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·23 aprile 2026
❣️ Schuurs si racconta: “Speravo di non svegliarmi più, ora posso sorridere. Tornerò a giocare a calcio”

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·23 aprile 2026

Perr Schuurs, ex difensore del Torino, si è raccontato a “Consapevolezze” parlando del calvario che ha dovuto affrontare, della depressione e della rinascita. Queste le sue parole, riportate da gianlucadimarzio.com:
«Apro gli occhi. Sopra di me c’è il soffitto. Si vede poco, è tutto buio. Ma è ciò che vedo ormai da settimane. Sono chiuso qui, in questa stanza. La luce è poca, le tapparelle sono abbassate. L’oscurità è la compagna delle mie giornate. Esco solo per allenarmi. Poi appena la porta dietro di me si chiude, tutto finisce. Non voglio uscire di casa. Non so se sono io o è l’ospite che vive con me. Vive in me. È la depressione. È arrivata in silenzio, senza chiedere il permesso. Si è impossessata del mio corpo e della mia mente. Un giorno alla volta. Un velo cupo che ti opprime e che, allo stesso tempo, si insinua in ogni parte di te, prendendone il controllo. E ora sono immobilizzato nei confronti della vita. Voglio stare solo. È come se volessi stare dentro il mio malessere e il mio dolore. La vita degli altri va avanti, la mia è ferma, rinchiusa tra queste mura. È tutto buio. Non riesco a fermare questi pensieri.
Apro gli occhi, mi risveglio. Mi guardo allo specchio. Quel buio fa parte del passato. Ma un po’, sarà parte di me per sempre. Mi ha cambiato. La vita sa essere strana. Stavo giocando una delle mie migliori partite. Lo stavo facendo contro l’Inter, la squadra a cui ero stato vicino l’estate precedente. Venivo da un’importante stagione in A. Stavo vivendo il sogno del piccolo Perr. Ero sicuro, mi sentivo forte. Poi è arrivata quell’azione. Il dolore al ginocchio, le lacrime sul mio volto. Mi ero rotto il crociato. Ma nei mesi successivi mi si è rotto qualcosa dentro. Fuori sorridevo, ma la mia anima si stava distruggendo, frammento dopo frammento. Non ero preparato a ciò che stavo vivendo. Era qualcosa di sconosciuto per me. Per la prima volta scrivo e racconto quello che ho vissuto. Negli scorsi mesi non ero pronto per farlo. Ora sì. Sono un uomo diverso. Non so quanti sarebbero riusciti ad affrontare quel buio. Per mesi mi sono vergognato di ciò che ero. Oggi sono orgoglioso della persona che sono diventato. Venite, sedetevi accanto a me nella mia stanza. Non è più buia. La luce del sole illumina queste pagine. Vi racconto la mia storia. Vi racconto Perr, l’essere umano.
48’ – Diventare un calciatore professionista è sempre stato il mio sogno. Avevo tre anni quando ho fatto il mio primo allenamento. Per un po’ di tempo ho fatto l’attaccante, poi mi sono spostato in difesa. E da difensore il mio obiettivo era crescere nella miglior scuola al mondo: l’Italia. L’impatto con la Serie A era stato positivo, dopo una stagione l’Inter mi voleva. Alla fine sono rimasto al Torino. Volevo raggiungere l’Europa con quella maglia. Dopo nove partite la luce si è spenta, proprio contro i nerazzurri. Ci sono istanti che segnano un prima e un dopo. Per me lo è stato il 48’ di quella partita. Il crociato anteriore del mio ginocchio si è rotto. L’ho capito subito, qualcosa non andava. Ero sotto shock, sono uscito dal campo in lacrime. Avevo paura. Il medico della squadra aveva confermato che il legamento non era come prima. Sono tornato a casa in auto con mio padre e la mia ragazza. Distava 15 minuti. Guardavo fuori dal finestrino e piangevo. Ho pianto. Ho pianto tanto. Anche nei giorni successivi. Ero circondato dall’affetto della mia famiglia e dei miei amici arrivati dall’Olanda, ma non stavo bene. “Nove mesi senza calcio, mamma mia”, mi ripetevo.
