Calcio e Finanza
·18 giugno 2026
Verso le elezioni FIGC, Abete: «Incentivi a chi fa giocare i nostri talenti»

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·18 giugno 2026

Lunedì il calcio italiano conoscerà il nuovo presidente della FIGC, che dovrà succedere così al dimissionario Gabriele Gravina con il compito principale di riunire il movimento per un pronto rilancio con quello che è diventato nel corso degli anni un grande obiettivo da non mancare: la qualificazione ai Mondiali.
Come si sa, la corsa alla presidenza della Federcalcio vede protagonisti da una parte Giovanni Malagò e dall’altra Giancarlo Abete, già a capo della FIGC dal 2007 al 2014. «Ho ritenuto opportuno offrire la mia disponibilità in un momento delicato per il movimento che dovrà affrontare importanti riforme – ha dichiarato l’attuale numero uno del Lega Nazionale Dilettanti a La Stampa –. Il rinnovamento, sia chiaro, non sarà tuttavia collegato al nome o alle qualità del presidente eletto, ma a un lavoro di ricognizione e soluzione delle criticità che coinvolga tutte le componenti».
Sulla situazione abbastanza divisiva che si è venuta a creare negli ultimi anni: «È fisiologico che emergano valenze corporative, che ogni parte tenda a tutelare i propri interessi, ma occorrono mediazione e sintesi. Irrigidirsi non aiuta a superare problemi strutturali evidenti. Il primo problema che mi viene in mente è la scarsa attenzione ai giovani: su 50 nazioni prese in esame, l’Italia occupa il 49° posto per impiego di Under 21 nel massimo campionato. Dobbiamo favorire la crescita dei nostri talenti migliorando la qualità dei formatori: tra i 5 e 12 anni nessuno dribbla più; la tattica oscura la tecnica».
Ma in questo momento le vittorie delle nazionali giovanili non sono mai state così tante, anche se dall’altro canto si è nell’era peggiore per la Nazionale maggiore: «Troppi stranieri. Nel 2006, quando vincemmo il Mondiale, il minutaggio in Serie A dei calciatori selezionabili raggiungeva il 70%. Oggi la percentuale è scesa al 31, con comprensibili difficoltà per il lavoro dei commissari tecnici. Non si può chiedere a un fondo straniero che investe centinaia di milioni di preoccuparsi della nostra Nazionale nell’elaborare le strategie di mercato, né si possono imporre limiti e quote ai campionati professionistici. Si può però far leva sugli incentivi, premiare economicamente e proteggere le società che credono nei nostri talenti, magari attingendo le risorse dai diritti tv, quindi da una legge dello Stato»
«Alla base di tutto – continua Abete –, necessita però un cambio culturale da accompagnare tenendo contro della diversità profonda tra realtà: il calcio è prima un fenomeno sociale e poi può divenire per alcuni un business. L’abolizione del vincolo sportivo? Giusto che l’istituto sia venuto meno, per come era strutturato in precedenza; ma nemmeno si può passare da una situazione troppo bloccata al mordi e fuggi. Chi punta sui giovani deve essere incentivato, anche in questo caso preoccupandosi di tenere unite realtà che tengono a divaricarsi: cos’ha in comune una società che partecipa alla Serie D con un fondo internazionale che investe in un grande club?».
Un altro problema del calcio italiano riguarda le infrastrutture: «L’Italia ha fallito due candidature per l’organizzazione degli Europei e, se non avessimo condiviso quella del 2032 con la Turchia, se avessimo fatto ancora da soli, avremmo nuovamente perso. È un dato di fatto, all’UEFA vige un sano pragmatismo e non interessano le promesse, gli impegni devono essere assunti dal Parlamento affinché, con qualunque Governo, possano essere rispettati. E poi, accanto a quello dei grandi stadi fatiscenti o inadeguati c’è il problema delle infrastrutture minori carenti o inadatte: la gran parte degli impianti appartiene alle amministrazioni che hanno altre priorità. Serve una progettualità che favorisca un salto di qualità in tal senso ed esalti il valore sociale ed educativo dello sport cristallizzato nell’articolo 33 della Costituzione».
Fra i critici di Abete c’è chi gli rinfaccia la troppa permanenza nelle istituzioni in un momento storico di oggettiva difficoltà: «Critiche legittime, non mi rammarico: non posso disconoscere di essere da lungo tempo in questo mondo né di non avere più 30 anni. Una cosa è certa: per me il calcio è una passione e non ho mai avuto benefici economici. Nessuno si è mai permesso di sospettare atteggiamenti scorretti. Non triangolo e non faccio giri di valzer, metto solo a disposizione la mia esperienza. La nascita dei playoff e dei playout e i tre punti per le vittorie in Italia nascono dal mio progetto quando ero presidente della Serie C. E ritengo che aver vissuto il calcio da dentro, per così tanto, sia una fortuna».
Le elezioni FIGC sono attese anche per la nomina del nuovo commissario tecnico della Nazionale: «Non ho contattato nessuno, non ho nessun tipo di ruolo per farlo. Quando mi dimisi nel giugno 2014, e mai avrei immaginato che per tornare a un Mondiale avremmo dovuto aspettare il 2030, Conte fu scelto solo dopo l’elezione di Tavecchio ad agosto. Dico semplicemente che ci sono tanti tecnici italiani di qualità. Deve essere un vincente: dopo tre qualificazioni mancate, la gente faticherebbe a comprendere un profilo diverso. Baldini? Ha lanciato messaggi importanti e lasciato un segno. Utilizzando i giovani ha dato una scossa. Che sia piaciuto lo dicono anche i sondaggi, di cui pure personalmente non sono amante: credo che chiunque arrivi dopo, in qualche modo, debba tenerne conto».
Infine sui dubbi legati alla candidabilità del suo avversario Malagò: «Non mi interessa e non farei mai ricorso. Per me rimane una competizione di politica sportiva che offre l’opportunità di analizzare e approfondire dei problemi».
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