Calcionews24
·23 gennaio 2026
Zanetti racconta: «Moratti e Simoni come due padri per me, la telefonata di Mourinho e quando vidi piangere Baggio»

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Intervistato dal Corriere dello Sport, il vicepresidente e storica bandiera dell’Inter, Javier Zanetti, si è raccontato così.
LA MIA STORIA D’AMORE CON MIA MOGLIE PAULA – «Con Paula è stato amore via fax. I primi tempi non avevamo altre possibilità. L’ho conosciuta nel ’92, ci siamo messi insieme subito. Aveva 14 anni, andava a scuola, io diciannove. Quando nel ’95 presi l’aereo per venire all’Inter non fu per niente facile. Mi presentai dai suoi genitori, era necessario, chiesi il permesso di portarla con me, firmai una carta. Spiegai anche che mi avrebbero accompagnato i miei che, tra parentesi, su un aereo non erano mai saliti. All’inizio non è che avessi tanti soldi. Per chiamare c’era la scheda telefonica, ma durava tre minuti. Dovevo anche risparmiare. “Pau” acquistò un telefono collegato al fax, le scrissi centinaia di lettere. Solo durante le ferie estive argentine mi raggiunse in Italia».
ALL’INTER HO AVUTO 4 PRESIDENTI E UNA TRENTINA DI ALLENATORI – «Ho saputo sfruttare un’opportunità. Dal Banfield all’Inter, il top, capirai, mi sono impegnato e curato. All’arrivo a Milano i giornalisti non mi considerarono affatto, trasparente, per loro ero l’accompagnatore di Rambert».
SU MORATTI – «Moratti è famiglia. Un rapporto, il nostro, che va molto oltre quello tra presidente e giocatore o dirigente. E quando dico Moratti intendo i Moratti, a partire da Massimo».
IO IL PREFERITO DI MASSIMO? – «Dimentichi il Chino (Recoba, nda), eravamo in due. Hai detto una trentina di allenatori? Mi fido, in una sola stagione ne ho avuti quattro».
IL LEGAME PIU’ FORTE? – «Mourinho, senz’altro, è sempre con me, abbiamo fatto qualcosa di indimenticabile e forse irripetibile. E poi Gigi, che purtroppo non c’è più. Simoni un padre, rendeva tutto semplice. José invece è un leader, molto convincente, persuasivo. Ricordo la prima telefonata».
LA TELEFONATA DI MOURINHO – «Giugno, sto rientrando in Argentina e faccio scalo a Fiumicino. A un certo punto ricevo una chiamata da un numero portoghese. “Sono José Mourinho. Ho appena firmato per l’Inter, sarai il mio capitano, mi scuso se non parlo bene l’italiano”. Lo parlava benissimo. Diretto, leale, un allenatore straordinario».
SIMONI IL PIU’ SEMPLICE, E IL PIU’ COMPLICATO? – «Zaccheroni ci faceva fare tanta tattica. Anche un’ora di seguito. Il problema per noi giocatori era riuscire a mantenere la concentrazione per tutto quel tempo».
RONALDO IL FENOMENO – «Il periodo migliore. In allenamento ci mostrava sempre qualcosa di diverso, voleva sorprendere. Punizioni all’incrocio, uno contro uno come solo lui sapeva fare. Era potente e tecnico».
ANCHE IL PERSONAGGIO NON ERA AFFATTO MALE – «In quegli anni c’era ancora la sosta natalizia. Giochiamo il 20 dicembre a San Siro contro la Roma, l’ultimo volo della Varig è alle 22 e 30. Roni fa: “Chi deve partire con me, finita la partita doccia in due minuti e via”. Anche il Cholo e Zamorano dovevano rientrare. E noi: Roni, come facciamo? A quell’ora siamo ancora in campo. “Fate come vi ho detto”. Vinciamo 4-1, Baggio, Zamorano, Cauet ed io, l’ordine non lo ricordo, il Cholo sbaglia un gol di testa incredibile su un mio passaggio».
POI SIAMO RIMASTI A TERRA? – «Arriviamo all’aeroporto a mezzanotte, l’aereo ci aveva aspettato perché Roni l’aveva fermato con una telefonata. Immagina la reazione dei passeggeri quando ci hanno visto salire a bordo… Durante il viaggio il Cholo mi ha parlato solo del gol mancato. “Ma come cazzo ho fatto?”. Così per ore. Calcio calcio calcio, lui è sempre stato questo».
COME HO RESISTITO TUTTI QUESTI ANNI? – «Sincero, a me lo status interessa pochissimo. Io per l’Inter sono una risorsa. Non mi sono fermato alla condizione di ex, ho studiato, mi sono applicato e aggiornato, ancora oggi frequento corsi alla Bocconi. Marketing, finanza, economia, iniziative sociali. Ai giovani calciatori suggerisco di iniziare prima, quando sono in attività e il tempo per prepararsi un futuro non manca».
RAPPORTO CON I TIFOSI – «Solo rapporti assolutamente normali, i video, i selfi e, gli autografi, totale rispetto dei ruoli, esiste una linea di confine che non si deve oltrepassare mai e io sono sempre rimasto dalla parte giusta».
CON CHIVU ANCHE DA COMPAGNI DI SQUADRA – «Cristian è un uomo di rara intelligenza, preparatissimo, un grande motivatore, lo ascolto quando parla alla squadra, arriva subito ai ragazzi. Cerca sempre la prestazione, che l’Inter ha sempre fatto, perfino con l’Arsenal che è la più forte d’Europa. Avremmo meritato di più con Atletico e Liverpool, ci mancano quei due punti»
MARADONA – «E mi ha tenuto fuori dal Mondiale, ma con lui non riuscivi ad arrabbiarti. Con Leo ho giocato cinque, sei anni in nazionale. Quando arrivò era giovanissimo e timido. Ma solo fuori dal campo. Gli ho visto fare cose pazzesche, lui è l’essenza del calcio. Diego… beh, Diego…».
LA CENA CON MARADONA – «All’Inter c’era Mourinho, 2009. Diego arriva a Milano e mi dice che vorrebbe venire a cena al Gaucho, il mio ristorante. “Ci vediamo alle nove, nove e mezza”. Grandi preparativi, due tavoli lunghi, mogli e fidanzate, ricordo che era dei nostri anche Kily Gonzalez. Le dieci meno un quarto, le dieci. Telefonata. Diego è incazzato con l’autista che non trovava la strada. È a un chilometro dal ristorante, gli dico di non muoversi che passiamo a prenderlo noi. Quando arriviamo, era inverno, sotto zero, come ora, lo troviamo in piedi, vicino al semaforo, l’autista a pochi metri da lui non s’azzardava ad avvicinarsi. Diego è in bermuda, cappottone lungo fino ai piedi. Siamo andati a letto alle quattro».
SU BAGGIO – «Un campione assoluto, un compagno positivo, giocoso, generoso. Robi però mi sta sorprendendo. Ora è sempre in giro per il mondo, per vent’anni non s’era fatto vedere. Ha spiegato che la rapina in casa è stato uno shock terribile, ha lasciato dei segni. Quando ci siamo visti a Salerno per Operazione Nostalgia era ancora molto scosso, era successo da poco, l’ho visto piangere. L’ho incontrato anche al sorteggio dei Mondiali: “Pupi, mi mandano di qua, di là”, mi ha detto sorridendo».


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