Champions League sempre più chiusa, i quarti diventano affare sempre più per pochi. L'analisi numerica dell'economista Milanovic | OneFootball

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Calcio e Finanza

·09 de junho de 2026

Champions League sempre più chiusa, i quarti diventano affare sempre più per pochi. L'analisi numerica dell'economista Milanovic

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La Champions League assomiglia sempre di più a un torneo elitario. Non tanto per la formula, che negli anni è cambiata più volte ampliando il numero di partecipanti e trasformando l’ex Coppa dei Campioni in un prodotto globale e inclusivo, quanto per l’identità delle squadre che arrivano in fondo alla competizione. Il gruppo dei club capaci di competere stabilmente ai massimi livelli europei si sta restringendo, come dimostra l’analisi dell’economista serbo-statunitense Branko Milanovic, che ha evidenziato la sempre maggiore differenza nel numero di squadre diverse arrivate ai quarti di finale dividendo ogni ciclo per cinque stagioni, partendo dal 1958-1962.

In uno utopistico scenario di massima mobilità, ogni stagione avrebbe otto club differenti tra le migliori otto d’Europa: su cinque edizioni, quindi, si arriverebbe a 40 squadre diverse. All’estremo opposto, una competizione completamente cristallizzata vedrebbe sempre le stesse otto formazioni qualificarsi ai quarti, riducendo il dato al minimo teorico di otto club.


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La progressiva riduzione dell’equilibrio competitivo

Per decenni la Coppa dei Campioni prima e la Champions League poi hanno mantenuto un livello di rotazione relativamente elevato. Fino ai primi anni Duemila, la media si è attestata attorno alle 25 squadre diverse ogni cinque stagioni, in una fase nella quale il ricambio tra le grandi d’Europa era ancora significativo. Pur con gerarchie abbastanza definite, il torneo lasciava spazio a cicli sportivi più brevi con percorsi continentali meno prevedibili.

La traiettoria cambia in modo evidente con l’ingresso nel nuovo millennio, che ha visto una progressiva divergenza economica tra i club provocata dall’aumento dei ricavi commerciali, e dall’esplosione dei diritti televisivi. Da quel momento, la soglia dei 25 club diversi comincia a scendere: il dato si avvicina prima a quota 20, per poi comprimersi ulteriormente fino ad oggi.

Il ciclo 2023-2027, ancora in corso, rischia di segnare un nuovo minimo storico. Dopo tre stagioni, il numero di club diversi approdati ai quarti è pari a 12, e la proiezione finale potrebbe fermarsi intorno a quota 15. Un livello non troppo lontano dallo scenario limite di una Champions League dominata stabilmente dalle stesse squadre, anno dopo anno.

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(Photo by Angel Martinez/Getty Images)

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L’evoluzione economica del calcio europeo e gli effetti della nuova formula

Il fenomeno non sorprende se letto dentro l’evoluzione economica del calcio europeo. I club che raggiungono con continuità la fase a eliminazione diretta accumulano risorse che rafforzano la loro posizione competitiva, alimentando un circolo virtuoso che rende sempre più difficile l’ingresso di nuovi soggetti nell’élite.

Il rischio è che la competizione perda una parte della propria imprevedibilità. La Champions League vive anche della possibilità che squadre fuori dal perimetro abituale delle superpotenze possano spingersi fino alle fasi decisive..

La nuova formula, con più partite e una classifica unica nella prima fase, nasce anche con l’obiettivo di aumentare il valore complessivo del torneo e moltiplicare gli incroci tra grandi club. Tuttavia, l’allargamento del calendario non risolve il problema della concentrazione competitiva. Anzi, in un sistema nel quale le risorse sono già distribuite in modo asimmetrico, più partite possono finire per premiare ulteriormente le squadre con rose più lunghe e maggiore capacità di assorbire gli impegni.

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