Calcio e Finanza
·25 April 2026
Da Chivu a Marotta e Oaktree, tutti i meriti nel probabile scudetto dell’Inter. Nelle sue enormi colpe, non va scordato neanche Zhang

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·25 April 2026

Con quattro punti da conquistare nelle prossime cinque partite anche il più scaramantico dei tifosi nerazzurri è ormai persuaso che l’Inter veda ormai molto da vicino il suo 21º scudetto. Nel caso arrivasse si tratterebbe del terzo titolo negli ultimi sei anni (con tre allenatori diversi), il primo da tecnico per Cristian Chivu e soprattutto il primo trofeo dell’era Oaktree che diventò il maggiore azionista del club (con il 99,6%) nell’estate 2024 dopo avere escusso il pegno da Steven Zhang.
Inoltre se al Tricolore si dovesse aggiungere anche il trionfo in Coppa Italia (la finale è in programma il 13 maggio all’Olimpico contro la Lazio) questa stagione potrebbe diventare veramente molto importante per il club milanese. Infatti nella storia del calcio italiano, da quando nel 1922 venne istituita la coppa nazionale, soltanto 10 volte su 78 edizioni (dopo la prima, il torneo riprese nel 1935, venne interrotto nel 1943/44 per la guerra e riprese solo nel 1958) un sodalizio ha centrato l’accoppiata.
Questi i precedenti:
Come sempre avviene per qualsiasi vincitore, anche quest’anno non mancheranno poi i detrattori e nel caso dell’Inter probabilmente l’enfasi sarà posta sull’eliminazione ai playoff di Champions League per mano dei non irresistibili norvegesi del Bodo Glimt o la scarsa efficacia della squadra di Chivu negli scontri con le big sia in Italia che all’estero (e questo è un dato sul quale sia la dirigenza che il tecnico rumeno stanno analizzando). Probabilmente poi questi stessi detrattori sono gli stessi che l’anno scorso rimproveravano all’Inter di Inzaghi di non avere vinto niente anche se quanto fatto nella passata stagione con le eliminazioni di Bayern Monaco e Barcellona ha un valore probabilmente superiore a livello tecnico di quanto compiuto quest’anno.
Ovviamente lo scudetto è il risultato congiunto di tutte la componenti di un club dai proprietari all’ultimo dei magazzinieri, passando per dirigenti, staff tecnico e calciatori. Però nel caso dell’Inter di quest’anno non può esser dimenticato una sorta di convitato di pietra, un “kamikaze finanziario” che ha sì perso la società per propria incapacità e per non avere potuto rimborsare un debito a pegno ma al quale in parte e in qualche modo si deve anche il merito della ritrovata competitività sportiva dell’Inter degli ultimi anni. Ovviamente si sta parlando dell’ex presidente Steven Zhang e per capire il perché è utile ripartire per bene i meriti alle varie componenti del club.
Partendo dal campo uno dei più grandi meriti va senza dubbio al gruppo giocatori che, uscito psicologicamente distrutto dalla finale di Champions League dello scorso anno, ha saputo ritrovarsi nel prosieguo dell’annata, non senza qualche schermaglia verbale anche tra i giocatori più noti – celebre quella di Lautaro Martinez nei confronti di Hakan Calhanoglu – già durante il Mondiale per Club negli Stati Uniti.
In termini futuri la scarsa efficacia della squadra sia negli scontri diretti in Italia sia contro le big in Europa è un punto sotto osservazione sia da parte dei dirigenti che dello staff tecnico e questo testimonia come probabilmente la rosa abbia bisogno di ristrutturazioni sostanziose nel mercato. Inoltre mai come quest’anno è emersa in maniera adamantina (o se si vuole argentina visto l’interessato) la leadership tecnica e morale di Lautaro Martinez, un giocatore che non a caso a 28 anni ha già vinto un Mondiale, due Coppa America con la nazionale albiceleste oltre a svariati titoli nell’Inter. E questo probabilmente spiega anche perché molti calciatori italiani non rendano in Nazionale quanto invece rendono in nerazzurro.
Rimanendo nella parte tecnica, un altro enorme merito va a Cristian Chivu che praticamente da esordiente (prima di inizio campionato aveva al suo attivo solo 13 panchine in Serie A) potrebbe centrare l’accoppiata scudetto-coppa, unico caso nella storia alla prima stagione intera da allenatore.
È evidente che molto del lavoro psicologico di cui sopra è ascrivibile al tecnico rumeno, il quale all’inizio della sua avventura ha avuto anche il merito di non badare molto alle voci su Fabregas né si è scoraggiato quando si è trovato in difficoltà quando doveva formare il suo staff tecnico: prima di virare su Aleksandar Kolarov come suo secondo Chivu domandò all’amico Walter Samuel la sua disponibilità ricevendo però un garbato «no grazie» perché a un anno dal Mondiale l’ex centrale difensivo non se la sentì di lasciare la nazionale argentina (dove è nello staff del ct Scaloni).
