Sebastiano Rossi: «Baresi mi ha parlato in sogno prima di andare via. Lui era il cuore del Milan e un fraterno amico» | OneFootball

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·3 agosto 2026

Sebastiano Rossi: «Baresi mi ha parlato in sogno prima di andare via. Lui era il cuore del Milan e un fraterno amico»

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Sebastiano Rossi: «Baresi mi ha parlato in sogno prima di andare via. Lui era il cuore del Milan e un fraterno amico». Segui le ultimissime

L’intervista di Sebastiano Rossi alla Gazzetta dello Sport in ricordo dell’ex compagno e capitano nel Milan, Franco Baresi. Insieme hanno portato in alto i colori rossoneri nel Milan degli Invincibili.

COME STAI? – «Male, malissimo. Mi ha chiamato una radio e ho dovuto interrompere perché mi sono messo a piangere. Franco non c’è più, mi sembra impossibile, non faccio altro che pensare a lui. Non c’è più. l’ho sognato. Ho sognato che eravamo in campo e ridevamo. Poi mi ha sorriso e mi ha detto: ‘Ciao Seba, io devo andare’. Mi sono svegliato e mi sono messo a piangere».


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BARESI – «Un mio caro e fraterno amico. Il mio maestro, una persona di cuore, mi è stato vicino, era un idolo, un esempio. Il Capitano, il grande Capitano Franco. Sembrano parole retoriche ma, credimi, è così. Lui era il cuore del Milan. Umile, dolce, attento, trasmetteva serenità. Aveva sempre il sorriso, non l’ho mai visto senza. Sdrammatizzava tutto. A volte non riuscivi a capire, sembrava freddo e distaccato. Invece semplificava le cose difficili».

DIFESA – «Sì, ma non alzava mai la voce. Bastava uno sguardo, un’occhiata. Non ha mai urlato, se non per chiamare e sistemare qualche posizione. Ma non c’era bisogno, avevamo tutti il pilota automatico».

PROTEZIONE – «Va bene dire in una botte di ferro? Beh, di più. Eravamo blindati. Lui era qualcosa di enorme, di superiore. Era un gigante. Adesso che non c’è più, che il tempo è passato, rivedo quei momenti e mi chiedo: ma come faceva a fare quelle cose? Era incredibile, gli ho visto fare certi recuperi che non si vedono nemmeno alla playstation. Franco era nato per il calcio e dentro un campo di calcio. Non si arrabbiava mai. Non abbiamo mai litigato».

SI ARRABBIAVA? – «No. Anzi mi ha insegnato una cosa fondamentale. Io ero un po’ aggressivo con gli attaccanti. E lui mi diceva: ‘Seba, piano, rallenta, a volte fermati’. Aveva ragione: grazie ai suoi suggerimenti sono migliorato e ho fatto parate incredibili».

CONOSCIUTI – «Al Milan. Lui era già grande. L’ho incontrato la prima volta quando giocavo a Cesena. La mia prima partita contro il Milan è finita 0-0. La ricordo bene, era il 1987, eravamo in settembre, la terza giornata. La ricordo perché nel Milan c’era polemica fra Sacchi e Van Basten. Arrigo l’aveva mandato in panchina. Marco è entrato nel secondo tempo e non ha segnato. Nel campionato successivo abbiamo vinto 1-0 con un gol dello svedese Holmqvist. Entrando negli spogliatoi Baresi mi ha detto: ‘bravo’…».

PRIMA INSIEME – «Purtroppo nella notte di Marsiglia, marzo 1991. La storia dei lampioni spenti, le luci, il ritiro della squadra. Era il mio esordio in Coppa dei Campioni. L’ho rimosso: una serataccia, meglio dimenticare. In campionato? Ero il secondo di Andrea Pazzagli e Sacchi mi ha fatto debuttare nel derby. Il massimo. Abbiamo vinto 1-0, gol di Van Basten. Ho giocato le ultime 9 partite e perso solo contro il Bari. Ero molto giù, io non volevo mai perdere. Franco mi disse: ‘Stai tranquillo, ne vincerai tante. Noi siamo il Milan’…“».

INVINCIBILI – «No, nessuno ne parlava. Si andava avanti. Franco aveva la sua parola d’ordine: mai mollare. Soprattutto quando si vince. Giocavamo sempre per vincere, io per non prendere gol, anche a Milanello. Non c’era seduta in cui uno di noi non uscisse con un’ammaccatura o un taglio: funzionava così ed era bellissimo. In allenamento Franco era il primo ad arrivare e andava giù deciso e duro. Io le prendevo, ma ero contento. Mi sono sempre impegnato e divertito, anche quando andavo in panchina».

VICINI IN PULLMAN – «Amicizia. Nei primi posti, dietro l’autista Cipolletta, Capello e il team manager Ramaccioni. Noi dietro. Ore di viaggio, comodi e concentrati per sette-otto anni. Non si parlava. Solo qualche occhiata, avevamo in testa solo la partita e sapevamo cosa fare».

ENTRATA IN CAMPO – «Il capitano in testa, io subito dopo. Non si sa mai. Lui proteggeva me, io lui. In campo e davanti alla porta. Nessuno doveva toccare il mio capitano. Avrebbero fatto i conti con me. Sai, io ero un po’ fumantino. C’è da dire che Franco non l’ho mai visto scontrarsi. Né con i compagni, né con gli avversari. Al massino discuteva perché si lamentavano per il suo braccio alzato. Lui sorrideva: ‘e cosa faccio? Non posso tagliarmelo».

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