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·3 June 2026
Pinna: «Pisacane ha un attaccamento alla maglia del Cagliari da sardo vero! Il giorno del mio esordio lo percepisco ancora come fosse successo oggi» – ESCLUSIVA

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Simone Pinna è cresciuto quasi integralmente nel settore giovanile rossoblù, il tutto per poi esordire in prima squadra. Dopo la prima stagione per lui è arrivata una serie di prestiti, tra cui Olbia, Empoli e Ascoli. L’ex giocatore del Cagliari, reduce dalla grande cavalcata in Serie D con la maglia del Monastir, ci ha concesso un’intervista esclusiva.
La sua stagione terminata con la vittoria dei playoff di categoria, gli anni trascorsi al Cagliari e non solo. In particolar modo abbiamo avuto la possibilità di confrontarci su quelli che sono i problemi che affliggono il calcio italiano in modo sistematico. Le sue parole:
Nell’ultima stagione il tuo Monastir ha stupito tutti vincendo i playoff di Serie D da neopromossa. Che annata è stata?
«E’ stata sicuramente un’annata fantastica e ovviamente nessuno se l’aspettava in partenza. Con il passare delle partite, dei risultati, anzi più che dei risultati delle prestazioni, ci siamo resi conto che, seguendo quello che era la proposta dello staff e avendo un’intensità alta, potevamo dar fastidio a chiunque. Ovviamente poi ci sono le annate nelle quali quelle quattro-cinque partite ti fanno fare il salto di qualità tra arrivare ottavo-decimo arrivare terzo-quarto. Quegli episodi sono stati a noi favorevoli, siamo stati bravi a prenderceli, quindi penso sia meritato alla fine. Non solo si è arrivati ai playoff ma in due gare abbiamo dimostrato anche di poter vincere e quindi penso che ce lo siamo più che meritato».
Il tuo percorso giovanile si è sviluppato per buona parte nel Cagliari. Qual è il tuo ricordo più bello di quegli anni?
«Ho avuto la fortuna di essere stato convocato qualche volta sia quando ero molto piccolo con le categorie dei ragazzi più grandi, quello è un motivo di grande soddisfazioni. Ricordo poi l’ultimo anno di Primavera, in cui ho disputato solo i sei mesi prima di andare a Olbia, noi eravamo primi in campionato in Primavera e sono stato convocato in prima squadra quando il Cagliari era in Serie B e ha vinto il campionato. Sono stato convocato con loro e quello è uno dei ricordi più entusiasmanti».
Il 18 agosto 2019 per te rappresenta una data importante, il tuo esordio con il Cagliari. Che sensazioni provo ripensando a quel giorno?
«Quel giorno ho fatto il mio esordio in Coppa Italia, poi il 25 agosto ho fatto anche l’esordio in Serie A. Quelle sensazioni è come se le avessi sempre vive. Nel senso che ricordo ogni particolare, ogni sensazione di quel giorno, perché è andata proprio come l’avevo immaginato».
Dopo quella stagione hai girovagato in prestito. Data la tua esperienza pensi che andare subito in prestito possa giovare ad un ragazzo o credi che rischi di togliergli qualcosa?
«Allora, questa è una domanda che ha molte sfaccettature nel darti una risposta. Nel senso, se il prestito è fatto in una maniera ponderata, sia con la società di appartenenza, sia con la società alla quale dovrai andare in prestito, allora è una cosa importante. Perché ti permette di fare quegli step per poi essere pronto al calcio dei grandi, alla Serie A, intendo. Per esempio io ho fatto un doppio salto, ho fatto tre anni in Serie C con l’Olbia e poi ho fatto subito il ritiro in prima squadra e ho giocato in Serie A con il Cagliari. Però se ci fosse stato magari un passaggio in Serie B non da sei mesi, come io che ho fatto due volte sei mesi dopo che sono stato praticamente fermo.
Ogni volta andare fuori a gennaio è difficile, in un campionato complicato come la Serie B e soprattutto con le squadre già in una determinata posizione di classifica, con un determinato campionato da fare, con delle determinate gerarchie. Invece se tu devi fare un prestito, il prestito lo devi fare almeno di un anno dove il ragazzo fa il ritiro con la squadra dove giocherà tutta la stagione. In questo modo può entrare in condizione e nei ritmi della squadra, oltre che nelle gerarchie. Invece ogni volta arrivare a gennaio è dura! E questo può essere fattibile per un attaccante che magari va lì, fa sei gol in Serie B, e quindi uno dice “va bene, ci sta”. Ma un difensore, un centrocampista non sai mai se possono giocare o meno e in che condizioni arrivano. Quindi può essere un’arma a doppio taglio».
Uno dei problemi evidenti del nostro calcio è legato al fatto che non nascono più giocatori come Totti, Del Piero e Cassano. Qual è il problema? C’entra il come vengono “allevati” i giovani?
