Milannews24
·25 de mayo de 2026
“Il Milan è morto, ai bordi delle strade il Milan è morto”: il fallimento rossonero oltre Allegri

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·25 de mayo de 2026

Parafrasare Dio è morto oggi non è soltanto una provocazione poetica: è il riassunto perfetto della stagione rossonera. Perché arrivare quinti, fuori dalla Champions League, con un allenatore esperto come Massimiliano Allegri in panchina, rappresenta molto più di un semplice passo falso. È un fallimento tecnico, societario e identitario.
Il Milan era partito con ambizioni alte. L’idea era chiara: affidarsi a un tecnico pragmatico, navigato, capace di riportare ordine dopo anni di instabilità. Per mesi qualcosa aveva persino funzionato. La squadra aveva avuto una lunga striscia positiva, una difesa solida e una classifica che sembrava garantire tranquillità. Poi, improvvisamente, il crollo. Una squadra senza gioco, senza energia e soprattutto senza anima.
La critica più pesante nei confronti di Allegri riguarda proprio l’identità tattica. Il suo Milan è apparso spesso lento, prevedibile, incapace di reagire alle difficoltà. Una squadra costruita più per “non perdere” che per dominare. E nel calcio moderno questo approccio può funzionare solo se accompagnato da una compattezza feroce e da giocatori in fiducia. Quando il motore mentale si è spento, il castello è crollato.
Lo stesso Allegri ha ammesso le proprie responsabilità dopo il ko decisivo contro il Cagliari: “Ho sbagliato anch’io, sono il responsabile”.Parole oneste, ma tardive.
Il problema è che il Milan non è mai cresciuto davvero durante la stagione. Nei momenti cruciali, la squadra si è sciolta. Contro le piccole ha perso punti sanguinosi, nei big match ha mostrato limiti evidenti e nelle ultime settimane il gruppo sembrava completamente svuotato. Addirittura Allegri stesso ha definito “tragica” la seconda parte di stagione.
Molti osservatori hanno evidenziato un altro problema enorme: la condizione fisica e mentale della squadra. Il Milan ha smesso di correre, ha perso brillantezza e intensità. Alcuni giornali hanno parlato apertamente di squadra “che ha staccato la spina”.
E qui emerge una responsabilità condivisa tra allenatore e società. Perché se diversi giocatori chiave — da Leao a Pulisic fino a Gimenez — hanno avuto cali clamorosi, significa che qualcosa nella gestione complessiva non ha funzionato.
Sarebbe però troppo facile scaricare tutto su Allegri. Il quinto posto del Milan è il risultato di anni di confusione dirigenziale. Cambi di strategia, mercato incompleto, comunicazione debole e assenza di una figura forte capace di proteggere l’ambiente.
I tifosi hanno contestato non solo l’allenatore, ma anche la proprietà e la dirigenza.E hanno ragione. Perché il Milan continua a sembrare una grande squadra amministrata come un progetto provvisorio.
Mancava profondità in rosa. Bastavano due infortuni per mandare tutto in crisi. Non c’erano alternative affidabili in alcuni ruoli fondamentali e il mercato non ha corretto le lacune strutturali.
Ed è forse questo l’aspetto più doloroso. Il Milan non è una squadra qualunque. È un club che ha costruito la propria leggenda sulla capacità di dominare in Europa, di imporre stile e personalità. Vedere oggi una squadra impaurita, fragile e incapace di vincere partite decisive fa impressione.
Per questo il quinto posto non è soltanto una posizione in classifica. È il simbolo di una decadenza lenta, continua, quasi normalizzata.
“Ai bordi delle strade il Milan è morto”.Morto nell’entusiasmo dei tifosi. Morto nella capacità di intimidire gli avversari. Morto nell’identità calcistica.
Naturalmente il Milan tornerà. Club così grandi risorgono sempre. Ma per rialzarsi servirà molto più di un cambio in panchina. Servirà una rivoluzione culturale. Una società forte, idee moderne, dirigenti competenti e soprattutto una visione.
Perché oggi il problema non è soltanto Allegri. Allegri è stato il volto del fallimento. Ma il fallimento era già dentro il Milan da tempo.







































