Calcionews24
·22 de janeiro de 2026
Verona, il ds Sogliano: «Vi racconto il mio no al Milan. Giovane un grande talento, ma mi ha sorpreso Belghali! Vi svelo il mio colpo migliore»

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Sean Sogliano, direttore sportivo del Verona, si racconta a La Gazzetta dello Sport. Dagli inizi a Varese all’eredità del padre Riccardo, dal coraggioso rifiuto al Milan di Galliani alle sfide e ai colpi di mercato: ecco le sue parole.
LA DEFINIZIONE DI SÉ – «Mi definisco un direttore sportivo naif, forse per il nome che porto. Ho avuto come modelli i ds di una volta: decidevano, incidevano, soffrivano. Il sistema è cambiato: giusto adeguarsi, ma senza esagerare. Questo ho fatto, non ho mai voluto riempire solo una casella: ho sempre scelto pensando non al “dove”, ma al “come”».
L’EREDITÀ DI PAPÀ RICKY – «Fra quei modelli c’è anche mio padre. Sono nato in uno spogliatoio di calcio e cresciuto chiedendomi perché, quando tornava a casa, Ricky avesse sempre la testa altrove: poi l’ho capito. Rapporto anche ruvido, fra due caratteri forti, ma è stato un bene che fosse il contrario del padre che vuole un figlio calciatore. Mi diceva “Studia, è meglio” e così ho sempre avuto più fame di un bambino di una favela: per dimostrare che potevo essere un giocatore da Serie A e poi un ds».
IL CALCIATORE – «Da difensore ero il contrario del giocatore naif. Ideale per un allenatore: alzavo il livello dell’allenamento e se non mi faceva giocare sapeva che ero incazzato, ma anche che la volta dopo avrei corso come un assatanato, che fosse per 90’ o 5’. Che si sarebbe giocato dieci contro dieci: quello che dovevo marcare, lo dovevo annullare. Alla Gentile, se devo parlare di un’ispirazione».
IL COMPAGNO PIU’ FORTE – «Forse Rapajc, ma era troppo buono di carattere. E poi si vedeva che Materazzi e Grosso sarebbero arrivati in alto e uno fortissimo era anche Rizzitelli».
L’AVVERSARIO PIU’ FORTE – «La mia era una Serie A di fenomeni: Zidane, Del Piero… Ma diventai matto a marcare Weah: menare lui era come picchiare su un albero».
L’INIZIO DELLA CARRIERA DA DIRIGENTE – «Sono a fine carriera, chiedo al Varese di allenarmi con loro ma il club fallisce. Proposta del consorzio locale che subentra: “Vuoi fare il giocatore-dirigente?”. “No, se volete faccio il ds giovane”. Sette stagioni, torniamo in B dopo 25 anni, annusiamo la A. Il mestiere che volevo fare, e a casa mia: ho dato l’anima».
L’ESPERIENZA A PALERMO – «Sfioro la A, ma vado al Palermo, dove Zamparini mi annuncia così: “Sogliano starà con noi 4-5 anni”. E invece dopo cinque mesi mi dimetto, eccolo il Sogliano naif. Zamparini mi aveva tempestato di telefonate per convincermi, ma si sentiva allenatore, voleva fare la formazione: io avevo accettato per mettermi in discussione, non per fare il tramite fra lui e il tecnico».
IL PRIMO VERONA E IL NO AL MILAN – «Tre anni top a Verona: subito promozione in A, dopo undici anni, e poi due salvezze. Ma nel 2015, con la squadra già tranquilla, mi cerca il Milan: mi vogliono Barbara Berlusconi, anzitutto, e Galliani. Che però è onestissimo: “Io ormai mi occupo molto di mercato”. Molto orgoglioso per la stima, ma anche molto testone come sono, rispondo: “Se devo essere più un problema che un ds, preferisco non venire”. Bel coraggio… Non le dico quanti “Ma che c… fai, sei scemo?” mi presi. Ma le dico anche quello che mi ha confessato Galliani anni dopo: “Che errore non prenderti come ds al Milan”. Danno e beffa: nel frattempo Setti si era guardato intorno e disse che non restavo a Verona perché ero troppo ambizioso».
LE ALTRE ESPERIENZE – «Dopo il Milan il mio percorso prende altre quattro strade. La firma con il Carpi, forse l’unico grande errore della mia carriera. Il sì alla chiamata di Preziosi al Genoa, anche un fatto di cuore: mio padre aveva fatto il ds lì e amava il Genoa, dove capii che Gasperini è un genio, mai viste settimane di lavoro così strepitose per ritmo, intensità. Due anni a Bari dove “scopro” un tecnico, Grosso, che non allena i giornalisti o i tifosi, ma solo la squadra: infatti è decollato. Infine il Padova, parentesi dimenticabile. E siamo al Verona atto secondo. I grandi amori fanno giri immensi e poi ritornano, no? E Verona per me è questo: ho sempre sentito un’empatia unica. Con Setti non ci eravamo sentiti per anni prima di ritrovarci, ma in un mondo che dimentica in fretta, non aveva dimenticato cosa aveva fatto un ds atipico come me».
IL COLPO MIGLIORE – «Iturbe era già una bottiglia di champagne, andava tolto solo il tappo. Forse Ngonge e Noslin, capolavori economici e tecnici: hanno salvato il Verona per due anni. Certo, anche Toni che arriva qui e diventa capocannoniere…».
IL PROSSIMO – «Giovane è un grande talento, ma chi mi ha sorpreso è Belghali: forte, e con personalità».







