Dopo una settimana mi sono operato a Bologna. “L’intervento è andato bene. La lesione ha interessato solo il legamento crociato anteriore, nove mesi e tornerai in forma”. Il tono del chirurgo era rassicurante. Passano pochi giorni e inizio ad avere strane sensazioni. Il dolore al ginocchio non mi abbandonava, non era normale. Ho fatto dei controlli, i risultati erano positivi. Ero fiducioso. Avevo male, ma ero tranquillo. Dagli esami tutto appariva a posto. Dopo quattro settimane avrei dovuto poter camminare senza le stampelle. Io le ho usate per quattro mesi. Non riuscivo a poggiare il piede. Qualcosa non andava. Bologna, Londra, Lione. Ho incontrato gli specialisti più importanti al mondo, sperando di trovare soluzioni. “Troveranno la causa”. La risposta, però, non cambiava: l’operazione era stata eseguita correttamente e il ginocchio non aveva problemi. Ma il dolore era asfissiante e nulla cambiava, era frustrante. E poco è cambiato anche dopo il secondo intervento. Non sapevo più a cosa pensare.
BUIO – I mesi passavano, il dolore non cessava. In me qualcosa iniziava a rompersi. Un pensiero alla volta. E io non me ne stavo rendendo conto. La mia testa non si fermava, continuava a porsi domande. Le notti erano infinite, non dormivo. Ero confuso, sfinito, triste. “La mia carriera è finita? Sarò ancora un calciatore?”. Non riuscivo ad allontanare quella negatività. Piano piano stavo sprofondando in un abisso che mai avrei pensato potesse esistere nella mia vita. Non lo conoscevo, mi spaventava. E all’esterno volevo apparire come il solito Perr, solare e sicuro. Ai “Come stai?”, sorridevo rispondevo che tutto andava bene. Questo, però, non mi ha aiutato. Anzi, non ho fatto altro che respingere un vissuto che avrei dovuto affrontare.
Quando ero solo mi ritrovavo a fare i conti con il mio malessere. Lo vedevo, lo sentivo. Non ne conoscevo i tratti, ne percepivo solo i devastanti effetti. In me la rabbia si univa alla tristezza. Passavo ore a piangere. Prendevo a pugni porte e muri per la frustrazione che viveva nel mio sangue. Andavo al campo, vedevo i miei compagni allenarsi e giocare. Io non potevo. Potevo solo aspettare di essere in auto per tornare a casa e lasciare andare le lacrime. “Perché a me?”.
SPERO DI NON SVEGLIARMI PIÙ – Mi guardavo allo specchio e non mi riconoscevo. Ero sempre stato un ragazzo positivo, estroverso, felice. Quel Perr non esisteva più. Quando ero in compagnia delle persone, ero completamente assente. Non le ascoltavo, non ricordavo quello che mi dicevano. La mia mente era focalizzata solo sul mio ginocchio e sul mio malessere. Non esisteva altro. Ero (rin)chiuso nella mia bolla mentale. Non ridevo, non volevo vedere le persone, non parlavo. Il silenzio era la mia casa. Ma il rumore di quel silenzio non mi lasciava in pace. “Non tornerai più”, “Non sarai più un calciatore”, “Stai facendo soffrire le persone che ti vogliono bene”.
La mia testa era attraversata da pensieri, ansie, spettri. Si tessevano tra loro, trovare un equilibrio era impossibile. Nei mesi a Londra, oltre che per gli allenamenti, sono uscito di casa solo due volte. Eravamo io e il buio della mia stanza. Volevo stare solo. Volevo stare male. E quel Perr mi spaventava. Odiavo quello che ero diventato. E non mi sentivo neanche più un calciatore. Non credevo possibile un mio ritorno. E vedere ciò che i media scrivevano mi feriva. Parlavano di un terzo intervento, di problemi alla cartilagine. Falsità. Loro non sapevano la verità. Non sapevano quello che stavo passando. Come mi feriva leggere i commenti sotto i post sui social. Li passavo, li leggevo. Scorrevo il dito fino a trovare qualche cattiveria che potesse farmi male. “La tua carriera è finita”. Poteva essere uno su 100, ma diventava l’unico che contava davvero. Forse aveva ragione. I momenti peggiori erano la mattina e la sera. La depressione si alza e si addormenta con te, per ricordarti che lei c’è, non se ne va. Ricordo quella notte. Ero svuotato, esausto, senza alcuna motivazione. Nulla aveva senso. Sono andato a dormire con la mia ragazza e le ho detto: “Buonanotte, spero di non svegliarmi più”.
