Al di là dei problemi atavici e delle riforme necessarie, bastava poco per andare ai Mondiali. Ma l'Italia di Gravina, Buffon e Gattuso non ci è riuscita lo stesso | OneFootball

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·04 de abril de 2026

Al di là dei problemi atavici e delle riforme necessarie, bastava poco per andare ai Mondiali. Ma l'Italia di Gravina, Buffon e Gattuso non ci è riuscita lo stesso

Imagem do artigo:Al di là dei problemi atavici e delle riforme necessarie, bastava poco per andare ai Mondiali. Ma l'Italia di Gravina, Buffon e Gattuso non ci è riuscita lo stesso

L’ora più buia. La sconfitta (ai rigori) dell’Italia contro la Bosnia Erzegovina ha segnato il nuovo punto più basso della storia, gloriosissima, della Nazionale di calcio italiana. Il disastro di Zenica ha peggiorato il record negativo del 2022 portando a tre le edizioni consecutive nelle quali la Nazionale non si è qualificata alla fase finale dei Mondiali (per altro quest’anno allargato a 48 squadre).

Di qui le inevitabili e doverose dimissioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina e quelle, anch’esse opportune e dovute, del Capo delegazione Gianluigi Buffon, oltre che del commissario tecnico Gennaro Gattuso.


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Per altro la terza mancata qualificazione alla kermesse iridata giunge in un momento particolarmente tetro per il calcio italiano. Per restare solo a quanto avvenuto quest’anno al tonfo azzurro si accompagnano tra le altre cose (la lista potrebbe essere più lunga):

  • la pessima stagione delle nostre squadre in Europa: nessun club di Serie A è presente tra gli otto nei quarti di finale di Champions League;
  • una delle peggiori annate di sempre a livello arbitrale (del tema si è già discussa in un precedente edizione di questo editoriale). E in questo senso non va dimenticato che proprio di intesa con il numero uno dei fischietti Gianluca Rocchi, Gravina voleva rivoluzionare il sistema arbitrale attraverso il lancio della cosiddetta PGMOL all’italiana. Innovazione che per altro avrebbe potuto consentire allo stesso Rocchi di continuare a essere il numero uno delle fischietti italiani malgrado il suo mandato sia in scadenza e non più rinnovabile;
  • l’ennesima stagione disastrosa in Serie C tra squalifiche, stipendi pagati con difficoltà, punti di penalizzazione (ben 83, seconda stagione con più penalizzazioni dopo il 2018/19 nell’era Lega Pro) e l’immancabile fallimento stagionale, in questo caso del Rimini, che ha cominciato la stagione di fatto già fallito. Segno evidente che una terza categoria a 60 squadre, che è un unicum solo italiano (e ci si dovrebbe domandare il perché), non regge più;
  • il fatto che non si riesca a trovare un appiglio normativo per evitare che le rose delle nostre squadre siano zeppe di stranieri e con nessun italiano. Perché può anche passare che Milan e Como per esempio abbiano pochi o nessun italiano nel roster perché non li considerano sufficientemente bravi per raggiungere i loro obiettivi di alta classifica, ma perché il Verona fanalino di coda deve avere soltanto giocatori stranieri che evidentemente non sono eccelsi vista la posizione in graduatoria? Veramente dobbiamo pensare che non ci siano italiani che non valgano gli attuali giocatori dell’Hellas? Oppure perché, come spiegava il procuratore Giuseppe Riso nell’intervista rilasciata a questa testata, nel calcio dei fondi di investimento i calciatori stranieri sono più disponibili a muoversi e a spostarsi in altre nazioni e quindi sono una merce di scambio migliore a parità di bravura?
  • l’abolizione definitiva, dall’1° luglio 2025, del vincolo sportivo, che se da un lato permette ai dilettanti e ai giovani di non essere obbligati a vincolarsi fino a una certa età ai club, dall’altro punto di vista toglie potere alle società, sia dal punto di vista contrattuale, andando incontro al un rinnovamento continuo e magari non richiesto, ma soprattutto dal punto di vista economico, visto che va a mancare una fonte di ricavo in un settore che va avanti, quasi sempre, esclusivamente per la passione dei proprietari di queste società che ogni fine stagione devono fare i conti con costi fissi sempre più importanti. Viene azionato così un pericoloso circolo vizioso che va a togliere risorse, che potrebbero essere usate per migliorare infrastrutture e formare allenatori. Su questo punto la FIGC ha provato a mediare per la sua reintroduzione, ma non è riuscita nell’intento.

Un quadro insomma che lascia una sensazione di un sistema allo sfascio totale dove nulla pare funzionare.

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