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·16 de maio de 2026

ESCLUSIVA PSB - Gli schemi con i funghi, l'umiltà mai abbandonata e il ruolo degli affetti: Alvini raccontato dal fratello Walter

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La definizione di esempio, in qualsiasi settore, vive probabilmente di un pericoloso equivoco. Essendo fisiologicamente poggiato sul concetto di emulazione, non andrebbe banalizzato, perché l’ispirazione sa essere suggestiva ma, al contempo, subdola e pericolosa. Raccontare una storia dove tutto è arrivato subito, senza passaggi intermedi, con un percorso costantemente pianeggiante e distaccato dal concetto di sacrificio, genera la rischiosa sensazione che esistano le scale mobili per arrivare fino alle stelle. Non è così, la realtà è un’altra. Ci sono momenti in cui essere sognatori, e isolarsi nei cantucci inaccessibili di cui parlava Fëdor Dostoevskij, ma altri – tanti altri – in cui sgomitare, aspettare, costruire, credere nel domani faticando nel presente. Questo, probabilmente, è il vero esempio da seguire. Massimiliano Alvini, a tal proposito, ha l’assoluto status per salire sulla cattedra e, come l’indimenticato Robin Williams nell’indimenticabile “L’attimo fuggente”, ricordare che bisogna combattere per trovare la propria voce. Massimiliano il percorso l’ha accettato, onorato, vissuto con la sesta marcia della passione costantemente inserita. Non è stato tutto accompagnato dalla comodità, e per approfondirne l’essenza umana, prima che professionale, abbiamo raggiunto in esclusiva il fratello Walter. L’allenatore del Frosinone, dunque, raccontato da chi l’ha sempre visto come persona e mai – con estremo merito – come stella del Gioco.

Le origini di Massimiliano Alvini

Le origini di Alvini sono state spesso menzionate. Qui, però, sarebbe bello raccontare Massimiliano prima che diventasse Alvini. L’attività di famiglia, tempi finiti nel librone dei ricordi, tu e lui insieme.


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“Veniamo da una famiglia che è sempre stata legata al discorso delle calzature, perché la nostra zona è famosa in Italia per la produzione calzaturiera e di pellame. Nostro padre è un modellista di scarpe ora in pensione. Massimiliano, quindi, è stato coinvolto in questo discorso sin da tenera età. Lui ha cominciato, non vorrei sbagliare, nel ‘90/’91, mentre io facevo un altro tipo di attività, ero un impiegato. Nel 1997 la mole operativa era importante, dunque mi chiese di cominciare a lavorare insieme. Io mi occupavo della parte femminile, lui del lato uomo. In quegli anni giocava ancora a calcio – è arrivato fino in Eccellenza, ma un brutto infortunio al ginocchio ne ha bloccato l’ascesa -, non sarebbe arrivato chissà dove ma la sua mentalità era quella del calciatore professionista: andava a letto presto quando c’era la partita, aveva comportamenti impeccabili, un’impostazione che ha poi ritrovato nel ruolo di allenatore. Era un esterno sinistro, calciava sia di destro che col mancino, un ruolo inventatogli in Prima Categoria da un Direttore Sportivo purtroppo venuto a mancare quest’anno, che lo stimava tanto e con cui spesso si sentiva. Ha smesso di giocare nel Signa, e su invito del Presidente è cominciata la sua altra vita. Cominciò a seguire il corso, e la sera veniva ad allenare noi amatori (ride, ndr). Ti racconto il primo aneddoto: già negli amatori era un grandissimo appassionato di tattica e di studio degli avversari. Non a caso andava a vedere le partite delle altre compagini per capirne i punti deboli. Vincere così, in determinati contesti, era ed è assolutamente atipico. Massimiliano aveva delle qualità che non ha mai salutato”.

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Alvini (in piedi in alto a destra) ai tempi della Ferruzza, campionato Amatori UISP

Prego.

