Zerocinquantuno
·17 de abril de 2026
Se l’Europa resta un obiettivo e non un ricordo recente, questo è il momento di dimostrarlo. In campo e soprattutto nelle intenzioni

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·17 de abril de 2026

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In Europa, per definizione, il viaggio finisce sempre allo stesso modo: o si alza una coppa, oppure si esce. Non ci sono vie intermedie. E allora il Bologna, arrivato fino ai quarti dopo 27 anni di attesa, ha fatto ciò che era lecito attendersi, forse anche qualcosa in più. Ha assaporato ancora una volta il palcoscenico internazionale, ne ha respirato l’atmosfera, ne ha colto il prestigio. Ma proprio per questo, ora, il punto non è tanto come si esce, quanto se si ha davvero l’ambizione di rientrarci. Perché le coppe, una volta frequentate, rischiano di diventare un’abitudine. O almeno, dovrebbero.
Il BFC ci è tornato, ha imparato a starci, ha dimostrato di poter competere. Il passaggio naturale, quasi obbligato, sarebbe quello di provarci ancora. Subito. Senza pause, senza passi indietro. E invece il messaggio che filtra è diverso. Più prudente, quasi rinunciatario. Vincenzo Italiano l’ha detto senza giri di parole: l’obiettivo fissato dal club è l’ottavo posto. Una dichiarazione che sorprende, non tanto per il traguardo in sé, quanto per il contesto in cui arriva. A sei giornate dalla fine, i rossoblù sono già ottavi, con un margine rassicurante sulla nona. Viene allora spontaneo chiedersi: perché limitarsi a difendere una posizione già acquisita, invece di guardare avanti?
Il settimo posto non è un miraggio. È lì, a cinque punti, con in mezzo uno scontro diretto con l’Atalanta, e raggiungerlo potrebbe valere l’accesso alla Conference League, a seconda degli incastri della Coppa Italia. Non un’utopia, ma un obiettivo concreto per una squadra che ha già dimostrato di poter stare a certi livelli. Eppure, nelle parole che arrivano dal campo e – soprattutto – nel silenzio della società, sembra emergere una linea diversa. Più cauta, più contenuta. È questo il punto che lascia più perplessi. Non tanto l’eventuale mancata qualificazione europea, quanto la sensazione di un cambio di prospettiva.
Fino a poco tempo fa si parlava di un Bologna stabilmente proiettato verso l’Europa, di una crescita continua, di un consolidamento ambizioso. Oggi, invece, il traguardo dichiarato sembra essere diventato una soglia minima da non superare, più che un trampolino da cui rilanciarsi. Il rischio è che dietro questa prudenza si nasconda altro: un ridimensionamento, magari non esplicitato, ma progressivamente accettato. E allora le domande diventano inevitabili. Qual è il vero progetto del club? Quale orizzonte si immagina per la squadra dei prossimi anni? E, soprattutto, Vincenzo Italiano (tra gli allenatori più pagati della Serie A) è parte integrante di questo percorso o una figura destinata a trovarsi presto fuori contesto?
Servirebbe chiarezza. Servirebbe una linea, una visione dichiarata, che restituisca coerenza tra ambizioni e parole. Perché se l’ottavo posto rappresenta davvero il massimo a cui si può aspirare, allora tanto vale dirlo apertamente: sarebbe il segnale di una squadra che ha già scelto di fermarsi, o quantomeno di rallentare. Magari anche in previsione di un’estate di cambiamenti profondi. Ma se così non è, se l’Europa resta un obiettivo e non un ricordo recente, allora questo è il momento di dimostrarlo. In campo, certo. Ma prima ancora nelle intenzioni. Perché le classifiche si giocano sui risultati, ma i cicli si costruiscono sulle ambizioni.
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