Zerocinquantuno
·15 de maio de 2026
Mario Sacchi e i quasi vent’anni di ZO: “Nato per caso, cresciuto con Giorgia Mattioli, per sempre dedicato a Marco Di Vaio. Sul sito non solo notizie ma senso d’appartenenza”

In partnership with
Yahoo sportsZerocinquantuno
·15 de maio de 2026

I nostri lettori perdoneranno questa parentesi di autoreferenzialità, concessa solo per iniziare ad avviarci verso i vent’anni dalla nascita di Zerocinquantuno, il sito fondato da Mario Sacchi che man mano è diventato molto più di una semplice realtà di informazione sportiva legata al Bologna. Creato quasi per gioco nel gennaio 2007, in un momento personale difficile sia per il BFC (che stagnava in Serie B) che per il futuro proprietario, ZO è cresciuto fino a trasformarsi in uno dei principali punti di riferimento della tifoseria rossoblù online, mantenendo però un’identità precisa: quella di uno spazio costruito da tifosi-giornalisti per i tifosi, senza inseguire mode, algoritmi o sensazionalismi. Sacchi, che parla poco e si mostra ancora meno, ripercorre la nascita del progetto, il rapporto con Giorgia Mattioli (figura basilare per la trasformazione in una vera e propria testata), l’evoluzione del giornalismo sportivo digitale e il legame, mai neutrale ma sempre sincero, con il Bologna e la sua gente.
Sacchi, Zerocinquantuno nacque in un momento molto particolare della tua vita: quanto c’è stato di casuale e quanto di ostinazione personale in quella scelta? «Racconto sempre volentieri la storia di ZO perché non nasce da ricchezze pregresse, da conoscenze importanti o da una strada già spianata. Nasce quasi per caso. In quel periodo lavoravo come autista-magazziniere per una ditta di Zola Predosa che poi chiuse e mi ritrovai senza lavoro attorno ai trent’anni. Cercavo altro, ma intanto continuavo a pensare al Bologna, come ogni tifoso. Mio padre, a sua volta, è sempre stato un grandissimo tifoso rossoblù e gli avevo già parlato dell’idea di creare qualcosa di dedicato alla squadra nel mondo dell’online. Un mondo che all’epoca, è bene ricordarlo, non contava ancora sui social network. Lui la vedeva come una cosa poco concreta, quasi un passatempo. Invece io andai avanti e l’11 gennaio 2007 nacque Zerocinquantuno. Sinceramente non avrei mai immaginato che potesse diventare il mio lavoro: col tempo è successo davvero».
Com’era il calcio sul Web quando iniziasti l’avventura? «Completamente diverso da oggi. All’epoca collaboravo con il sito amatoriale Mondorossoblu.it, che era tra le pochissime realtà dedicate al Bologna presenti online (ricordo anche il Federossoblu.com). I giornali tradizionali avevano ancora un dominio totale, se non esclusivo, dell’informazione sportiva. Però proprio in quegli anni stava nascendo qualcosa di nuovo: non solo notizie, ma una comunità. La gente iniziava a vivere il tifo anche attraverso Internet, confrontandosi, discutendo e litigando sui forum. ZO è cresciuto dentro quel cambiamento».
Uno dei nomi più legati alla storia del sito è quello di Giorgia Mattioli, figlia dello storico socio fondatore di Ferré, scomparsa prematuramente nel 2019 a 61 anni: che ruolo ha avuto davvero nella crescita di ZO? «Fondamentale, prima di tutto dal punto di vista umano. Tutto il resto è venuto dopo. Prima di essere soci bisogna conoscersi e costruire fiducia reciproca. Giorgia era già un’utente del sito e un giorno vidi sui social alcune foto dei suoi bandieroni rossoblù. Iniziammo a parlare e lei mi disse che seguiva Zerocinquantuno, che le piaceva il nostro modo di raccontare la vita rossoblù e che le sarebbe piaciuto investirci tempo, risorse ed energie. È stata lei a portare alcune delle firme più conosciute di Bologna nel sito e a trasformare ZO in una realtà consolidata, perché l’informazione puntuale e non amatoriale ha un costo non indifferente. Ma soprattutto aveva un’idea molto forte di comunità. Per lei Zerocinquantuno era una famiglia prima ancora che un progetto editoriale: una parte enorme di quello che siamo diventati la dobbiamo a Giorgia».
Come siete riusciti ad andare avanti senza di lei? «Passione e sacrifici sono le parole d’ordine, ogni giorno. Oltre ad alcuni storici partner che ci supportano e che ci tengo a ringraziare di cuore, al pari di tutti quegli utenti che hanno aderito alle nostre raccolte fondi, e ai banner digitali, che sono sì fastidiosi ma fondamentali per irrobustire le finanze, c’è un’altra persona che non fa mai mancare il suo sostegno a ZO. Ma per ora preferisco non dire di più».
Molti definiscono Zerocinquantuno una sorta di “bar dello sport” digitale: ti riconosci in questa definizione? «Assolutamente sì, ed è una cosa che ci rende orgogliosi. Un bravissimo giornalista, che era stato anche nostro collaboratore, un giorno mi disse: “Ma come fate ad avere tutta questa gente che commenta?”. In effetti questa partecipazione su altri siti non si vedeva. Su ZO si è sempre creata discussione vera, a volte anche accesa, ma autentica. È cresciuto così: come un luogo dove il tifoso entra, legge, commenta e si sente parte di qualcosa».