“Ha grandissimo carisma, sa essere serio e ironico in base al momento, ha un’empatia praticamente innata. Riesce a stringere legami e unire i gruppi, tira fuori il massimo da tutti. Le esperienze avute nel corso del tempo, sia positive che negative, ne hanno sicuramente perfezionato tante cose. Soprattutto dalle seconde, arrivo a dire, ha imparato tantissimo: è caduto, si è rialzato ed è cresciuto. Arriva poi il passaggio al professionismo”.

Dove, immagino, i confronti saranno stati diversi.

“Fu un passaggio concordato in famiglia. Ne parlammo, lui ci disse che avrebbe voluto provare a fare questa vita. Lavoravamo con aziende importanti, conosciute a livello italiano, perdere il suo apporto avrebbe moltiplicato la fatica. Ciononostante, gli ressi il gioco: come avrei mai potuto manifestare la benché minima opposizione? Massimiliano viveva per il calcio, era la sua passione da sempre: studiava, andava a vedere preparazioni, allenamenti e partite. La sua testa era lì. Quando il Tuttocuoio è passato dalla Serie D alla Lega Pro Seconda Divisione, dunque al calcio professionistico, ha definitivamente preso questa strada”.

Quello che è poi successo era scritto nelle stelle, sarebbe forse bastato alzare la testa per leggere presente e futuro. Aforismi a parte, in quei momenti c’era un pizzico di timore derivante da una decisione così netta?

“Né io né lui ci siamo mai posti tale questione. Ha seguito l’istinto, non ci sono dubbi: si sentiva portato per arrivare più in alto, per quanto non fosse facile. Massimiliano non è stato un calciatore professionista, questa è una potenziale barriera in un ambito come il suo, che dà però ancora più valore a tutto ciò che stiamo dicendo. Non credo che si sia mai posto la domanda ‘e se non ce la faccio’? Lui, secondo me, ha sempre sentito dentro di sé il fuoco di poter arrivare dove poi è approdato. Ha beneficiato sicuramente di una famiglia che l’ha supportato: le cose sono andate bene, i suoi meriti sono ciclopici. Ha vinto o comunque ottenuto la promozione in Promozione, Eccellenza, Lega Pro/Serie C e ora anche in Serie B. Spesso non sono state solo vittorie, ma imprese: al Tuttocuoio hanno cominciato a dargli del predestinato dopo una serie di capolavori. Lui era lì nel passaggio da Lega Pro Prima Divisione e Seconda Divisione a Lega Pro a divisione unica: il Tuttocuoio (impegnato in Lega Pro Seconda Divisione, ndr) riuscì a non retrocedere (e a partecipare, dunque, alla Lega Pro a divisione unica della stagione successiva, ndr) tramite i playout in un raggruppamento con Messina, Foggia, Martina Franca, Cosenza, e lo fece con un organico come quello del Frosinone di quest’anno, dunque con tanti prestiti e altrettanti giovani, ‘bilanciati’ da due/tre calciatori d’esperienza. Un vero miracolo sportivo”.

La carriera di Massimiliano è stata ed è intensa, in ascesa, caratterizzata da notevoli picchi, una notorietà oramai acquisita. Il folklore della ribalta, quando ci vengono donate le sue conferenze e le sue parole, non ha chiaramente attecchito in lui. Il protagonista della nostra storia, in un certo senso, non si è lasciato ingrigire da questo mondo: le origini, Fucecchio, la famiglia e l’amore nei confronti del Gioco hanno ancora un ruolo predominante.

