Calcionews24
·4 giugno 2026
Borja Valero racconta un retroscena su Conte all’Inter: «Con lui mi aiutò la terapia. Disse di trovarmi squadra, ma così gli feci cambiare idea»

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A La Gazzetta dello Sport, Borja Valero ha riavvolto il nastro della sua carriera. Le sue dichiarazioni.
CHI LO PORTO’ AL REAL MADRID – «Mi notò un tecnico quando giocammo contro di loro. Con la nascita di mia sorella mia madre non poteva più farsi 40 km per accompagnarmi, così mi spostarono in una scuola calcio più vicina. All’inizio m’allenavo col Real solo una volta a settimana, poi mi presero e nel 2006 esordii in prima squadra. Per me era un sogno. I miei genitori lavoravano nel ristorante di mio zio, dove venivano spesso i giocatori. Ricordo Hugo Sanchez, spettacolare in campo e carismatico dal vivo. A 4 anni mio padre mi portò al Bernabeu: rimasi a bocca aperta».
CI SI SENTE COME A X FACTOR – «All’inizio la vivi con spensieratezza, poi subentrano ansia e stress. Ogni anno a fine stagione c’era la riunione in cui ti dicevano se ti confermavano o no. Ho visto tanti miei amici andare via, tristi e con i sogni in frantumi. Io ho capito di avercela fatta quando mi sono ritrovato nello spogliatoio con Zidane, Guti e altri campioni che avevo visto solo alla Playstayion. Zizou l’ho vissuto poco, è alla mano e di poche parole. Guti arrivava dalla cantera e capiva i giovani, ho un grande ricordo di Raul ma quello che interagiva di più con noi era Van Nistelrooy. Mi resta il dispiacere di non aver esordito al Bernabeu, dove ho avuto la fortuna di giocare solo con la squadra B, e la soddisfazione di aver segnato un gran gol da ex quando ero al Maiorca».
TROPPA CONCORRENZA IN NAZIONALE – «Credo che in qualsiasi altra nazionale avrei giocato di più ma in Spagna il livello era altissimo, abbiamo vissuto un periodo incredibile. L’Italia mi chiamò prima del Mondiale in Brasile ma non c’erano i presupposti giuridici per naturalizzarmi. Sarebbe stata una tentazione forte, ma credo che avrei comunque scelto la Spagna: in nazionale va chi merita».
RETROCESSIONE AL VILLARREAL – «È stata una batosta incredibile, giocavamo la Champions ed eravamo partiti con altre ambizioni, non ce l’aspettavamo. A questo s’è aggiunta la malattia di mia madre. Sono andato in crisi e ne sono uscito con l’aiuto di professionisti. Lì ho cambiato il modo di vedere la vita: le botte forti ti svegliano».
CHI LO PORTO’ A FIRENZE – «Eduardo Macia, il dt spagnolo che lavorava con Pradé. Venivo da due anni molto buoni a livello personale e non volevo lasciare il Villarreal. Avevo un’offerta dal Fenerbahçe che faceva la Champions e puntava allo scudetto, la Fiorentina invece lottava per la salvezza. Mi convinse il progetto e quella scelta mi ha cambiato la vita. Il 4-2 sulla Juventus resta un momento indimenticabile. A Sassuolo un tifoso mise uno striscione con la mia faccia e la fascia tricolore: così sono diventato “sindaco”. Chi viene eletto sa che deve condividere la carica con me. In tanti mi chiedono di candidarmi… Per la Fiorentina ho detto no alla Cina, ma non giudico nessuno. In Inghilterra da giovane andai per soldi e non mi vergogno a dirlo».
COME CONVINSE CONTE ALL’INTER – «Mi ha aiutato la terapia. Prima ero insicuro, negativo e non credevo in me. Il mister mi invitò a trovarmi squadra, io risposi che gli avrei fatto cambiare idea. Tempo dopo mi chiamò nel suo ufficio e mi disse: “Ti stai allenando bene, arriverà la tua occasione”. Così è stato. Antonio ha un’ossessione maniacale per la vittoria ma non guarda in faccia a nessuno, decide solo in base alla meritocrazia. Tra i tecnici più importanti della mia carriera metto pure Montella, che mi ha permesso di esprimermi come volevo, Paulo Sousa, allenatore diverso come idee, e Spalletti che mi ha sorpreso in positivo».







































