Vanheusden racconta: «La cosa più facile è aver deciso di smettere di giocare a calcio. Inter? Non è vero che…» | OneFootball

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·26 marzo 2026

Vanheusden racconta: «La cosa più facile è aver deciso di smettere di giocare a calcio. Inter? Non è vero che…»

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Vanheusden, ex difensore dell’Inter, ospite del podcast di Paul-José Mpoku, ha ripercorso la scelta di dire addio al calcio e gli anni in nerazzurro

Ospite del podcast Up & Down di Paul-José Mpoku, Zinho Vanheusden, ex difensore centrale cresciuto anche nel settore giovanile dell’Inter, ha raccontato con grande lucidità e sincerità la decisione di ritirarsi dal calcio giocato dopo l’ennesimo infortunio al ginocchio. Una scelta difficile ma inevitabile, che ha segnato profondamente la sua vita personale e professionale.

RITIRO DAL CALCIO«La cosa più facile è aver deciso di smettere di giocare a calcio. Questo mi ha un po’ salvato mentalmente. Il calcio è l’amore della mia vita, è tutto per me. Ma questa scelta mi ha permesso di respirare di nuovo. Non devo più combattere. Ogni giorno ti alzi, combatti contro qualcosa. Alla fine, sapevo che non avrei vinto, ma combattevo sapendo che era impossibile. Ma c’è di più nella vita: il mio primo figlio, il secondo che arriva. Non giocare più è doloroso, ma la vita continua».


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L’ESPERIENZA ALL’INTER«Non è vero che mi sono trasferito all’Inter per soldi, non ero pronto a passare in prima squadra allo Standard Liegi, dove avrei potuto guadagnare molto di più che a Milano. L’ho fatto per migliorarmi per diventare più forte, per imparare a difendere. E i due anni che ho fatto in Italia, nelle giovanili, mi hanno davvero aiutato a fare questi passi. Quello che ho imparato lì, non l’avrei imparato da nessuna parte, nemmeno nelle prime squadre perché lì conta semplicemente il risultato. Io dovevo ancora formarmi, ho davvero imparato tanto all’Inter, sono cresciuto come persona, non solo come calciatore. Avevo 15 anni, vivevo all’estero, ho dovuto imparare a prendermi cura di me stesso, a fare tutto da solo. All’epoca, potevo andare in tanti club, ma io volevo davvero, da difensore, andare in Italia. Lì ho imparato cose che mi sono servire nel corso della mia carriera».

IL PRIMO INFORTUNIO«Era una gara di Youth League (contro la Dinamo Kiev, ndr), la Champions League per i giovani. E’ arrivato questo lancio, io anticipo il giocatore e voglio stopparla di petto saltando. Sento una spinta e, bum, cado. E vado dritto in ospedale, capiscono subito che si tratta del crociato. La sera, mio padre era lì e siamo andati in ospedale. In quel momento, il mio mondo si era distrutto. Perché avevo un sogno, San Siro, poi è successa questa cosa quando non avevo mai sentito parlare di infortuni, non mi ero mai infortunato, non sapevo come sarebbe andata. La mia famiglia mi ha sostenuto molto».

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