uomo che ha cambiato per sempre il calcio, con la speranza che i festeggiamenti non vengano oscurati dall’incubo di una terza eliminazione consecutiva della Nazionale. Proprio quella maglia azzurra che Sacchi portò a un passo dal tetto del mondo nel 1994, fermato solo dai calci di rigore. Il suo approdo al Milan rappresentò uno spartiacque assoluto e lo stesso tecnico ricordò così l’inizio della rivoluzione: «Prima di firmare il contratto con il Milan dissi a Berlusconi e Galliani: voi o siete dei geni o siete dei pazzi».

Sacchi, l’estetica del dominio e l’eredità del genio

L’obiettivo fissato dalla presidenza era monumentale: rendere il Milan la squadra più forte del mondo. Sacchi ci riuscì imponendo un’estetica del gioco che andava oltre il semplice risultato, puntando a dominare l’avversario e incantare il pubblico. Paragonabile a un Michelangelo della panchina, rispondeva con ironia a chi criticava il suo passato da calciatore non eccelso: «Non ho mai capito perché per allenare bisogna aver giocato. Non ho mai visto un fantino diventare cavallo». Il suo dogma ha influenzato generazioni di allenatori, da Guardiola a Fàbregas, distanziandosi nettamente dal cinismo tradizionale.


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Per il “Profeta”, la filosofia era chiara: «La vittoria è effimera, ciò che resta è l’idea di gioco». Una dedizione totale che lo ha logorato, ma che ha lasciato cimeli inestimabili nel museo rossonero. Oggi, in un’epoca in cui ci si accontenterebbe di una vittoria sofferta per volare ai Mondiali, il ricordo delle sue Coppe dei Campioni resta il simbolo dei “migliori anni della nostra vita sportiva”. Come amava ripetere il tecnico: «Il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti».

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