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·14 de junio de 2026

La lettera di Alessandro Zappulla: "La sensazione è che la Lazio stia soffocando"

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Di seguito la lettera di Alessandro Zappulla pubblicata questa mattina sulle colonne de Il Tempo.

La lettera di Alessandro Zappulla

Caro Presidente, non sono qui a scriverle per paura. I laziali, quelli veri, la paura non l'hanno mai conosciuta. Non ci hanno spaventato gli anni bui. Non ci hanno spezzato le cadute. Non ci hanno piegato le domeniche d'inferno in Serie B, i campi di provincia, le umiliazioni sportive, le battaglie perse e quelle vinte contro ogni pronostico. Noi siamo figli di una storia dura. Una storia che ci ha insegnato a resistere. I ragazzi di oggi forse non sanno cosa significasse attraversare quegli anni. Non hanno vissuto l'inferno. Ma sono figli di padri e madri che quelle cicatrici le portano ancora addosso. Le hanno tramandate come si tramanda un cognome, un valore, un'appartenenza. Per questo non è la paura a muoverci. È la delusione. È la rabbia. È la sensazione terribile di vedere le lancette dell'orologio tornare indietro di quarant'anni. Vedo la sperequazione del tifo nelle nuove generazioni. Vedo una città che lentamente si allontana dalla Lazio. Vedo stadi svuotati, entusiasmo consumato, passione affaticata. Vedo padri costretti a combattere ogni giorno per trasmettere ai figli un amore che dovrebbe nascere spontaneo. E invece bisogna spiegarlo, difenderlo, giustificarlo. Quasi elemosinarlo. Perché la Lazio non è una squadra qualsiasi. La Lazio è un modo di stare al mondo. È eleganza. È stile. È educazione. È equilibrio. È il privilegio di sentirsi diversi senza sentirsi superiori. È un'identità che attraversa le generazioni. Eppure, Presidente, proprio questa identità è ciò che lei non è mai riuscito davvero a rappresentare. I laziali hanno provato ad accoglierla. Poi a comprenderla. Poi a sopportarla. Infine a contestarla. Oggi tra lei e il suo popolo non c'è più una distanza. C'è un abisso. E la cosa più dolorosa è che, quando finalmente ha provato a costruire un ponte, lo ha fatto troppo tardi e nel modo sbagliato. La sua lettera sarebbe potuta essere una mano tesa. È diventata l'ennesima occasione mancata: nessuna assunzione di responsabilità, nessuna ammissione di colpa. Solo una difesa d'ufficio. Tanto che a quelle parole è seguita la replica puntuale di chi, come Bisignani, le ha rivolto domande precise rimaste senza risposta. Lei continua a parlare di progetti. Di conti. Di bilanci. Di sostenibilità. Di un 2027 che cancellerà i debiti, di stadi e di quotazioni future. Tutto giusto. Ma il calcio non è soltanto ragioneria. Il calcio è emozione. È desiderio. È sogno. È aspettativa. È la speranza di un domani migliore. È quella scintilla che spinge un bambino a scegliere una maglia e a difenderla per tutta la vita.

Prosegue

La Lazio non può essere ridotta a un conto economico. Non può vivere di sola sopravvivenza. Perché sopravvivere non significa vivere. E il rischio oggi è proprio questo: vedere una Lazio che galleggia mentre attorno il mondo corre. Il calcio è cambiato. Le dimensioni economiche sono cambiate. Le sfide sono cambiate. E forse è arrivato il momento di accettare che nessun uomo, da solo, possa più sostenere il peso di un grande club moderno. Non c'è disonore nell'aprirsi. Non c'è sconfitta nel condividere. Non c'è debolezza nel cercare un partner che possa aiutare la Lazio a crescere. Anzi. Forse sarebbe il gesto più forte della sua presidenza. Faccia un apparente passo indietro per consentire alla Lazio di farne due in avanti. Permetta a questo popolo di tornare a sognare. Permetta ai laziali di guardare al futuro con entusiasmo invece che con rassegnazione. Permetta perfino a chi oggi la contesta di poter rivalutare, un giorno, questi vent'anni senza rabbia e senza odio. Perché la storia non ricorda soltanto quanto si è comandato. Ricorda soprattutto come si è scelto di lasciare il proprio regno. Noi non siamo il club più ricco. Non siamo il club più vincente. Non siamo il club più potente. Ma abbiamo qualcosa che nessuno potrà mai toglierci: la nostra storia, la nostra dignità, il nostro coraggio e soprattutto il nostro amore. Un amore che sopravvive a tutto. Agli avversari. Alle sconfitte. Ai presidenti. Perfino al tempo. Ma anche l'amore più grande ha bisogno di essere alimentato. Perché quando smette di respirare, lentamente si spegne. E oggi, Presidente, la sensazione è che la Lazio stia soffocando. Non lasci che accada. Non distrugga tutto sul traguardo. Aiuti la sua gente a tornare a credere. Perché la Lazio appartiene ai laziali. E i laziali stanno aspettando, da troppo tempo, un segnale di futuro.

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