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Zerocinquantuno

·8 February 2026

Il Bologna come il gatto di Schrödinger: è vivo o morto? Il paradosso di una stagione sempre più maledetta

Article image:Il Bologna come il gatto di Schrödinger: è vivo o morto? Il paradosso di una stagione sempre più maledetta

Tempo di Lettura: 2 minuti

Il Bologna è diventato un gatto. Non un gatto qualsiasi, ma il gatto di Schrödinger. Tradotto dalla fisica quantistica: Erwin Schrödinger fu l’ideatore di un famoso e un po’ crudele esperimento mentale che finì per prendere il suo nome; chiuse un gatto in una scatola con un meccanismo casuale che avrebbe potuto ucciderlo oppure no.


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Finché la scatola restava chiusa, secondo la teoria quantistica, il gatto era contemporaneamente vivo e morto. Solo aprendo la scatola, la verità sarebbe venuta a galla. Ecco, il Bologna di quest’anno è esattamente così. È vivo e morto allo stesso tempo. Dipende solo da quale parte si apre.

Oggi, per esempio, la scatola si è aperta nel modo peggiore dei modi, con un paio di déjà-vu allarmanti: l’espulsione di Pobega dopo venti minuti e un gol regalato per marcatura blanda a tempo scaduto, come accaduto a Marassi su Messias e a Como su Baturina.

Il problema non è la sconfitta in sé. In Serie A si può perdere con chiunque, anche col Parma, soprattutto se resti in dieci per un’ora. Il problema è che quella col Parma non è una sconfitta isolata, ma la logica conseguenza di un atteggiamento complessivo che sembra rasentare la rassegnazione.

Nelle facce dei giocatori e nelle parole di Italiano non leggiamo rabbia, ribellione, furore. Ma paura, incredulità, persino sgomento.

Italiano dice: «Otto mesi fa vincevamo la Coppa Italia». Ecco, otto mesi fa, il trapassato remoto, nell’orologio implacabile del calcio. Otto mesi fa il Bologna non solo non perdeva quasi mai, ma soprattutto non perdeva mai male, com’è accaduto (solo per stare all’altro ieri) contro Fiorentina e Milan. E soprattutto era in grado di mantenere un livello di prestazioni sempre ampiamente sopra la sufficienza.

Oggi, invece, la stessa squadra può giocare una partita europea con personalità e poi, tre giorni dopo, diventare improvvisamente fragile, nervosa, imprecisa. E qui nasce il vero paradosso di una stagione sempre più maledetta.

Mentre il campionato diventa pericolosamente incerto (non vorremmo ricordare che dopo 24 giornate l’ultimo Mazzone aveva due punti in più di Italiano oggi), il Bologna è ancora vivo nelle coppe, ormai l’ultima strada di accesso all’Europa. A patto di vincerne una, s’intende.

Così il giovedì si gioca per arrivare tra le migliori d’Europa, la domenica si scende in campo con l’aria di chi deve dimostrare di non essere diventato improvvisamente mediocre se non pericolante.

Non è una lotta salvezza, almeno per ora. Ma non è nemmeno la stagione tranquilla che ci si immaginava quando, pochi mesi fa, il Bologna viaggiava davanti alla Juventus e guardava la zona scudetto senza cannocchiale. Il rischio, adesso, è tutto psicologico. Non è tanto la retrocessione (i numeri non lo suggeriscono ancora, anche se la prudenza non è mai troppa), quanto l’idea di trasformare ogni partita in un piccolo dramma.

Una squadra che ha assaggiato l’Europa e sogna una semifinale di Coppa Italia (a patto di battere la Lazio mercoledì prossimo) non può vivere con l’ansia di fare figuracce ogni domenica.

Le coppe, che dovrebbero essere il premio, rischiano di diventare una distrazione, persino un ostacolo. Una specie di fuga dal campionato, che però torna puntuale ad esigere il suo conto.

Il Bologna è nella scatola di Schrödinger. Ma prima o poi quella scatola andrà aperta davvero. E allora si capirà se è vivo o morto.

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