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·18 settembre 2026

Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

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Il campo come unico giudice per il futuro

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Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.


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Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

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Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

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Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

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Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

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La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Con quasi un campionato intero saltato – 30 gare – a causa di noie muscolari da quando, il 10 luglio 2022, la Roma ne ha raccolto il testimone dalla Juventus, dieci anni esatti dopo che il Palermo lo aveva accolto in Italia, la continuità è diventata il tallone d’Achille della Joya. E una spada di Damocle pendente sulla testa degli allenatori che si sono via via succeduti sulla panchina capitolina. Tra il peso non affatto trascurabile dell’ingaggio e la vulnerabilità di un fisico di cristallo, si era pertanto giunti a un passo dal doversi rassegnare all’idea che di quel bagno di folla all’EUR non restasse che una fotografia.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Sul tavolo, quindi, c’è ormai materiale sufficiente per sostenere che il numero 21 sia effettivamente tornato a restituire sul campo buona parte del talento di cui dispone in abbondanza. Con costanza. Una rifioritura che gli consente, al contempo, di ripagare la fiducia che la proprietà ha riposto in lui, nonostante la sua esperienza all’ombra del Cupolone paresse avviata alla conclusione. Perché c’è stato un tempo non molto lontano in cui i destini di giocatore e club hanno davvero viaggiato su rette divergenti. Troppe le perplessità legate a uno stipendio al di fuori del perimetro delineato dai Friedkin. Troppe le incognite, soprattutto, sulla tenuta fisica.

Con quasi un campionato intero saltato – 30 gare – a causa di noie muscolari da quando, il 10 luglio 2022, la Roma ne ha raccolto il testimone dalla Juventus, dieci anni esatti dopo che il Palermo lo aveva accolto in Italia, la continuità è diventata il tallone d’Achille della Joya. E una spada di Damocle pendente sulla testa degli allenatori che si sono via via succeduti sulla panchina capitolina. Tra il peso non affatto trascurabile dell’ingaggio e la vulnerabilità di un fisico di cristallo, si era pertanto giunti a un passo dal doversi rassegnare all’idea che di quel bagno di folla all’EUR non restasse che una fotografia.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Paulo Dybala è tornato protagonista con la Roma: dopo i dubbi sul futuro e gli infortuni, la Joya riparte con e da Gasperini. Tre invenzioni per la tripletta di Donyell Malen alla Fiorentina. Meno sfavillante, ma comunque autore di una prestazione di qualità contro il Lecce. Un assist provvidenziale al connazionale Matias Soulé per stendere l’Atalanta e la serata da leader nella roccaforte del Fenerbahçe. E che dire di Torino, con la consueta prodezza per l’olandese? Con un Paulo Dybala in una forma così brillante, le domande che adesso sorgono spontanee sono: «E con l’Inter, il Genoa, il Napoli? E poi le altre? Insomma, durerà?». Ma se un indizio è un indizio e due sono una coincidenza, tre fanno una prova. Parola di Agatha Christie.

Sul tavolo, quindi, c’è ormai materiale sufficiente per sostenere che il numero 21 sia effettivamente tornato a restituire sul campo buona parte del talento di cui dispone in abbondanza. Con costanza. Una rifioritura che gli consente, al contempo, di ripagare la fiducia che la proprietà ha riposto in lui, nonostante la sua esperienza all’ombra del Cupolone paresse avviata alla conclusione. Perché c’è stato un tempo non molto lontano in cui i destini di giocatore e club hanno davvero viaggiato su rette divergenti. Troppe le perplessità legate a uno stipendio al di fuori del perimetro delineato dai Friedkin. Troppe le incognite, soprattutto, sulla tenuta fisica.