Non solo, probabilmente memore dei grandi maestri avuti da calciatore (Koeman, Capello, Spalletti, Mancini e Mourinho per citarne alcuni) Chivu ha apportato anche innovazioni tattiche alla squadra che era di Inzaghi. Inoltre ha dimostrato anche di saper badare tremendamente al sodo quando è stato necessario (cosa che viene spesso rimproverato allo stesso Inzaghi). Analizzando la stagione per esempio si evincono almeno quattro snodi principali nei quali Chivu non è andato tanto per il sottile:
Passando dal campo alla scrivania è sufficiente un fatto per evidenziare i meriti di Beppe Marotta: se dovesse arrivare il titolo quest’anno, gli ultimi tre scudetti nerazzurri porteranno la firma di tre allenatori diversi (Conte, Inzaghi e appunto Chivu), di due proprietà diverse (gli Zhang e Oaktree) e di un solo amministratore delegato (ora anche presidente), ovvero il manager varesino, che si prepara anche a festeggiare la sua personale stella, con il decimo scudetto vinto da dirigente. Un particolare che la dice lunga sul valore di chi gestisce il club.
D’altronde Marotta giunse a Milano durante la stagione 2018/19 e sotto la sua guida operativa i nerazzurri hanno ottenuto:
Un lasso di tempo di otto stagioni nel quale l’Inter non solo non ha mai mancato la qualificazione alla macchina da soldi della Champions League ma anche in cui ha dimostrato una continuità sportiva ai massimi livelli, al punto che trova pochi riscontri nella storia nerazzurra, ad eccezion fatta per la Grande Inter degli anni sessanta e per il quinquennio morattiano 2006-2010 culminato con il triplete.
Soprattutto però questa continuità di rendimento si è accompagnata a un costante miglioramento nei conti. L’Inter di Zhang registrava perdite di svariate decine di milioni di euro ogni anno (700 milioni tra il 2016/17 e il 2023/24, anni in cui ha pesato anche il Covid) con fatturati che si aggiravano sui 400 milioni (con un picco di 470 milioni nel 2023/24) e a fronte di quei ricavi l’indebitamento era notevole se non notevolissimo: sino a toccare anche 881 milioni nel 2022 (prima di scendere a 734 milioni nel giugno 2024) con tassi di interesse che su alcuni prestiti erano in doppia cifra.
L’Inter dell’ultimo bilancio (2024/25) ha invece presentato ricavi per 567 milioni e un utile di 35 milioni con un indebitamento in netta diminuzione (sui 660 milioni). E se nell’esercizio scorso pesavano i risultati straordinari in campo, tra finale di Champions League e la partecipazione al Mondiale per Club, quest’anno sarà un bilancio più ordinario ma che comunque va verso l’equilibrio (in attesa di quantificare la cifra che verrà incassata per il caso IMG). In base alle prime stime di Calcio e Finanza, infatti, il club nerazzurro dovrebbe chiudere il bilancio 2026 nell’area del breakeven: al netto calo dei ricavi per i motivi di cui sopra (minori diritti tv da UEFA e nessun introito dal Mondiale per Club), farà da contraltare un calo dei costi e soprattutto un calo negli interessi sui debiti, dopo l’operazione di rifinanziamento.
Ed è proprio in questo quadro che si inserisce un altro grande merito di Marotta, quello cioè di essere stato il grande tessitore e in qualche modo il garante del passaggio di proprietà tra Zhang e Oaktree. Nella primavera 2024, quando la squadra stava per conquistare la seconda stella, era ormai evidente che Zhang avrebbe avuto molte difficoltà nel ripagare quel debito salito a 395 milioni in capo a sé stesso (e quindi non all’Inter che era il bene impegnato), senza il rimborso del quale l’imprenditore cinese avrebbe perso il club nerazzurro alla data del 20 maggio. In quel periodo Marotta agì come interfaccia tra le due parti assicurando che il passaggio avvenisse nel modo meno indolore possibile. L’esito finale fu che in quell’estate i tifosi nerazzurri poterono festeggiare non solo il 20° scudetto ma anche la questione non certo secondaria che la società fosse passata in mani più solide. Oltre al punto che avesse molti meno debiti lungo la filiera della sua catena di controllo: i 395 milioni del debito acceso da Zhang a titolo personale smisero nei fatti di esserci nel momento della passaggio di proprietà, proprio perché erano da ripagare ad Oaktree, che in mancanza del rimborso si prese la proprietà dell’Inter.
Salendo ulteriormente la catena di comando è evidente che tutti i meriti finanziari di Marotta di cui sopra devono essere quantomeno condivisi, se non redistribuiti in larghissima parte, con Oaktree che subentrando a Zhang ha avuto e avrà per sempre un merito storico (e l’aggettivo non è assolutamente usato a caso): quello di avere assicurato alla società nerazzurra una proprietà stabile e solida. Aspetto che i tifosi interisti faranno bene a non dimenticare.