CHIEDERE AIUTO – Non avevo pensato di suicidarmi, la mia vita era piena di amore. Ero solo stanco e avevo bisogno di un supporto. “Perr, hai bisogno di aiuto. C’è altro oltre al calcio”. Roos, la mia ragazza, mi ha convinto a rivolgermi a uno specialista. Prima ho riparlato con il mental coach che avevo conosciuto ai tempi dell’Ajax, poi sono andato da uno psicologo. Ne avevo bisogno. Mi ha cambiato. Ho scoperto parti di me fino a quel momento sconosciute, ho affrontato traumi e fragilità, come la morte di mio nonno, ho imparato ad accettare la mia situazione e a provare gratitudine per quello che nella mia vita.
Perché ho tanto altro. Come Roos e i miei genitori. Lei è stata fondamentale. L’unica persona con cui ho sempre parlato. Il mio rifugio, la mia casa. Il mio posto sicuro a cui poter chiedere aiuto e in cui sentirmi libero di stare male ed esprimere il mio disagio. Se non ci fosse stata lei, oggi avrei smesso di combattere. È amore e speranza. Ha visto i lati più oscuri di me, li ha abbracciati. Nel giugno del 2027 ci sposeremo. La prospettiva più bella. E poi ci sono i miei genitori. Per molto tempo non ho parlato loro della mia depressione. Non volevo farli preoccupare. Ma vedevano che non stavo bene. Come quel giorno a Torino. Eravamo a pranzo in centro. Li guardavo e volevo solo piangere. Ero felice di vederli, ma la mia mente era in uno stato che mai avrei pensato di vivere.
PERR – Negli ultimi mesi la mia vita è tornata a sorridere. Per la terapia e per il mio ginocchio. Dopo molte visite abbiamo capito che il problema non era lui. C’era un problema nel muscolo posteriore della coscia, non funzionava bene e andava a sovraccaricare la parte esterna del ginocchio. Ho iniziato a fare un lavoro mirato a risolvere questa problematica. Giorno per giorno la situazione è migliorata, fino a quella mattina. “È strano, cosa mi succede?”. Non sentivo più dolore. Quel dolore che quotidianamente mi aveva accompagnato, era sparito. Non ricordavo più come fosse la mia vita prima dell’infortunio. Secondo i medici e i fisioterapisti a giugno la mia riabilitazione sarà terminata e potrò tornare a giocare. Ora non ho un contratto e potrò decidere la soluzione che riterrò migliore per la mia ripresa. Anche se in testa so già qual è la mia prima scelta: l’Italia. Voglio solo una squadra che creda in me e mi dia la possibilità di tornare, nient’altro.
E ho dato una risposta a quella domanda che mi si ripeteva in testa. “Perché a me?”. L’ho capito. A me perché se c’è qualcuno che può tornare in campo dopo anni, quello sono e sarò io. E ho compreso che il calcio non è tutto. C’è altro, c’è la vita. Guardate quello che è successo a Diogo Jota. È stata dura. A volte ho pensato di non farcela. Ho conosciuto il buio, ma ora sono qua. E quell’oscurità, quelle lacrime, quel dolore mi hanno portato a guardarmi dentro, affrontare i miei demoni, diventare un uomo più consapevole. Mi hanno permesso di essere una migliore versione di me stesso. Ora lo so, non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto. Lo dico a tutti, fatelo. Guardate me, farlo mi ha salvato. Farlo mi ha permesso di essere qui e lavorare per rincorrere ancora quel pallone. Se chiudo gli occhi, sogno il momento del mio ritorno. L’ho immaginato tante volte, ma nulla sarà come viverlo. Ora lo so, arriverà quel giorno. Lo stadio pieno di tifosi, magari all’Olimpico di Torino. Lì, dove sono diventato grande. Lì, dove le persone sanno chi è Perr Shuurs. Sugli spalti Roos, i miei genitori e i miei amici. Arriverà quel momento. Manca poco. Tornerò a giocare a calcio, sposerò l’amore della mia vita. Posso sorridere, finalmente. Posso farlo senza mentire. Oggi sto bene, bene davvero. Oggi riparto da me, Perr Schuurs. Io sono pronto. E voi?»









