Con quasi un campionato intero saltato – 30 gare – a causa di noie muscolari da quando, il 10 luglio 2022, la Roma ne ha raccolto il testimone dalla Juventus, dieci anni esatti dopo che il Palermo lo aveva accolto in Italia, la continuità è diventata il tallone d’Achille della Joya. E una spada di Damocle pendente sulla testa degli allenatori che si sono via via succeduti sulla panchina capitolina. Tra il peso non affatto trascurabile dell’ingaggio e la vulnerabilità di un fisico di cristallo, si era pertanto giunti a un passo dal doversi rassegnare all’idea che di quel bagno di folla all’EUR non restasse che una fotografia.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Paulo Dybala è tornato protagonista con la Roma: dopo i dubbi sul futuro e gli infortuni, la Joya riparte con e da Gasperini. Tre invenzioni per la tripletta di Donyell Malen alla Fiorentina. Meno sfavillante, ma comunque autore di una prestazione di qualità contro il Lecce. Un assist provvidenziale al connazionale Matias Soulé per stendere l’Atalanta e la serata da leader nella roccaforte del Fenerbahçe. E che dire di Torino, con la consueta prodezza per l’olandese? Con un Paulo Dybala in una forma così brillante, le domande che adesso sorgono spontanee sono: «E con l’Inter, il Genoa, il Napoli? E poi le altre? Insomma, durerà?». Ma se un indizio è un indizio e due sono una coincidenza, tre fanno una prova. Parola di Agatha Christie.

Sul tavolo, quindi, c’è ormai materiale sufficiente per sostenere che il numero 21 sia effettivamente tornato a restituire sul campo buona parte del talento di cui dispone in abbondanza. Con costanza. Una rifioritura che gli consente, al contempo, di ripagare la fiducia che la proprietà ha riposto in lui, nonostante la sua esperienza all’ombra del Cupolone paresse avviata alla conclusione. Perché c’è stato un tempo non molto lontano in cui i destini di giocatore e club hanno davvero viaggiato su rette divergenti. Troppe le perplessità legate a uno stipendio al di fuori del perimetro delineato dai Friedkin. Troppe le incognite, soprattutto, sulla tenuta fisica.

Con quasi un campionato intero saltato – 30 gare – a causa di noie muscolari da quando, il 10 luglio 2022, la Roma ne ha raccolto il testimone dalla Juventus, dieci anni esatti dopo che il Palermo lo aveva accolto in Italia, la continuità è diventata il tallone d’Achille della Joya. E una spada di Damocle pendente sulla testa degli allenatori che si sono via via succeduti sulla panchina capitolina. Tra il peso non affatto trascurabile dell’ingaggio e la vulnerabilità di un fisico di cristallo, si era pertanto giunti a un passo dal doversi rassegnare all’idea che di quel bagno di folla all’EUR non restasse che una fotografia.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

Paulo Dybala è tornato protagonista con la Roma: dopo i dubbi sul futuro e gli infortuni, la Joya riparte con e da Gasperini. Tre invenzioni per la tripletta di Donyell Malen alla Fiorentina. Meno sfavillante, ma comunque autore di una prestazione di qualità contro il Lecce. Un assist provvidenziale al connazionale Matias Soulé per stendere l’Atalanta e la serata da leader nella roccaforte del Fenerbahçe. E che dire di Torino, con la consueta prodezza per l’olandese? Con un Paulo Dybala in una forma così brillante, le domande che adesso sorgono spontanee sono: «E con l’Inter, il Genoa, il Napoli? E poi le altre? Insomma, durerà?». Ma se un indizio è un indizio e due sono una coincidenza, tre fanno una prova. Parola di Agatha Christie.

Sul tavolo, quindi, c’è ormai materiale sufficiente per sostenere che il numero 21 sia effettivamente tornato a restituire sul campo buona parte del talento di cui dispone in abbondanza. Con costanza. Una rifioritura che gli consente, al contempo, di ripagare la fiducia che la proprietà ha riposto in lui, nonostante la sua esperienza all’ombra del Cupolone paresse avviata alla conclusione. Perché c’è stato un tempo non molto lontano in cui i destini di giocatore e club hanno davvero viaggiato su rette divergenti. Troppe le perplessità legate a uno stipendio al di fuori del perimetro delineato dai Friedkin. Troppe le incognite, soprattutto, sulla tenuta fisica.

