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Calcionews24

·16 Mei 2026

Pulici commuove il popolo granata: «Tifosi, rinascerà un Toro vero!»

Gambar artikel:Pulici commuove il popolo granata: «Tifosi, rinascerà un Toro vero!»

Pulici, eroe dello scudetto del 1976 rievoca il trionfo e lancia un messaggio d’amore: «Non smettete mai di lottare. Guardate il City…»

Mito per definizione del popolo granata, che oggi si ritroverà per celebrare i 50 anni dello scudetto del 1976, Paolino Pulici si racconta a Tuttosport in una bella intervista. Nessuno come lui ha segnato tanti gol nel Toro, 172.


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IL 16 MAGGIO 1976 «Un qualcosa di incredibile. La felicità assoluta. Inimmaginabile. Un momento mistico. Sublime. Anche nel ricordo, oggi, 50 anni dopo».

LA MARATONA «Il mio saluto con le braccia alzate rivolte al cielo e i pugni chiusi era nato proprio per desiderio dei tifosi. I capi della Maratona mi avevano chiesto un segno distintivo per festeggiare insieme i gol. E io avevo immaginato che quel gesto fosse il migliore proprio per coinvolgere tutti i tifosi sugli spalti, sopra la mia testa. E poi quei pugni chiusi esprimevano il concetto di lotta. Lotta vera, popolare. Io da ragazzino avevo lavorato in fabbrica con papà, ricordavo bene da dove arrivavo, da quali e quanti sacrifici… E i tifosi cantavano: “Pupi, tu sei sempre O’Rey!”. Io ero guidato dalla Maratona. In campo era la mia bussola. Dalle urla dei tifosi in curva intuivo senza guardare la distanza dalla porta. Mi indicavano la rotta. Vivevo per farli felici. E anche i miei compagni erano così. Vivevamo, giocavamo, vincevamo per loro. E con i tifosi al fianco tornavo a casa dopo le partite al Comunale. Nella notte dello scudetto, sotto casa mia in via Monfalcone, mi contenevano a fare cori su cori, centinaia di loro… Lottare, prendere le botte, reagire, segnare per i tifosi significava essere grati e riconoscenti. Un atto di amore per la maglia e per la gente. Ecco la marcia in più che avevamo tutti noi di quella squadra. Eravamo attaccati alla maglia fin morbosamente».

LA SALITA A SUPERGA «Certo, la sera dopo, per dire grazie agli Immortali per lo scudetto, 27 anni dopo la tragedia di Superga. Fu un obbligo morale per tutti noi salire sul colle. Per noi e per i tifosi. Era una… ascensione! Un’ascensione sportiva. Un tuffo al cuore. Avevamo un rispetto pazzesco per il Grande Torino. C’era qualcosa di soprannaturale al Filadelfia. E così, per salire a Superga, ci caricarono su un camion sopra a un cassone scoperto… C’erano anche le nostre mogli… Di sera tra le fiaccole dei tifosi… centomila tifosi, mi verrebbe da dire…! Andammo su per i tornanti di Superga… lentissimi… circondati dai tifosi che salivano a piedi… Quasi in cima, all’ultima curva, si ruppe la frizione del camion. Scendemmo, ma non riuscimmo a raggiungere la lapide. Migliaia e migliaia di tifosi avevano completamente occupato l’ultimo tratto di salita, il piazzale davanti alla basilica, i due sentieri laterali per arrivare alla lapide… Pregammo il Grande Torino da lì, da dove eravamo… Dicemmo grazie al cielo. Immaginate il buio squarciato da migliaia e migliaia di fiaccole accese… E i cori, i canti di diverse decine di migliaia di tifosi… Ho i brividi di commozione a ricordarlo».

RADICE GLI DAVA UNA TESTATA PRIMA DI ENTRARE IN CAMPO «Mi aveva spiegato che in quel modo, con quel gesto, ci potevamo scambiare più velocemente i pensieri: “Pupi, io ti trasferisco la forza nella testa e poi tu la usi come sei capace di fare”. Gigi sentiva che io lo capivo in pieno, che si poteva fidare, che comprendevo quel rito quasi magico».

50 ANNI DOPO «È un ricordo meraviglioso, fantastico per noi e per i tifosi, ma è brutto dover dire che è trascorso mezzo secolo. Significa che c’è qualcosa che non funziona. Non sono funzionate diverse società nel Toro, in questi ultimi decenni. E di certo non funziona questa società di oggi. Arriviamo da 30 anni di mediocrità e con Cairo non è cambiato nulla, anzi, visto che è alla guida del Torino addirittura da 21 anni. L’ho già detto tante volte e lo ripeto una volta di più adesso: i tifosi non vedono amore granata in Cairo, non si identificano nella sua gestione, contestano da anni, lo hanno contestato tante volte e io li ho sempre compresi, capiti. Ormai da tanto tempo il popolo del Toro invoca una svolta, un cambiamento. Spera ed è giusto che lo faccia. I tifosi sperano e lottano, lottano e sperano. Non meritavano questo tracollo, questa perdita di identità, di tradizioni, di risultati, di ambizioni. Non meritavano di subire questo trattamento. Io penso al City e sogno che capiti anche a noi qualcosa di simile, anche solo in… proporzione! Il Manchester City ha vinto tutto in questi ultimi 20 anni, non solo in Inghilterra, non solo in Europa. È arrivato in cima al mondo. È una delle squadre più famose del pianeta. Una delle più vincenti del terzo millennio. Eppure alla fine degli Anni 90 retrocesse addirittura in terza serie e arrivò a un passo dal fallimento. Poi sono cambiate le gestioni, le proprietà e il City è risorto. Ecco, io non so quando e come possa risorgere il Toro, ma non bisogna mai smettere di sperare. Bisogna sperare in una società nuova, in una rinascita, in una crescita come con Pianelli dopo le grandi difficoltà degli Anni 50. Il Toro non morirà mai per merito dei tifosi. E ai tifosi ribadisco: non smettete di lottare, di sperare in un Toro migliore. Prima o poi rinascerà, ne sono convinto. L’importante è credere sempre nei nostri ideali, impegnarsi. Il Toro è lotta e speranza, cadute e rinascite. Lo dice la storia. E noi del Toro siamo un popolo che non si arrende».

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