Calcio e Finanza
·29 de junho de 2026
Tra peso politico e lo strappo del 2023, alcuni presidenti italiani non vogliono Mancini Ct: ecco perché

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La scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale si è trasformata in una partita politica. Non c’è soltanto il nome del successore di Gennaro Gattuso sul tavolo, ma – come spiegato sul Corriere dello Sport dal direttore Ivan Zazzaroni – anche un braccio di ferro più ampio tra il nuovo presidente della FIGC Giovanni Malagò e una parte dei club di Serie A. Al centro del confronto c’è Roberto Mancini, indicato come uno dei candidati forti insieme ad Antonio Conte, ma non gradito da alcuni presidenti.
Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, la decisione è attesa tra mercoledì e giovedì e la scelta ruota soprattutto attorno a due profili: Mancini, Ct campione d’Europa nel 2021, e Conte, già alla guida dell’Italia tra il 2014 e il 2016. Ma è proprio sul nome dell’allenatore di Jesi che si registra la resistenza più evidente da parte tre o quattro presidenti italiani (mentre le proprietà straniere non sono interessate a questa specifica partita), tra i quali il numero uno dell’Inter Giuseppe Marotta.
Ma da cosa nasce questa resistenza? Il primo motivo è legato al passato recente. L’addio di Mancini alla Nazionale, il 13 agosto 2023, viene ancora considerato da diversi dirigenti un passaggio traumatico. Le dimissioni arrivarono all’improvviso, nel pieno di una fase delicata per la FIGC e per il calcio italiano, lasciando un segno profondo nei rapporti con una parte del sistema. Per questo, il suo eventuale ritorno non viene letto soltanto come una valutazione tecnica, ma anche come una questione di opportunità politica e istituzionale.
Il secondo punto riguarda il rapporto tra il mondo federale e i club. Una parte della Serie A teme che il ritorno di Mancini possa rappresentare una scelta calata dall’alto, più legata agli equilibri tra Malagò e la Federazione che a una reale condivisione con le società. Il tema, in sostanza, è quello del peso dei club nelle decisioni strategiche della FIGC: non tutti sarebbero disposti ad accettare che la scelta del Ct venga definita senza un confronto più ampio con chi rappresenta il principale bacino del calcio italiano.
C’è poi una componente personale e ambientale. Mancini, nonostante il trionfo europeo del 2021, non ha più lo stesso consenso unanime di allora. Il modo in cui lasciò la panchina azzurra, seguito dall’esperienza in Arabia Saudita, ha incrinato parte del capitale politico costruito negli anni precedenti. Alcuni presidenti, secondo il quotidiano, fanno pesare proprio quella rottura: non contestano necessariamente il valore dell’allenatore, ma ritengono difficile ripartire da chi aveva interrotto il rapporto con la Nazionale in modo così brusco.
Sul fronte opposto, Antonio Conte viene considerato un’alternativa forte anche per una ragione precisa: pur avendo lasciato la Nazionale nel 2016, lo fece dopo l’Europeo e al termine di un percorso programmato. La sua uscita, quindi, non ha prodotto lo stesso strappo politico e simbolico di quella di Mancini. Anche per questo il suo nome appare meno divisivo agli occhi di una parte dei club, pur comportando inevitabilmente valutazioni economiche, tecniche e di compatibilità con il progetto federale.
La partita, però, non si esaurisce nella contrapposizione tra due allenatori. Il nodo vero è il nuovo equilibrio di potere dentro il calcio italiano. Malagò, appena arrivato alla guida della FIGC, deve assumersi la responsabilità della scelta, ma sa che una decisione su Mancini rischierebbe di accentuare lo scontro con alcuni presidenti. Allo stesso tempo, cedere al veto dei club significherebbe partire con una Federazione condizionata fin dal primo dossier.
Per questo il dossier Ct è diventato molto più di una nomina tecnica. La Nazionale arriva da una fase fragile e ha bisogno di una guida riconosciuta, ma anche di un clima compatto attorno al nuovo progetto. Il problema di Mancini, oggi, non è il curriculum: è il peso politico del suo ritorno. Per alcuni club, richiamarlo significherebbe archiviare troppo in fretta la frattura del 2023. Per Malagò, invece, potrebbe essere il modo più rapido per affidarsi a un tecnico già vincente e pronto a ripartire.
La scelta finale dirà dunque non solo chi guiderà l’Italia, ma anche chi avrà davvero il peso maggiore nella nuova FIGC.







































