Zerocinquantuno
·29 de janeiro de 2026
Bologna, è dura tornare normali dopo essere stati speciali. Prima vera crisi di maturità, ma la stagione resta ampiamente salvabile

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·29 de janeiro de 2026

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C’è un momento, nella stagione di ogni squadra (e noi non avremmo voluto viverlo), in cui le spiegazioni iniziano a sembrare tutte vere e tutte insufficienti. Il Bologna è esattamente lì. La classifica (ottavo posto, 30 punti in 22 gare) non mente, ma nemmeno urla allo scandalo: è più una voce piatta, che ripete sempre lo stesso concetto. Si è rallentato, e parecchio. Tolte le prime 2 giornate di rodaggio in campionato, nelle 20 partite successive i rossoblù sono andati avanti con 2 blocchi da 10 speculari e opposti tra loro: 6 vittorie, 3 pareggi e una sconfitta nel primo; 6 sconfitte, 3 pareggi e una vittoria nel secondo.
Dopo mesi passati a costruire credibilità, identità e una reputazione che aveva fatto dire a Massimo Ambrosini (tanto per citarne uno) «il Bologna è la squadra che gioca meglio in Italia», i felsinei si sono ritrovati dentro una crisi che non ha il fascino del dramma né la comodità dell’alibi. Nessun crollo verticale nelle prestazioni, a parte quelle contro Atalanta e Fiorentina. Solo una continuità che si è sfilacciata, un match alla volta, come una maglia lavata troppe volte.
Il problema, ed è qui che la questione si fa interessante, è che questa crisi non ha una causa unica. E quindi non ha una soluzione rapida. Non è solo una questione di assenze, perché quelle nel calcio moderno sono ormai parte del pacchetto. Non è solo un calo fisico, perché i dati dicono che il BFC corre ancora, spesso mantenendo l’egemonia nel possesso palla. E non è nemmeno un problema solamente tattico, perché l’idea di gioco resta riconoscibile (semmai riconoscibile anche dagli avversari, che hanno trovato i correttivi giusti per affrontare Italiano).
Il guaio è che tutto funziona un po’ meno, nello stesso momento: la manovra è più prevedibile, il palleggio meno pulito, la pressione meno feroce. Soprattutto, il Bologna ha smesso di essere fastidioso. Non incute più quella sensazione (chiarissima fino a poche settimane fa) di squadra che ti costringe a giocare male. Ora gli avversari respirano, prendono le misure, aspettano e colpiscono. A volte anche solo nell’ultimo quarto d’ora.
In attacco il discorso è persino più spietato. Le occasioni arrivano, ma non bastano più. Perché se prima la squadra sopperiva alla mancanza del grande bomber con un sistema collettivo efficiente, oggi quel sistema gira a vuoto ed è vanificato da una mole impressionante di reti subite: 8 nelle prime 12 giornate, 19 nelle successive 10. I gol ‘sporchi’ non entrano, quelli difficili non vengono nemmeno tentati, e ogni partita sembra avere bisogno della giocata perfetta per essere sbloccata. Un requisito un po’ ambizioso, per chiunque. Anche perché, chi fa più la giocata perfetta nel Bologna? Dallinga? O Bernardeschi dall’infermeria?
Dietro, invece, i rossoblù pagano il prezzo di un equilibrio più fragile. Non perché difendano male in senso assoluto, ma perché difendono più a lungo. E quando, anziché comandare, sei costretto a resistere, l’errore diventa sistematico. Basta una lettura in ritardo, una diagonale non impeccabile, ed ecco il gol che cambia la gara. Com’è successo a Genova, dove a sbagliare – oltre all’arbitro Maresca – sono stati entrambi i portieri.
Il rischio adesso non è tanto il ‘dove’ si arriva, quanto il ‘come’. Perché la stagione resta ampiamente salvabile, ma la sensazione è che il BFC stia vivendo la sua prima vera crisi di maturità. Quella in cui non basta dire «stiamo facendo comunque bene». Serve fare meglio, oppure accettare che il livello si sia assestato più in basso di quanto si pensasse, su quei valori che Italiano, col suo gioco, aveva contribuito a mascherare e a rendere più attraenti.
La buona notizia, se così vogliamo chiamarla, è che non ci sono ancora segnali di smarrimento totale: la squadra non è scoppiata, lo spogliatoio non sembra in frantumi, l’allenatore non ha perso il controllo del volante. Ma il serbatoio delle certezze si sta svuotando, e continuare a pescare dal fondo rischia di produrre solo frasi già sentite. Inutile dire che contro il Maccabi Tel Aviv, squadra materasso dell’Europa League, bisognerà non solo vincere ma restituire un po’ di divertimento.
Il Bologna è una squadra ‘normale’ che aveva imparato a sembrare speciale. Adesso la sfida è capire se quella versione fosse un’eccezione brillante o un’anticipazione mal gestita.








