Inoltre Alejandro Cano e Katherine Ralph, i due manager che per conto del fondo statunitense gestiscono l’Inter, hanno avuto anche il merito di avere capito immediatamente:
A ben vedere insomma Oaktree ha attuato al meglio quella che è considerata la best practice aziendale per quanto concerne le proprietà: queste scelgono gli amministratori delegati, li lasciano lavorare senza mai far venire meno né una dialettica interna né una supervisione costante e poi se i dirigenti portano risultati si confermano e si premiano.
Senza dimenticare inoltre la situazione legata allo stadio, in cui i lavori (dopo anni di rallentamenti) hanno avuto una forte accelerata dall’estate 2024, con l’arrivo di Oaktree alla guida del club nerazzurro e la presidenza Marotta. Nel giro di poco più di un anno, infatti, l’Inter insieme al Milan è arrivata ad acquistare l’attuale San Siro insieme alle aree limitrofe, in attesa di prossimi sviluppi che (al netto delle indagini giudiziarie) dovrebbero vedere i due club presentare, entro il prossimo mese di giugno, il progetto del nuovo Meazza che nascerà accanto all’attuale impianto (il quale verrà in un secondo momento demolito).
Come si diceva però in tutta questa vicenda c’è però una sorta di convitato di pietra, una persona, quale l’ex presidente Steven Zhang che sicuramente per colpa sua, che sicuramente non può e non deve essere portato a esempio di buon management, per essersi assunto rischi assolutamente eccessivi a livello finanziario (anche se nessuno poteva prevedere il Covid) ha perso una società valutata ora ben oltre il miliardo per non essere riuscito a rimborsare un debito a pegno di circa 400 milioni.
Nello specifico quel debito fu acceso nella primavera del 2021, nel pieno delle conseguenze del lockdown, per poter sostenere i corposi investimenti fatti nelle estati precedenti. Spese ritenute necessarie per venire incontro ai desiderata di Antonio Conte sul mercato che però discendevano in primo luogo dalle stesse ambizioni di Zhang di essere un presidente vincente e poi di quelle della dirigenza già targata Marotta (il merito di avere portato il manager varesino a Milano è comunque da ascrivere alla proprietà cinese).
Ed è da lì, da quella iniezione di risorse economiche che è iniziato quel ciclo vincente tuttora in essere. Molti di quei soldi non a caso servirono per gestire i ricchi acquisti fatti dall’estate 2019 per rinforzare la squadra che già in quella stagione, trascinata da Romelu Lukaku, giunse seconda in campionato e alla finale di Europa League. Per poi ottenere il 19° scudetto nell’annata successiva grazie anche tra gli altri all’ inserimento per esempio di Hakimi.
A livello economico quel debito, che era un’operazione già azzardata in sé (il tasso di interesse era del 12% annuo),si complicò quasi irrimediabilmente con il prosieguo della pandemia, quando il club non ebbe più modo nemmeno di intascare gli introiti da biglietteria che da sempre i fedelissimi tifosi nerazzurri fanno pervenire al club. E da lì si ingenerarono addirittura problemi di cassa nella gestione corrente. In quel quadro non sorprese più di tanto che Zhang nella primavera 2021 aderì immediatamente al progetto Superlega vista come l’unico modo per poter ripagare i debiti e conservare il controllo della società (non a caso poi l’Inter fece inversione di marcia in modo repentino non appena fu evidente che il piano ribelle non sarebbe andato da nessuna parte).
Soldi che quindi furono fondamentali non solo per coprire le necessità generate dalle estati precedenti, ma che servirono anche come base per il rilancio sportivo negli anni seguenti. Poi certamente Marotta e Ausilio furono bravissimi a prendere un Lukaku ancora giovane e Hakimi che rivenduti nell’estate 2021 salvarono il bilancio nerazzurro (messo in difficoltà per le stesse scelte di Zhang, sia chiaro) per poi iniziare quel percorso virtuoso che ha portato ai trionfi degli anni dopo (senza dimenticare l’altra grande plusvalenza, quella di Onana nel 2023, che gettò le basi per lo scudetto 2023/24).
Per stare a Milano se è vero che Marotta e Ausilio non comprarono Estupiñan o Emerson Royal, è altrettanto vero che il management del Milan attuale non ebbe mai quelle risorse avute dalla dirigenza interista nel 2019. Al limite, proseguendo nel paragone tutto milanese, qualche disponibilità la ebbero Fassone e Mirabelli ai tempi del «passiamo alla cose formali». Però invece di investire su profili di grande prospetto preferirono puntare per esempio su un Bonucci che aveva la stessa voglia di lasciare la Juventus di quella di un ragazzino di tornare a scuola dopo le vacanze estive.
Per tutto questo, sebbene certamente l’ex presidente cinese non possa essere portato a esempio di grande dirigente d’azienda (a maggior ragione da una testata che fa dell’equilibrio tra la competenza economica e la competitività sportiva il mantra con il quale giudicare i dirigenti), non si può non dare anche a Steven Zhang una parte, anche minima, di merito del probabile 21° scudetto nerazzurro.
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