«Io ho avuto l’esempio la settimana scorsa quando sono andato a vedere una partita di bambini tra gli otto e i nove anni. Il portiere e il difensore centrale senza ricevere pressione fissavano la palla sotto la suola del piede e aspettavano che uscisse una pressione per poi fare determinate giocate schematiche. Io penso che, chiedendo di giocare a due tocchi, di non portare la palla, dandogli quelle indicazioni e quegli ordini, sia limitante per quanto riguarda la la qualità dei giocatori. E’ una cosa che magari favorisce i bambini che hanno normali qualità tecniche, ma limitano molto i ragazzi che hanno spunto, che hanno l’uno contro uno. Questo è sicuramente un fattore determinante all’inizio del settore giovanile. E poi per quanto riguarda il complesso io penso che si dia sempre troppo valore a quello che è il risultato finale. Nel senso tutto viene determinato dal risultato. Quando invece nelle altre nazioni le partite finiscono 3-3, 4-4, 5-5 e si parla di spettacolo puro, non si parla del fatto che quelli hanno preso cinque gol. All’estero si gioca a chi fa più gol, lo sport è spettacolare per quello, non le partite che finiscono 0-0 con un tiro in porta. Quindi si, quello sicuramente fa la differenza.
Io ricordo quando l’Italia ha giocato contro la Bosnia e il loro esterno d’attacco della Bosnia, un ragazzino, prendeva la palla e puntava Dimarco o Bastoni. Ricordo che è rientrato e ha fatto un cross di rabona che è finito in curva. Va bene, non succede niente. Il pubblico ha applaudito il gesto tecnico, ha applaudito il ragazzo. Il ragazzo l’azione dopo prende, guarda in faccia il difensore, lo punta senza nessuna pietà diciamo o timore. Mentre noi sbagliamo una giocata e allora arrivano i fischi, oppure non puoi inventare mai niente perché dicono “guarda questo cosa sta combinando”. Quella è la differenza sostanziale».
Tanti hanno la possibilità di giocare una partita e se la sbagliano sono fuori…
«Ma a parte questo, poi in un ragazzo così giovane come potevo essere io, come poteva essere Jacopo Desogus, si instaurano dei meccanismi dove ti manca la terra sotto i piedi. E quindi quelle giocate che tu facevi pieno di fiducia e convinzione, non le fai più. Questo, da giocatore forte che magari potevi essere in quel contesto, ti fa diventare un giocatore normale per gli altri contesti. O forse anche in altre uno che risulta sotto categoria, capito. Purtroppo da altre parti invece la fiducia è sempre piena e non importa se uno sbaglia, gli danno altre occasioni perché lo valutato durante gli allenamenti».
Tanti ex calciatori puntano il dito contro l’esasperato tatticismo come uno due mali del nostro calcio. Quanto credi che questo incide nella crescita dei giovani talenti?
«Beh, considerato che molte squadre di Serie A giocano con la difesa a tre, ma con la difesa a cinque, diciamo che poi non è mai una difesa a tre perché come quinti vengono schierati due terzini; o comunque due giocatori prettamente difensivi. C’è anche da dire ormai il modulo che usi è diventato relativo, perché poi si gioca con l’occupazione degli spazi, in funzione alla palla, in funzione di dove si muovono gli altri compagni. Però sicuramente anche il tatticismo incide, perché tu quando giochi con un 4-3-3, con un 4-2-3-1, con tre-quattro giocatori offensivi è diverso il modo in cui approcci la partita.
Per quanto riguarda il nostro piccolo, noi siamo una squadra che gioca con l’occupazione degli spazi, però lo con un modulo di base, se vogliamo chiamarlo così, un 4-3-3, con giocatori molto offensivi. Spesso per come costruiamo, per come giochiamo, ci esponiamo a grosse ripartenze, ma va bene, nel senso, siamo pronti a quello perché sappiamo che poi i vantaggi che ci porta a giocare così, sono maggiori rispetto ai rischi che comporta. Non è che se in Premier gli avversari trovano delle ripartenze e vanno in quattro contro due difensori centrali, allora difendono come maiali o son scarsi. No, perché quando attaccano, attaccano tutti perché devono far gol. Se la palla ce l’hanno loro, non devono difendere niente».
Un altro dei problemi, sempre stando a quanto riportato a molti esponenti del mondo del calcio, è il fatto che anche nei settori giovanili si tende a privilegiare la fisicità a discapito della tecnica. Sei d’accordo?
