Zerocinquantuno
·14 de fevereiro de 2026
Bologna, dal trionfo di Roma ad una routine che sembrava superata: tre mesi per stoppare la disaffezione ed evitare una deriva emotiva

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·14 de fevereiro de 2026

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Lo chiameremo ‘il rumore del rigore sbagliato’. Quel suono che continua a rimbalzarti nella testa anche a giorni di distanza. Non per il risultato in sé, ma per quello che rappresenta. L’eliminazione ai quarti di Coppa Italia per mano della Lazio sembra averci riportato dall’epica alla routine. Perché se il Bologna di otto mesi fa era riuscito a trasformare quella stessa coppa in un viaggio leggendario (intrapreso, forse, oltre le sue reali possibilità), quello di oggi rischia di trasformare l’uscita prematura in una discesa inesorabile, con l’annata che scivola lentamente verso la normalità, o peggio, verso la disaffezione. Come dimostrano i 17.000 spettatori scarsi del Dall’Ara per la partita che poteva valere ancora una stagione (con l’Empoli, per una semifinale dal verdetto già scritto in virtù dello 0-3 dell’andata, si arrivò a 24.000 presenze).
Ma quello era un Bologna che sognava, dentro una città che sognava osservando una squadra che non temeva alcun avversario. Oggi, invece, il termometro emotivo si è completamente ribaltato. Adesso, però, il vero rischio è rappresentato da ciò che resta. Se il BFC si ritrovasse a metà febbraio senza coppe (vedremo cosa accadrà nella doppia sfida col Brann), senza una rincorsa europea credibile e con una classifica mediana e mediocre, questa stagione potrebbe trasformarsi in una lunga zona grigia, uno stillicidio che pensavamo di aver relegato all’era Donadoni.
La differenza, come il pubblico bolognese ha insegnato, non sta nei risultati singoli, ma nella percezione del progetto. Paradossalmente, aver alzato un trofeo dopo 51 anni ha stravolto le aspettative. Non solo dei tifosi, ma anche dell’ambiente e della squadra. La normalità, dopo l’eccezionalità, è sembrata da subito un passo indietro, dopo quel meraviglioso 14 maggio. E non aver investito a sufficienza nel mercato invernale, sconfessando in parte anche quello estivo, ha fatto temere proprio questo: il ritorno alla normalità.
Il Bologna della scorsa stagione, del resto, aveva una narrazione perfetta: underdog, gioco brillante e imprevedibile, una finale attesa da mezzo secolo. Quest’anno, già a febbraio, manca il racconto, la magia, l’orizzonte (tanto caro a mister Italiano, che sulla lavagna del Trapani fece appunto scrivere «Nessun limite, solo orizzonti»). Senza quelle partite che accendono l’entusiasmo, il rischio è che le settimane da qui a maggio si somiglino un po’ tutte, verso un obiettivo salvezza tranquilla che – se venisse mantenuta la media punti delle ultime dodici gare – sarebbe poi tutt’altro che tranquilla.
La soluzione non è romantica, ma pratica. Italiano, che ha ancora un anno di contratto e il quarto stipendio della Serie A, deve cominciare a parlare di obiettivi. Chiari, concreti: settimo posto e avanzare in Europa League fin dove è possibile, non c’è altra strada. Perché l’errore più grande, ora, sarebbe trattare un’altra eliminazione come un incidente di percorso. Potrebbe essere l’inizio di una deriva emotiva. E Bologna non lo merita.
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