“È un amante del calcio, segue qualsiasi categoria. Qualche giorno fa siamo andati a vedere insieme la Ferruzza, la squadra degli amatori che ha allenato, tra l’altro legata alla nostra contrada, che ha giocato una finale. Secondo me Massimiliano è rimasto legato a tutto ciò che l’ha fatto arrivare lassù, comprese le tappe dove le cose non sono andate a bene, come a Pistoia oppure a Cosenza, dove ancora oggi continuano ad arrivare tanti messaggi. L’uomo Alvini non va mai discusso: è possibile dibattere sull’allenatore, sulle idee, ma sulla persona no. Lo dice la sua storia, ribadisco. Dovessimo ricercare un perché, la direzione andrebbe sulla sua umiltà, sulla semplicità che mai l’ha abbandonato. Ti racconto quest’altra cosa: dopo il triplice fischio della partita contro il Mantova, Massimiliano entra in campo, ma al quarto passo si ricorda delle 60 persone in tribuna venute da Fucecchio, si gira e va da loro a festeggiare. Lui è così, è la sua versione naturale, non è un personaggio. Nel calcio tutto ciò dovrebbe caratterizzare la normalità, mentre invece spesso ci si sorprende. Parliamo di una persona che, dopo due giorni nelle Marche, passava mezz’ora attorno al Renato Curi e ne esaltava la bellezza. Vive per il calcio, da sempre: quando dovevamo andare proprio nelle Marche, capitava che partissimo due ore dopo perché a Norcia spesso presenziavano squadre in ritiro, dunque era obbligatorio passare per andare a intercettare qualcosa”.

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Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images - Via One Football

Entriamo nel misticismo e – spero – non nelle fake news: è vero che Massimiliano utilizzava i funghi per spiegare i suoi schemi e le sue tattiche?

“Assolutamente sì, posso confermarlo, anche perché ero presente. Era una domenica mattina, qui a Fucecchio c’è un campo dove giocavamo. La partita era alle dieci, noi eravamo soliti radunarci un’ora prima. Lo vedo in un pezzo di terra accanto al campo, a un certo punto viene negli spogliatoi con undici funghi, li sistema per terra e comincia a fare gli schemi che avremmo poi dovuto applicare in partita. Non finisce qui, perché per fare la stessa cosa ha utilizzato anche le nostre borse oppure i bicchieri. Qualsiasi cosa era utile, ma sappi che non ha perso quest’abitudine. Ancora oggi, quando è in panchina, prende qualcosa – come le borracce, ad esempio – e fa vedere i movimenti a un calciatore, o comunque dà indicazioni da replicare in partita”.

Il ruolo degli affetti

Walter, concludiamo con una considerazione, più che con una domanda. C’è un punto che, probabilmente, la stampa o i soggetti interessati non menzionano con troppa profondità quando si esplorano storie come quella di Massimiliano, ed è il supporto dei cari. Non è detto che i nostri sogni siano anche i sogni delle nostre famiglie, ma nel caso di Massimiliano la percezione che si ha dall’esterno è quella di un supporto totale.

“Il ruolo di Massimiliano non è facile, difatti per me è stata bellissima e significativa la dedica che ha fatto alla moglie. Il suo lavoro lo porta spesso fuori casa, la presenza fisica non può chiaramente essere costante, dunque è necessario avere delle persone accanto, e in questo la moglie è stata ed è bravissima, che mantengano in piedi le cinte murarie. I ritmi sono elevati, la logistica non aiuta, ma tutto ciò non frena l’amore di Massimiliano verso la famiglia, Fucecchio, gli amici e la semplicità in ogni sua forma: l’ho visto tornare a orari assurdi pur di stare mezz’ora a casa oppure dormire per dormire una notte con moglie e figli. È il suo modo di isolarsi dalla quotidianità convulsa che ha e, soprattutto, per poter stare vicino agli affetti. Calciatori e allenatori fanno sacrifici importanti: è vero, non vanno a lavorare in una conceria, ma non bisogna limitarsi a vedere la parte bella della storia. Lontananza, pressioni, scelte costanti: non è facile. Ho sempre pensato che dietro al raggiungimento di un sogno, o comunque di un obiettivo, ci debba essere qualcuno che ti prenda per mano e ti accompagni nel ginepraio di difficoltà che inevitabilmente si incrociano in simili cammini”.

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