Con quasi un campionato intero saltato – 30 gare – a causa di noie muscolari da quando, il 10 luglio 2022, la Roma ne ha raccolto il testimone dalla Juventus, dieci anni esatti dopo che il Palermo lo aveva accolto in Italia, la continuità è diventata il tallone d’Achille della Joya. E una spada di Damocle pendente sulla testa degli allenatori che si sono via via succeduti sulla panchina capitolina. Tra il peso non affatto trascurabile dell’ingaggio e la vulnerabilità di un fisico di cristallo, si era pertanto giunti a un passo dal doversi rassegnare all’idea che di quel bagno di folla all’EUR non restasse che una fotografia.

Una Roma senza Dybala: il dilemma che divise una città

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

La frase che testimoniò quanto fosse vicina la rottura

La distanza raggiunse la massima evidenza al termine della rocambolesca vittoria sul Parma. Con una dichiarazione che non lasciava spazio alla benché minima interpretazione, fu il diretto interessato ad ammutolire la sala stampa dello stadio Ennio Tardini. «La società non mi ha contattato per il rinnovo, perciò il derby sarà probabilmente la mia ultima all’Olimpico con la Roma». Una doccia fredda: l’addio aveva smesso di essere una semplice possibilità da contemplare a margine di un dibattito che animava e divideva pure la tifoseria. Paulo Dybala sì o Paulo Dybala no? Paura di salutarlo per sempre o paura di tenerlo a mezzo servizio? Siccome alla sfortuna di solito piace accanirsi, alla luce di cinque ko seri accumulati fino al marzo 2025 e tre forfait nella stagione scorsa, tra i frequentatori più assidui del Bar dello Sport erano interrogativi talmente ovvi da sembrare persino banali.

Mariani e la ricetta per proteggere un talento fuori dall’ordinario

Rinunciare a un fuoriclasse in grado di cambiare l’inerzia di un match in un baleno sarebbe (e lo sarebbe tuttora) paragonabile perlomeno a un delitto sportivo. Altrettanto deleterio, però, sarebbe non riflettere su quanto i giallorossi possano permettersi di dipenderne. Così, il campanello d’allarme suonato alla vigilia del confronto con la Dea ha riacceso le braci di vecchi timori. Come un post-it attaccato al frigorifero di chiunque continui a nutrire qualche dubbio – lecito, per carità – può allora rivelarsi utile il parere di uno che di campioni se ne intende: il professor Pier Paolo Mariani.

In una recente intervista, proprio il chirurgo che lo ha operato al menisco ha chiarito che le grane del suo paziente non sono riconducibili a una presunta fragilità strutturale, bensì a lesioni muscolari e sovraccarichi funzionali. La soluzione, dunque, sarebbe la prevenzione. Secondo Mariani, infatti, affiancando una programmazione differenziata e personalizzata alle giuste cautele, Dybala potrebbe esprimersi ad alti livelli addirittura sino a quarant’anni, arrivando a immaginare una longevità simile a quella di Francesco Totti. Inoltre, è convinto che, grazie alla gestione di Gasperini e dello staff che lo circonda, un atleta di questa caratura possa disputare il 90% degli incontri.

Il campo come unico giudice per il futuro

Immagine dell'articolo:Da “Mai una Joya” a “Un Dybala è per sempre?”: il ritorno di Paulo

Un endorsement speciale, Gasperini trattiene e rilancia la Joya

Quanto affermato dal luminare di ortopedia e traumatologia sta trovando un iniziale riscontro nell’andamento registrato sinora dal fantasista albiceleste. Cronometro alla mano. In cinque partite ufficiali, infatti, Dybala ha già totalizzato 407 giri d’orologio. Un minutaggio a cui soltanto la versione 2016/17 della Joya può essere accostata. Era l’epoca della Juve: si fermò a 435. Ma era un Paulo con un decennio in meno sulle spalle. E sulle gambe. Numeri che sono la cartina di tornasole di uno stato di grazia fin qui inedito nell’avventura romanista e che si sposano con la filosofia gasperiniana: «Quando sta bene gioca. D’altronde, non si possono prevedere gli infortuni». Incrociando le dita, naturalmente, l’intuito del Gasp dimostra ancora una volta la sua efficacia.

