Lazionews24
·1 mai 2026
Lazio, il club referee manager Gabriele spiega il suo ruolo: «I giocatori non conoscono le regole»

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Marco Gabriele, ex direttore di gara di Serie A e oggi club referee manager della Lazio, ha spiegato il proprio ruolo in un’intervista concessa a La Gazzetta dello Sport. Una figura ancora poco diffusa nel massimo campionato, ma ritenuta importante per aiutare squadra, staff e società a comprendere meglio regolamento, linguaggio arbitrale e gestione dei rapporti istituzionali nelle giornate di gara. Il tema è particolarmente attuale anche alla luce delle polemiche che hanno coinvolto il mondo arbitrale italiano.
REGOLE – «Ci sono alcuni compiti interni al club, altri esterni, relativi alle relazioni con gli arbitri. Partiamo da quelli interni al club. Tenete conto che un calciatore spesso legge per la prima volta il regolamento del calcio quando smette e fa il corso di direttore sportivo. Durante la carriera, i giocatori non conoscono le regole. Io vedo ancora partite in cui, quando c’è una punizione, si chiede all’arbitro: ‘E’ di prima o di seconda?’. Oggi invece bisogna essere precisi, a un arbitro devi dire ‘ha aumentato il volume del corpo, quindi il fallo di mano è punibile’. Serve il linguaggio giusto e qui noi siamo utili: dobbiamo erudire i calciatori sulle regole».
ARBITRI – «Spieghiamo come arbitra, perché le differenze sono nette. Massa dà del lei a tutti, è molto distaccato, rigido, mentre Maresca e Guida hanno uno stile in cui il dialogo è molto più centrale. A me capitava anche di spiegare le caratteristiche di un avversario dal punto di vista arbitrale, magari con una statistica. Se incontri Kvaratskhelia e sai che il suo avversario diretto prende spesso un cartellino giallo nel primo tempo, lo devi dire ad allenatore e squadra».
Il club referee manager, dunque, aiuta anche a leggere le caratteristiche dei singoli arbitri e alcune dinamiche ricorrenti delle partite. Un supporto utile per evitare proteste inutili, capire il metro di giudizio e preparare meglio determinate situazioni.
RAPPORTI – «Il giorno della partita si fa accoglienza, se si gioca in casa. Un addetto agli arbitri accompagna la squadra arbitrale in spogliatoio e chiede se ci siano necessità particolari, ad esempio l’intervento di un massaggiatore, perché può capitare che un direttore di gara sia affaticato per una partita europea di pochi giorni prima. A fine partita, organizza il rientro, magari chiamando un taxi per chi deve tornare in hotel o andare in aeroporto. Inoltre, fa in modo che nessun dirigente entri nello spogliatoio dell’arbitro. Nello spogliatoio può entrare solo il presidente del club, oppure un rappresentante della società, per un saluto formale».
DESIGNATORE – «No, non si può. Se succedesse, il designatore potrebbe avvisare la Procura federale. Diverso è il caso di un incontro allo stadio o in altro ruolo tra un tesserato e il designatore: in quel caso, è naturale che una conversazione nasca. Normalmente, se c’è bisogno di chiedere una spiegazione o interloquire, si chiama l’incaricato, che in questo campionato è De Marco».
Gabriele ha quindi chiarito il limite più importante: nessun rapporto diretto con il designatore arbitrale. Il suo ruolo nella Lazio è di supporto, formazione e gestione istituzionale, non di pressione o interferenza. Un confine che, secondo le sue parole, resta fondamentale per mantenere correttezza e trasparenza nei rapporti tra club e classe arbitrale.







































