Calcio e Finanza
·29. April 2026
Governo vs Lega sulla FIGC: come la Serie A finanzia la gran parte dello sport italiano

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·29. April 2026

La partita per il controllo del calcio italiano è già iniziata, e si gioca lontano dal campo. Da una parte il Governo, con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che spinge per il commissariamento della FIGC; dall’altra la Lega Serie A, che ha deciso di muoversi in anticipo puntando su Giovanni Malagò come candidato alla presidenza federale. Sullo sfondo, il ruolo decisivo di Giuseppe Marotta, regista dell’operazione, che avrebbe sparigliato i piani dell’esecutivo, convinto di avere il tempo e lo spazio per arrivare a una gestione commissariale della federazione.
Perché il tema è così rilevante anche nelle intenzioni del governo? Per avere una idea, basta dare uno sguardo ai numeri. Il calcio professionistico genera infatti circa 1,13 miliardi di euro di entrate fiscali (tra IVA, IRES, IRAP, IRPEF e contributi), pari a circa l’85% del totale prodotto dall’intero comparto sportivo (1,34 miliardi), considerando i più recenti dati del Report Calcio FIGC. E, in particolare, la sola Serie A ha un impatto pari a circa il 70% dell’intero comparto sportivo, con contribuzione fiscale per 922 milioni di euro.
Parliamo di questa cifra, nello specifico, perché si tratta di risorse che, in base alla normativa vigente sul finanziamento dello sport, alimentano in larga parte il sistema pubblico attraverso Sport e Salute, il CONI e NADO Italia, che poi redistribuiscono ogni anno centinaia di milioni a federazioni, enti di promozione sportiva e attività di base. In particolare infatti, il 32% delle entrate fiscali del settore sportivo vanno a finanziare i contributi per lo sport italiano.
Nel 2026, ad esempio, Sport e Salute destina:
Non è un dettaglio: nei bilanci consuntivi 2024 delle federazioni sportive (gli ultimi resi noti), i contributi erogati da Sport e Salute rappresentano in media circa il 30% dei ricavi complessivi. Si tratta di una media, ovviamente: c’è chi potrebbe farne a meno come la Federtennis (percentuale intorno al 6%) o la Federugby (15%), ma sono poche le federazioni che comunque stanno al di sotto del 20% in termini di impatto dei contributi sul fatturato. Questo significa, in sostanza, che una quota rilevante della sostenibilità economica delle discipline sportive italiane dipende da risorse pubbliche che, a monte, sono generate in larghissima parte dal calcio.
A questo si aggiunge, restando invece nello specifico perimetro calcistico, il meccanismo previsto dalla Legge Melandri), che disciplina la redistribuzione di una quota dei diritti audiovisivi della Serie A. In particolare, il 10% dei ricavi complessivi derivanti dalla commercializzazione dei diritti per legge deve essere destinato allo sviluppo del sistema calcistico: settori giovanili, infrastrutture, attività territoriali e sostegno alle leghe inferiori.
Nella stagione 2025/26, considerando che nel bilancio preventivo della FIGC viene sottolineato che l’1% della quota in questione vale 10,86 milioni di euro, la ripartizione è quindi seguente:
Il risultato è un sistema a doppio livello. Da una parte, il calcio finanzia direttamente se stesso, sostenendo l’intera piramide sportiva interna. Dall’altra, attraverso il peso dominante nel gettito fiscale, alimenta la principale fonte pubblica di finanziamento dello sport italiano.
In altre parole, il calcio non finanzia direttamente tutto lo sport italiano, ma ne sostiene in modo decisivo l’equilibrio economico: alimenta la principale fonte di risorse pubbliche e redistribuisce ricchezza lungo la propria filiera, diventando di fatto il pilastro su cui poggia una parte significativa dell’intero sistema sportivo nazionale.









