E sì, perché per scongiurare la separazione è stata necessaria anche la mediazione di una sorta di ambasciatore che si facesse portavoce davanti alla dirigenza delle comuni istanze di tecnico e calciatore. Gian Piero, per l’appunto. Che alla fine ha potuto applaudire all’epilogo di una vicenda che aveva assunto i contorni classici di una di quelle telenovele latinoamericane capaci di appassionare il pubblico puntata dopo puntata. Inevitabile, se il protagonista principale, che ha resistito al corteggiamento dell’amico Leandro Paredes per un suggestivo trasferimento al Boca Juniors, al seppur flebile ritorno di fiamma della Vecchia Signora, alle tentazioni turche e alle sirene della Major League Soccer e della Saudi Pro League, è di Laguna Larga, cittadina di poco più di settemila abitanti nel Nord dell’Argentina.

Più gioca, più guadagna: il nuovo patto tra Dybala e la Roma

Con un taglia e cuci degno del miglior Valentino, le parti hanno quindi messo nero su bianco la volontà di proseguire il rapporto, fino al 30 giugno 2027, ma a condizioni economiche profondamente rivoluzionate. Come ricostruito da Sportmediaset, la base è rappresentata dai 2,2 milioni di euro netti garantiti, ai quali si aggiunge un articolato meccanismo di bonus. Ogni titolarità di almeno 45 minuti frutta infatti 100 mila euro per i primi venti gettoni, per poi scattare a 150 mila dalla ventunesima. Ciascun ingresso dalla panchina, invece, vale 75 mila, con l’importo che sale a 100 mila dalla ventesima presenza da subentrato. A questi si sommano 100 mila euro ogni cinque tra gol e assist, con un tetto fissato a quota 30. Una sforbiciata considerevole rispetto ai 6,5 milioni percepiti in precedenza. Mica un dettaglio. Anzi, è quasi il senso stesso del nuovo accordo. La Roma accetta il rischio. Dybala accetta di rischiare su di sé. Del resto, senza alcuna traccia di opzioni per un ulteriore prolungamento, alla prossima scadenza sarà esclusivamente il rendimento a determinarne il futuro.

Né amore né sacrificio, ma comunque una scelta

Forse non sarà un atto d’amore. Sicuramente non un sacrificio, poiché è alquanto azzardato ricorrere a un vocabolo del genere quando si parla di professionisti abituati a maneggiare cifre che, per la stragrande maggioranza delle persone, non sono neppure quantificabili. Nonostante qualcuno possa obiettare «È il capitalismo, bellezza!», sarebbe tuttavia riduttivo liquidare la decisione come irrilevante solamente perché la Joya guadagnerà comunque parecchio.

Nessuna pretesa, non fraintendiamoci, di trasformare questa storia in una favola romantica. Tantomeno nell’estate dei tradimenti e dei voltafaccia. Il calcio moderno rimane e rimarrà un’industria, i contratti sono contratti e la forza di un singolo non può certo combattere i mulini a vento. Dopotutto, Çelik è turco, Summerville è nato a Rotterdam, Dybala è argentino, mentre Don Chisciotte era spagnolo.

Ma in un ambiente oggi assoggettato all’illogica logica del business, dove la cosmetica ha finito per prevalere sull’estetica e anche le emozioni appaiono soggiogate al dio denaro, può ancora capitare che sopravviva un’eccezione che assomiglia alla scelta di non andarsene. Di credere in un Gian Piero Gasperini che ti chiede di uscire dalla comfort zone, di riappropriarti del tuo corpo. Con spirito di abnegazione e un lavoro mentale che aiuta a liberarsi dallo spettro delle ricadute, a tirarsi a lucido e a riprendere a fare ciò che gli è più congeniale: correre, calciare, segnare. E allora è plausibile scommettere su una sfida nella quale tutti hanno qualcosa da perdere. Per poi vincere. Insieme.

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