Avete sempre rivendicato una certa libertà di giudizio, anche a costo di andare controcorrente: è ancora così? «Sempre. Noi non siamo filosocietari e non scriviamo per compiacere qualcuno. Siamo tifosi del Bologna e proprio per questo, quando critichiamo, lo facciamo con dispiacere, non con gusto. Solo pochi giorni fa abbiamo definito deludente l’attuale campionato e ci siamo presi parecchie critiche e pure qualche insulto. Poi improvvisamente molti hanno iniziato a dire la stessa cosa. Questo però fa parte del gioco. L’importante è essere onesti con quello che si pensa».
Anche su Saputo hai ammesso di aver cambiato idea nel tempo. «Sì, e non ho problemi a dirlo. Ho sbagliato a criticarlo troppo in certi momenti: alla lunga ha avuto ragione lui. Io ho iniziato a seguire il BFC in epoca Brizzi, dalla Serie C alla B, e poi con Corioni, che mi piaceva molto ma che nel momento decisivo vendette tutti i più importanti facendo tornare la squadra in cadetteria. Gazzoni invece per me è stato il migliore: ha cercato di regalare alla città una squadra davvero importante e nella prima fase della sua presidenza ci ha fatto sognare. In tal senso ci metto dentro anche la scelta di prendere Guidolin, che considero il miglior allenatore degli ultimi trent’anni rossoblù. Saputo però, oltre a riaprire la bacheca dei trofei, ha costruito qualcosa di stabile, e oggi non riconoscerlo sarebbe folle».
Italiano lo vedi ancora nel futuro di questa squadra? «Quando andò via Thiago Motta ero tra i pochi a essere contento dell’ingaggio di Italiano. Lo considero un buonissimo tecnico. Certo, servono giocatori adatti al suo calcio intenso e dispendioso, ma con lui si può fare ancora bene. Da quello che trapela credo resterà anche l’anno prossimo, non so se con un ulteriore prolungamento di contratto, ma lo vedo ancora centrale nel progetto Bologna, anche senza coppe».
Questa stagione come va letta? Assestamento o fallimento? «Di certo non come una stagione sprecata. Le quattro competizioni si sono fatte sentire. Dopo l’andata a Udine eravamo ai vertici ma mi è parso che via via il campionato sia stato messo un po’ in secondo piano, dando priorità alle coppe. C’è stato anche un equivoco quando si è parlato di squadra fisicamente scarica: in società ci si è resi conto che tante energie erano state consumate, e forse Italiano ha sbagliato a dire pubblicamente, seppur tra virgolette, che la stagione era praticamente finita. Però siamo ancora virtualmente in corsa per il settimo posto, e non è poco».
C’è uno scoop o un momento in cui avete capito che ZO era diventato davvero credibile agli occhi dei lettori? «Sì, nell’agosto del 2015 con la notizia della trattativa per portare Mattia Destro al Bologna: fummo noi a svelarla e ci prendemmo parecchie pernacchie. Poi l’operazione si concretizzò davvero e diventammo estremamente affidabili agli occhi di molti tifosi: la gente iniziò a capire che non pubblicavamo cose a caso».
Oggi il problema dell’affidabilità è centrale nell’informazione sportiva online? «Molto. A differenza di altri, io il futuro della stampa sportiva lo vedo ancora roseo, sia digitale che non digitale. Il cartaceo soffre perché non ha l’immediatezza del Web, ma mantiene la forza dell’approfondimento. Il problema vero oggi è distinguere chi verifica le notizie da chi copia o inventa. Noi preferiamo lasciare una pagina vuota piuttosto che pubblicare una cosa non verificata solo per fare clic».
Zerocinquantuno è un sito dedicato a Marco Di Vaio: una scelta che nel tempo ha fatto discutere, ma che non avete mai messo in discussione. «No, perché non abbiamo mai pensato di aver sbagliato. Peraltro all’epoca della decisione, nel 2013, Di Vaio era in Canada e giocava per gli allora Montreal Impact. Marco è stato ed è una figura importante per Bologna, sia calcisticamente che umanamente. Con lui c’è sempre stato un ottimo rapporto ed è una persona che, tra parentesi ma non troppo, ha condotto tantissime iniziative benefiche in silenzio, senza pubblicità. Oggi è un alto dirigente del club e credo lo sarà ancora a lungo. E anche se un giorno la carriera dovesse portarlo altrove, il sito resterà dedicato a lui finché esisteremo».
Dopo vent’anni, cos’è rimasto identico al primo giorno? «L’idea che ZO debba essere prima di tutto una casa per i tifosi del BFC. Non abbiamo mai avuto un vero rapporto con la tifoseria organizzata, ma abbiamo sempre mantenuto un filo diretto coi singoli tifosi, con le loro storie, le loro emozioni, le loro discussioni. Alla fine è questo che ha fatto crescere il sito: non soltanto le notizie, ma il senso d’appartenenza».







































