Inter News 24
·17 marzo 2026
Carbone si confessa: «Ecco l’obiettivo dell’Inter Primavera. La Premier League, Cannavaro e… la Nazionale»

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·17 marzo 2026

Benito Carbone, tecnico della Primavera dell’Inter, si prepara a vivere il sogno europeo: domani, in gara secca, i suoi ragazzi sfideranno il Benfica per l’accesso alla Final Four di Youth League. A La Gazzetta dello Sport ha raccontato il suo presente, la sua carriera e qualche interessante aneddoto. Ecco, di seguito, tutte le sue dichiarazioni.
SI ASPETTAVA IL BOOM DELL’INTER PRIMAVERA «Sì, perché ci chiamiamo Inter. Qui bisogna arrivare il più lontano possibile in tutte le competizioni, favorendo il percorso di crescita dei ragazzi. Gli obiettivi te li crei, poi è sempre il campo che parla. Forte, con cinque o sei individualità di livello superiore, pronte a stare con i grandi. Ma anche il Betis era di questo livello, eppure ce la siamo giocata a viso aperto e siamo andati avanti. Godiamocela, non c’è niente di più bello che confrontarsi con culture diverse. In ogni caso, non credo che il nostro movimento calcistico sia indietro: sono solo chiacchiere perché i talenti giovani ci sono. Il punto è che dobbiamo avere più coraggio nel farli giocare, su questo tutta l’Inter è avanti. È un obiettivo della proprietà ed è giusto che sia così. L’Inter deve continuare ad avere un vivaio importante, come sempre. Con l’U23 possiamo far crescere i ragazzi in casa invece di mandarli in giro per l’Italia».
LE MAGLIE PESANTI DI NAPOLI E INTER «Ma sono rimasto sempre lo stesso ragazzo di Calabria con un sogno nella valigia e il privilegio di averlo realizzato. Mia madre ha cresciuto sei ragazzi da sola, vendendo olio, il successo non poteva cambiarmi. Quelle maglie che erano state di Maradona e Matthäus pesavano, ma non ho mai avuto ansia da prestazione. Un rimpianto, però, sì, ce l’ho: sono andato via troppo presto dall’Inter. Con Hodgson giocavo fuori ruolo ma, se avessi aspettato sei mesi, sarebbe arrivato Gigi Simoni e poi Ronaldo: sarebbe cambiato tutto. A volte nella vita serve pazienza, ma allora non lo sapevo…».
L’ESPERIENZA INGLESE «Diciamo che se ne parlava poco… All’epoca non c’erano i social e l’attenzione di oggi. Adesso se un italiano segna in Premier, lo sanno tutti. Ma l’Inghilterra resta un’esperienza meravigliosa, sono perfino riuscito a imparare l’inglese partendo dai gesti: dopo il buio iniziale, ascoltando la tv e parlando con i compagni, in sei mesi mi sono sbloccato. Quando è arrivato Paolo mi è cambiata la vita. Le nostre famiglie stavano sempre insieme, i nostri figli avevano la stessa età. In campo poi ci capivamo al volo, bastava uno sguardo: Di Canio è stato il compagno più forte con cui ho giocato. Le salvezze allo Sheffield Wednesday erano come vincere titoli. All’Aston Villa ho perso contro il Chelsea la finale di FA Cup 2000, la prima dopo 26 anni per il club. In quella edizione ne feci tre al Leeds, chiusi il torneo da capocannoniere assieme al grande Alan Shearer. L’errore è stato non rinnovare con loro: mi offrivano quattro anni, ma io volevo andare a tutti i costi alla Fiorentina di Trapattoni e Batistuta. Alla fine, mi sono ritrovato al Bradford dove ho fatto… il militare. Il ritiro era di tipo militare. Invece del campo, c’era una caserma. Da quando scendevi dal pullman, dovevi marciare, come in guerra: 15 giorni di addestramenti da marines, acqua gelida, percorsi difficili, bombe finte. Il pallone l’ho visto alla fine. Diciamo che non ci ha aiutato quel clima…».
IL CONFRONTO CON LA PREMIER DI OGGI «Non ancora una lega così globale, ma era un campionato molto difficile. C’erano tanti inglesi e si giocava molto sulla seconda palla: lancio, aggressività, cuore. Sfidavo difensori durissimi come Tony Adams. Una volta Rio Ferdinand mi disse che non dormiva la sera prima di giocare contro di me. Un bel complimento!».
L’AVVERSARIO PIU’ DURO «No, dico Fabio Cannavaro, un amico che dovrebbe ringraziarmi… In un Napoli-Torino non mi fece toccare una palla e da allora partì il suo decollo. C’è stato un periodo in cui nei settori giovanili italiani si pensava troppo alla tattica e poco alla qualità. Gli istruttori volevano dimostrare di essere bravi invece di migliorare i ragazzi. Per fortuna oggi non è così: guai a limitare la creatività».
L’AZZURRO «Mi tengo la vittoria con l’Under 21 nel 1994: contro la Francia di Zidane in semifinale ho segnato il rigore. Ma ai miei tempi, nello stesso ruolo, c’erano Baggio, Zola e Mancini, e dietro stavano arrivando di corsa Totti e Del Piero. In più ero in Inghilterra, lontano dai radar degli allenatori. Come potevo fare? Forse, se fossi rimasto all’Inter… È la squadra del cuore sin da piccolo. Tornando a difendere questa maglia si è chiuso un cerchio. L’Inter è una famiglia che non vorrei lasciare mai».
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