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·29 settembre 2026
Totti si racconta: “Volevo giocare con Ronaldo! La 10 a Dybala, i 50 anni e sarei andato al Milan se…”

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Francesco Totti compie 50 anni e si racconta: “I momenti indimenticabili, il rimpianto Ronaldo e l’amore giovanile per il Milan”.
In occasione del suo cinquantesimo compleanno, Francesco Totti si è raccontato in un’ampia intervista concessa a Il Corriere dello Sport. La storica bandiera della Roma ha ripercorso le tappe più significative di una carriera leggendaria, dagli esordi fino al doloroso addio al calcio, soffermandosi sul rapporto con la famiglia, le grandi vittorie della sua storia in giallorosso e in azzurro e alcuni retroscena di mercato del passato.
L’esordio da sogno, la paura del vuoto e il gol più bello
L’ex capitano romanista ha rievocato l’emozione del primo passo in Serie A nel marzo 1993 e la difficile transizione vissuta al momento del ritiro definitivo dal calcio giocato:
“Il momento calcistico più bello è stato proprio il 28 marzo di trentatré anni fa. Perché l’esordio è quello che tutti i ragazzi, tutti i bambini hanno come sogno ricorrente, no? Fortunatamente sono riuscito a realizzarlo e a dargli un seguito. Il momento più brutto? Tolti gli infortuni che fanno parte del percorso, è stato il giorno in cui ho smesso. Quando ho chiuso per sempre. Se c’è un inizio c’è anche una fine. Il fatto è che noi giocatori abbiamo un modo di pensare e vivere diverso da quello delle persone normali. La nostra giornata è fatta di abitudini. Facciamo sempre le stesse cose, la vita ha sempre gli stessi tempi, le stesse pause, questa cosa ci rassicura. Ho avuto paura, sì, anche perché quando volti pagina non sai ancora cosa troverai. E quando sei abituato a determinate cose e capisci che non potrai più ripeterle fai i conti con il vuoto. E lo devi riempire con tanto altro. Il gol più bello? Per me uno dei più belli, tolti quelli di Genova, Milano e del derby, resta un gol che ho segnato all’Udinese all’Olimpico. Quel giorno feci una doppietta… Batistuta fa un mezzo cucchiaio, uno scavino, io di testa controllo il pallone e, spalle alla porta, dove c’era De Sanctis, calcio di controbalzo all’incrocio sul secondo palo.”
Il rapporto con il padre Enzo e la leadership in campo
Totti si è espresso sul profondo legame con il padre e sulla sua personale interpretazione del ruolo di leader all’interno dello spogliatoio:
“Quando hai un padre che ti insegna i valori e l’educazione è già tanto, è tutto. Diciamo che il mio è stato un padre particolare sotto tanti punti di vista. In trenta, trentacinque anni mai un complimento. Sognavo che mi dicesse “ammazza, oggi sei stato veramente bravino”… Ma se segnavo due gol diceva che ero una pippa perché avrei dovuto farne tre. Ogni tanto mi lamentavo con mia madre, ma lei mi diceva che lo faceva apposta perché era stracontento di me. Con i miei figli faccio lo stesso. Sono del parere che quello che conta sia il campo. Fuori sono tutti bravi a parlare o, prima della partita, a incitare il gruppo. Ma io devo andare a giocare a pallone, ho una partita di novanta minuti, entro in campo e mi voglio divertire. Devi saperlo tu cosa fare. Se sei un calciatore professionista non hai bisogno dei miei suggerimenti, di una spinta.”
Il Mondiale 2006, il talento unico e i desideri mai realizzati
L’ex numero dieci ha poi ricordato il trionfo iridato con l’Italia, esprimendo il grande rimpianto di non aver giocato con Ronaldo il Fenomeno e rivelando quale squadra lo affascinava da ragazzo:
“Se avessi vinto solo uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe e una Scarpa d’oro sarei rimasto confinato dentro il raccordo anulare. E invece no, anche perché vincere un Mondiale non è da tutti. L’ho vinto, l’abbiamo vinto, però in quel Mondiale ero, tra virgolette, menomato. Al 40, 50 per cento. Avrei voluto giocare con Ronaldo il fenomeno. Sai che divertimento insieme. Con me dietro avrebbe fatto 4, 500 gol. A occhi chiusi. Anticipare la giocata? Il più delle volte ci azzeccavo. Però erano bravi pure quelli che giocavano con me perché capivano cosa avevo pensato un secondo prima, come Delvecchio, Perrotta, Cassano. Questa cosa è il talento naturale. Le cose che facevo io non le ho mai viste fare da altri. Se avessi dovuto lasciare la Roma? Sarei andato al Milan, anche perché da piccolo mi ero innamorato. Erano gli anni di Sacchi e dei tre olandesi, vincevano ovunque, da italiano ero rimasto folgorato. Era una squadra bella da vedere.”
La gestione della maglia numero 10
In chiusura, Totti si è pronunciato sulla questione legata all’eredità della maglia numero 10 della Roma e all’eventualità di vederla sulle spalle di Paulo Dybala:
“Non si dà una 10 solo perché fai bene cinque, sei, sette partite. Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non esistono i 10 di passaggio. Alla fine la decisione di dare o meno la 10 a Dybala o a un altro spetta alla società.”







