«Eh, sicuramente, perché adesso l’evoluzione del calcio è arrivata proprio a un livello fisico esasperato, diciamo, e dunque non conta più se tu sei capace di saltare l’uomo. Conta se tu nei dati fai 12 km a partita, quanta alta intensità fai, la verità è questa. Quanti centimetri hai, quanto sei alto, cioè è diventato molto più importante il fisico e questo va a discapito soprattutto dei giocatori che hanno qualità, perché spesso poi la qualità viene sovrastata dalla fisicità o meglio, viene preferita la fisicità alla qualità molto spesso. Io l’ho vissuto sulla mia pelle nel settore giovanile, fino alla Primavera ho giocato relativamente poco. Poi ho avuto la fortuna di avere Max Canzi il secondo anno di Primavera e ho fatto sei mesi dove ho giocato con fiducia e consapevolezza e questo mi ha dato il via alla carriera. E questo nonostante io fossi magari 30 cm più basso, pesassi 10 kg in meno rispetto al mio antagonista».
Qual è il tuo giudizio complessivo sulla stagione del Cagliari tra la prima vera esperienza professionistica di Fabio Pisacane, i risultati e la valorizzazione dei giovani?
«Assolutamente sì, rimango un tifoso del Cagliari. Dopo molte annate dove si recriminava un sacco di cose, i risultati, la fatica nel creare gioco, l’età della rosa e tutto. Quest’anno si sono incastrati un sacco di fattori, ma la mano di Pisacane è stata importantissima. Ha fatto la differenza con il gruppo, la coesione e tutto. E poi anche la, quando hai un gruppo così, puoi impiegare chi vuoi, comunque sai che hanno qualità e spirito, che in un gruppo del genere i giocatori si trovano a loro agio; e ovviamente riescono a esprimere le proprie qualità. Perché quest’anno chiunque abbia giocato, ha giocato bene e ha dimostrato di essere della categoria. Pisacane ha portato risultati che poi sono arrivati: alla salvezza con una giornata di anticipo, a moltissime partite giocate ad altissimi livelli anche contro grandi squadre. Quindi questa è la linea tracciata che dovrà essere seguita.
Pisacane c’era il giorno del tuo esordio? Sì, io il 18 agosto, quando ho fatto l’esordio, sono stato sostituito per crampi forse all’80°, ed è entrato Fabio al posto mio. Abbiamo condiviso due stagioni insieme, è una persona straordinaria. Nel senso che ha dei grandissimi valori umani, ma poi soprattutto ha un attaccamento alla maglia del Cagliari da sardo vero. E’ una persona preparatissima che studia, che si documenta, che sta sempre sul campo, uno che si mette sempre in discussione. Trasmette proprio questo attaccamento ai giocatori, gli fa dare quel qualcosa in più, ti porta a raggiungere il risultato. Sono troppo contento per lui».
In chiusura voglio proiettarmi in avanti. Che obiettivo ti sei posto (individuale ma non solo) in vista della prossima stagione?
«A livello individuale ovviamente cercare di arrivare al top della forma fisica, cercare di fare bene e saltare al massimo uno o due partire per squalifica o per qualche acciacco, mi piacerebbe continuare ad essere così. A livello di squadra, ovviamente posso dire poco, nel senso che l’annata che abbiamo vissuto è stata straordinaria. L’ambizione sarebbe quella di riconfermarci e comunque di fare un campionato di alto livello. Sappiamo che sarà molto più difficile, e ovviamente da terribile matricola adesso ci ci aspetteranno tutti, ci faranno la guerra tutti come se fossimo una big diciamo. Non ci sottovaluteranno più come magari qualche squadra ha fatto. Noi però non siamo una big perché le big son quelle che spendono i milioni per vincere e ammazzare i campionati. Noi dobbiamo avere l’ambizione di confrontarci un altro anno con delle realtà importanti e dimostrare di nuovo di poterci stare a quei livelli».
Non ti sembra assurdo che la vittoria dei playoff di Serie D non porti automaticamente alla promozione in C?
«Purtroppo queste sono le le regole del campionato. Le ho vissute anche quando sono andato a Olbia la prima volta che eravamo in Serie D, abbiamo vinto i playoff e siamo stati ripescati noi, perché avevamo un grandissimo punteggio. In quel caso ci è andata bene, qua purtroppo ovviamente essendo al primo anno in Serie D siamo l’ultima ruota del carro, però a livello solo di graduatoria perché poi in campo abbiamo dimostrato chi siamo. Purtroppo funziona così. Io l’unica cosa che contesto è che le squadre di Serie C che tramite playout perdono la categoria, non dovrebbero avere il diritto di ripescaggio più di quanto ce l’abbia la squadra vincitrice dei playoff. Nel senso, se poi la squadra vincitrice dei playoff non si iscrive perché non ha le possibilità economiche, tu sotto puoi dare un’altra opportunità alle squadre che hanno perso i playout. Ma chi perde la categoria sul campo, per me, deve retrocedere. Perché non ha dimostrato di meritare la Serie C e bisogna che altre società abbiano la possibilità di dimostrare di poterla fare».
Si ringrazia Simone Pinna per la gentilezza mostrata nel concederci questa intervista







































