Carlo Antonio Fayer: «Perché il modello Arezzo può essere il punto di inizio della nuova fase dell’impiantistica italiana. Gli stadi non possono vivere 70 ore l’anno» | OneFootball

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Calcio e Finanza

·5 June 2026

Carlo Antonio Fayer: «Perché il modello Arezzo può essere il punto di inizio della nuova fase dell’impiantistica italiana. Gli stadi non possono vivere 70 ore l’anno»

Article image:Carlo Antonio Fayer: «Perché il modello Arezzo può essere il punto di inizio della nuova fase dell’impiantistica italiana. Gli stadi non possono vivere 70 ore l’anno»

In Italia si parla di nuovi stadi da oltre vent’anni, ma tra progetti mai partiti, render rimasti sulla carta e iter amministrativi infiniti, il calcio italiano continua a scontare un ritardo evidente – per non dire strutturale – rispetto ai principali campionati europei.

Ma qualcosa si sta muovendo


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E non soltanto nelle grandi città come Milano o Roma e in centri espressione di club di Serie A, ma anche in realtà di dimensioni più contenute, dove gli stadi possono trasformarsi in un’occasione concreta di rigenerazione urbana e rilancio territoriale.

Da questo concept nasce la rubrica “Stadi che rigenerano”, realizzata da Calcio e Finanza in collaborazione con Giovanna Mirabella che ne cura il coordinamento editoriale. Un concept che vuole essere un viaggio attraverso l’impiantistica sportiva tra modelli italiani ed europei, casi studio, criticità e nuove visioni, partendo da una convinzione sempre più centrale nel dibattito internazionale: uno stadio non può più essere un’infrastruttura utilizzata poche decine di ore all’anno, ma deve diventare un asset urbano vivo, sostenibile e integrato nel tessuto cittadino.

Per la prima puntata abbiamo incontrato a Milano Carlo Antonio Fayer, architetto e fondatore di M28Studio, coordinatore del progetto del nuovo stadio “Città di Arezzo”, il primo impianto italiano sviluppato integralmente attraverso il percorso previsto dalla nuova legge sugli stadi.

Fayer racconta non soltanto gli aspetti progettuali dell’intervento aretino, ma soprattutto il cambio culturale che, secondo lui, il calcio italiano dovrà affrontare nei prossimi anni. Dalla necessità per i club di diventare realmente proprietari dei propri impianti fino alla differenza tra gestione pubblica e privata, passando per il tema della partecipazione e dell’ascolto dei territori.

«Abbiamo incontrato commercianti, tifosi, gruppi organizzati e imprenditori perché uno stadio non può essere costruito dall’alto», ha ribadito a più riprese l’architetto Fayer.

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