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·21 luglio 2026
🔥 Barella: “Il Mondiale 2030 ciò che voglio più di tutto. Inter, resto a vita”

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Nicolò Barella, diventato uno dei punti fermi dell’Inter negli ultimi anni, si è raccontato a tutto tondo. Questo è il punto di vista del centrocampista, che ha parlato di passato, presente e futuro. Riprendiamo le sue parole dalla Gazzetta dello Sport:
Che cosa vi sta chiedendo Chivu?
“Di migliorarci ancora di più rispetto all’anno scorso. Vogliamo riprendere come abbiamo finito, quindi giocando il nostro miglior calcio. È un ritiro intenso. C’è chi lo vive meglio, chi si stanca un po’ di più, chi ha bisogno di più tempo per trovare la condizione perfetta”.
E a lei in particolare?
“Di dare una mano alla squadra con le mie caratteristiche. Ora che manca Lauti, che avevo sentito prima della finale, anche di farmi sentire un po’ di più, di fare un po’ il capitano. Dal primo giorno che il mister è arrivato mi ha sempre dato fiducia e trattato in una maniera incredibile”.
Ha vissuto tante vite all’Inter: era il giovane da scoprire, è diventato la rivelazione, poi pilastro e infine vice capitano. Questa, in vista della prossima stagione, che fase è?
“Vado verso un’annata in cui cerco di sviluppare un gioco un po’ diverso, dato che il mio corpo ogni tanto risponde in maniera differente. Sto provando a giocare un calcio un po’ più ‘furbo’ in termini di gestione, più conservativo. Il nostro modo di giocare, con i quinti che ci aiutano a buttarci avanti, me lo permette. Ho 29 anni e non più 23 come quando sono arrivato”.
Questa età ma soprattutto i sette anni all’Inter la rendono un punto di riferimento. Come è essere visto come un esempio?
“I ‘grandi’ devono esserlo sempre, ma anche i giovani possono. È una questione di lavoro, di mettersi al servizio della squadra. A prescindere. Io non sento di dover essere per forza un riferimento ma se qualcuno ha piacere di parlare con me sono contento. Quindi non so se ‘esempio’ sia la parola giusta, magari più fonte di ispirazione per la mia carriera qui”.
A proposito di giovani e del suo reparto, Sucic ha ben impressionato al Mondiale.
“Quando Petar tocca il pallone ti accorgi che ha il calcio dentro. Qui si è ritagliato uno spazio importante ed è diventato un titolare della sua nazionale che negli ultimi anni ha giocato ottimi Mondiali ed Europei”.
Lì in mezzo è tornato Stankovic. L’ha sorpresa?
“Alek è sempre stato un ragazzo maturo ma ora ancora di più. È andato via dalla sua comfort zone, ovvero l’Inter, ed è cresciuto tanto. Ha grandi qualità e sono sicuro che in stagione ci darà una mano”.
E Massolin?
“Ha grandissima fisicità e buonissima tecnica. E giocatori che abbinano le due cose sono molto difficili da trovare”.
E invece da Pio, altro 2005 ma che lei conosce da più tempo, cosa devono aspettarsi i tifosi?
“Per quanto sia giovane ha dimostrato di essere forte e molto importante per l’Inter e per la Nazionale. Per questo è anche sempre sulla bocca di tutti ma quando è così fai una cosa buona e vieni portato in alto come un dio, poi sbagli e ti criticano. Non è semplice, soprattutto quando sei giovane e in una situazione come quella attuale del calcio italiano, con la Nazionale che non sta andando bene. Ti crea delle pressioni. Ma lo conosco bene e so che sa gestirle”.
Il blocco azzurro interista in tal senso lo aiuta.
“Sì, cerchiamo di dare dei consigli, dato che nella nostra carriera abbiamo vissuto quelle situazioni. E poi Pio per noi è un attaccante che fa la differenza, perché ha delle caratteristiche diverse da tutti gli altri. Ha il gol nel sangue, trova la rete all’improvviso. Quindi noi dobbiamo coccolarlo, preservarlo”.
La prossima stagione a cosa punterete?
“Da quando sono arrivato all’Inter, quindi prima con Conte, poi con Inzaghi e ora con Chivu, l’obiettivo è sempre stato vincere. Poi ci sono stati anni in cui siamo stati più bravi e altri meno. Quest’anno è uguale. Ciò che cambia è che l’anno scorso abbiamo vinto campionato e Coppa Italia e ora per fare bene dobbiamo vincere di nuovo entrambe più la Supercoppa, oltre che cercare di fare meglio in Champions. Sarà difficile, ci vorranno tante energie, però i nostri obiettivi sono quelli”.
Come ha festeggiato il Double?
“Con i compagni e poi con famiglia e amici”.
Si è fatto un regalo?
“Una buona bottiglia di vino, un Henri Jayer del 1999”.
Se le dico Champions League, qual è il primo pensiero?
“Rispondo con un’altra parola: sogno. Esserci arrivato due volte vicino e non essere riuscito a toccarla è qualcosa che non mi è mai andato giù. È un pensiero costante ma sappiamo che, come ha detto anche il presidente Marotta, noi rispetto ad altre squadre che spendono centinaia di milioni sul mercato dobbiamo sempre fare uno sforzo in più. E l’abbiamo fatto, con il nostro gioco, le nostre idee e la voglia di arrivare. L’abbiamo sfiorata due volte, speriamo che arrivi una terza occasione e che sia quella buona”.
La scorsa stagione ha avuto un momento di flessione, poi da inizio aprile 2 gol e 3 assist in 5 partite: era ritornato il vero Barella. Cosa è successo?
“Quel filotto arrivava dopo la delusione della mancata qualificazione al Mondiale. Quando tocchi il fondo, e per me era la seconda volta che perdevo un playoff, puoi soltanto risalire. Mi sono passati vari pensieri per la testa. Poi insieme agli altri compagni abbiamo provato a pensare positivo. Io, senza più tenermi tutto dentro, ho capito che non dovevo farmi condizionare da quello che era successo per quanto brutto fosse stato e mi sono rimboccato le maniche dopo quei mesi in cui venivo dalla finale di Champions persa e poi da quella delusione Mondiale”.
L’Inter l’ha aiutata.
“Dopo quella sosta ho segnato alla Roma. L’abbraccio dei compagni, la loro felicità e io che tornavo a sorridere… Tutto questo mi ha fatto fare quel “clic””.
Nel 2030 vede l’Italia e Barella al Mondiale?
“È quello che vorrei più di tutto in azzurro, andare almeno una volta la Coppa del mondo e giocarmela. Il mio percorso in Nazionale è iniziato con la vittoria di un Europeo e poi mi sono ritrovato a non giocare due Mondiali. Un approccio incredibile e poi una discesa. Questo mi lascia incompleto”.
È diventato tutto quello che voleva essere per l’Inter?
“Non ho mai pensato di diventare il giocatore che ha fatto più assist nella storia dell’Inter, però lo sono diventato. Non ho mai pensato nemmeno di diventare vice capitano. Però se mi chiedi se era quello in cui speravo dico sì. Come vorrei diventare ad esempio il calciatore con più presenze con questa maglia, ma non ci penso. Quando sono arrivato qui mi sono solo detto: vado a giocare nell’Inter per dare tutto e vincere tutto. Potevo fare ancora meglio, ma sono orgoglioso del percorso fin qui”.
Quindi immagina di chiudere la carriera qui?
“Sì. Poi dipende da quanto invecchio velocemente”.







































