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·5 Maret 2026
Stefano Desideri: “La sconfitta con il Lecce farà male per sempre”

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LA GAZZETTA DELLO SPORT (Lorenzo Cascini) – A Roma, per tutti, è ancora ‘Ciccio’. “Vivo qui e mi fermano spesso per strada. Un tempo ero anche ‘Ciccio Bello’, riccio e capoccione”. Stefano Desideri si racconta col sorriso e la battuta pronta, due cose che l’hanno sempre contraddistinto. Poi, la chiacchierata si perde nei ricordi. Quando si apre è un fiume in piena, trovando spazio anche per qualche rimpianto. “Quella sconfitta in casa con il Lecce è una ferita che non si rimarginerà mai. Con i compagni ancora ne parliamo, e sono passati quarant’anni. Avrei vinto uno scudetto a vent’anni con la maglia che ho sempre amato”.
Partiamo da qui. A Roma ha passato anni speciali. Soprattutto per un ragazzo romano e romanista come lei. “Esordire all’Olimpico è un’emozione difficile da spiegare per uno tifoso come me. Ho sempre dato tutto per Roma e per la Roma, infatti qualcuno mi chiamava “il legionario”. Devo un grazie particolare a Eriksson che ha avuto fiducia e mi ha fatto esordire. E pensare che la notte prima del debutto stavo per rovinare tutto…”.
Che successe? “In squadra in tanti sapevano fare l’imitazione del mister, Impallomeni su tutti. Quella sera mi arrivò una chiamata di Eriksson che mi diceva di andare a dormire perché il giorno dopo sarei partito al posto di Ancelotti. Io quasi lo mandai a quel paese, pensavo fosse uno scherzo. Invece era davvero lui”.
Poi ha avuto tanti altri grande allenatori. Liedholm, Zaccheroni, Radice e così via. “Maestri, più che allenatori. Il Barone era un personaggio tanto assurdo quanto bizzarro. Ogni volta che giocavamo al nord ci faceva alloggiare a Busto Arsizio, così potevamo essere testati dal suo stregone. Stava con noi in ritiro, come fosse un nostro compagno. E Liedholm si confrontava con lui prima di fare la formazione”.
Zaccheroni, invece? “Zac arrivava da Cosenza, il suo adattamento alla Serie A fu un po’ complicato. Noi a Udine eravamo un gruppo pieno di giocatori d’esperienza: Borgonovo, Calori, Poggi, Balbo. Gente che sa come ci si prepara a una partita. Lui voleva fare un po’ il sergente di ferro, ma piano piano abbiamo trovato la quadra”.
Quanto agli allenatori, però, non sono mancati i litigi. “Ero una persona diretta, dicevo le cose in faccia a tutti. In alcune situazioni, poi, sei nervoso e inesperto, può capitare di perdere la brocca. Soprattutto se giochi poco”.
Come successe con Luis Suarez all’Inter. “Dopo un gol al Napoli mi girai e gli dissi: ‘È per te stronzo’. Finii fuori rosa. Poi mi hanno reintegrato, ma non mi sono mai scusato”.
È vero che lei a Milano non voleva nemmeno andarci? “Non volevo andare via da Roma, è molto diverso. Mi dissero che la società aveva bisogno di soldi e che io ero uno di quelli con più mercato. Non mi fu data scelta”.
Certo, se ne fosse andato con uno scudetto in bacheca magari lo avrebbe fatto più a cuor leggero. “Sta toccando un tasto dolente, quel Roma-Lecce è una ferita ancora aperta. Anche per tutti i miei compagni di allora. Ancora ne parliamo, e sono passati quarant’anni. Posso dirle che è uno dei due rimpianti più grandi della mia vita, insieme alla finale di Coppa Uefa contro l’Inter”.
Chi era il suo modello? “Direi Agostino Di Bartolomei. Era il mio idolo, ne studiavo i movimenti e ne ammiravo la grande professionalità. Però era uno spettacolo anche vedere i dribbling di Bruno Conti e i colpi di testa di Pruzzo. In ogni allenamento c’erano almeno due o tre prodezze da ammirare”.
Chi di loro le ha insegnato di più? “Carlo Ancelotti senza dubbio. In campo era un vero duro, ti insegnava come entrare e come posizionarti correttamente. Poi, invece, fuori dal campo era uno spasso”.
A proposito di Bruno Conti, dopo il ritiro ha lavorato con lui nel settore giovanile della Roma. “Quanti ragazzi abbiamo tirato su. Facevamo un conto con Bruno, più di cento sono diventati professionisti. Un numero incredibile. È bello vederli arrivare bambini e seguirli nel percorso. Penso a Florenzi, Pellegrini, Frattesi fino ad arrivare a Calafiori, Zalewski e tanti altri”.
Adesso, invece, si limita alla pesca? “È una mia grande passione da sempre, anni fa abbiamo fatto anche i mondiali di pesca al marlin. Una bella esperienza, siamo arrivati terzi. Ora sono a casa, aspetto un’occasione. Allenare? Dipende dalla serietà del progetto, ne vedo sempre meno in giro”.









































