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·4 luglio 2026
Zazzaroni: "La Lazio sta morendo. Lotito sembra non comprendere la gravità della frattura"

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Tra le voci che hanno commentato la maxi manifestazione, che ha visto scendere in piazza oltre 25mila tifosi, c'è anche quella di Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport, che nel suo editoriale di questa mattina ha riflettuto sulla portata della frattura tra tifosi e società, e sul ruolo di Claudio Lotito, che sembra invece trascurarne la gravità.
Inutile girarci attorno, la Lazio sta morendo. E sta morendo perché un contenitore, svuotato dal sentimento, non è altro che una scatola. Non so se Claudio Lotito abbia compreso di che gravità e portata è la frattura che si è prodotta con la parte di città che tifa per la squadra che fu di Pulici, Chinaglia, Maestrelli e Beppe Signori (l’altra, con sadica ironia, lo invita a resistere), ma se non l’ha capito possono venirgli incontro le voci, le fotografie e le immagini che il giorno della manifestazione di protesta del tifo biancoceleste (25.000 persone, a occhio e croce quelle che l’anno prossimo con ragionevole certezza non occuperanno i seggiolini dello Stadio Olimpico)… hanno riempito il mio telefonino del sentimento di indignazione che in questo momento, dalle parti della curva Nord, è a livelli di guardia. Vedendole ho pensato a tante cose e mi sono concentrato soprattutto su un aspetto, il concetto universale di appartenenza, che il sociologo tedesco Norbert Elias descrisse così: «E uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza». È una sorta di specchio l’appartenenza. Ci si osserva e ci si riconosce in qualcosa che ci somiglia o che ci fa vibrare. Quando non ci si riconosce e niente più vibra e ci smuove, lo specchio si rompe e il rischio di ferirsi o attirare ulteriori guai diventa insostenibile. L’appartenenza è alla base del successo popolare del calcio. Senza gente, un pallone non rotola. Senza gente, il correre di ventidue uomini in campo è soltanto un falso movimento. A Roma lo hanno capito prima di tutti, ma non è affatto detto che altri non si trovino a seguire o imitare prestissimo l’esempio. Dentro quei 25mila, come è ovvio, c’era di tutto. C’erano la passione, il disincanto, la rabbia, la richiesta, generalizzata, di una cesura netta e radicale rispetto a un passato lungo quasi un quarto di secolo. Si possono condividere, o meno, le ragioni che hanno spinto la massa laziale a ritrovarsi per contestare un uomo e la sua gestione di un bene privato che al tempo stesso è una cosa pubblica, la Lazio, ma trascurare il valore complessivo dell’episodio rappresenterebbe soltanto l’ultimo errore in ordine di tempo di Claudio Lotito.
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