Del Piero non ha dubbi: «Vincere la Coppa del Mondo significa sentirsi completi, come calciatori ed esseri umani». Poi svela un retroscena | OneFootball

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·22 gennaio 2026

Del Piero non ha dubbi: «Vincere la Coppa del Mondo significa sentirsi completi, come calciatori ed esseri umani». Poi svela un retroscena

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Del Piero non ha dubbi: di seguito le parole dell’ex capitano della Juventus sul Mondiale e sulla Coppa del Mondo sollevata nel 2006

Il presidente della FIFA Gianni Infantino, l’ex capitano della Juventus Alessandro Del Piero e Arsene Wenger sono intervenuti al World Economic Forum di Davos, in Svizzera. Di seguito le parole dell’ex bandiera bianconera.

CAMPIONE DEL MONDO – «Vincere la Coppa del Mondo significa sentirsi completi. Completi come calciatori, ma anche come esseri umani. Si inizia a giocare per passione, senza pensare a nulla se non al pallone, poi crescendo si capisce che il percorso è molto più ampio: diventare professionisti vuol dire crescere anche come persone, fare sacrifici, rinunciare a qualcosa, accettare che la tua vita, le tue amicizie e persino il tuo carattere vengano messi alla prova. Arrivare al punto più alto, sollevare il trofeo più iconico che un calciatore possa vincere, è un’esplosione di tutto ciò che hai vissuto: gioia, fatica, sconfitte, successi. È la bellezza di quel momento».


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PRIMO RICORDO DA TIFOSO DEL MONDIALE DEL 1982 – «All’epoca non c’erano tutti i media di oggi. Io avevo otto anni e quella fu la mia prima Coppa del Mondo. Ricordo le partite viste con la famiglia e con gli amici, in una stanza piena di persone. All’inizio non capivo tutto, ma sentivo che era qualcosa di importante. Poi, partita dopo partita, quarti, semifinali, finale, capii sempre di più. Quando vincemmo scendemmo in strada a festeggiare, con le bandiere. Mia madre mi aiutò a costruirne una fatta in casa, verde, bianca e rossa. Vivevamo in campagna e andai persino a cercare il bambù per fare l’asta. È un ricordo meraviglioso: non c’è miglior modo di iniziare il rapporto con la Coppa del Mondo che vedere il tuo Paese vincerla».

PERCORSO – «La preparazione per una Coppa del Mondo inizia anni prima, già dalle qualificazioni. È un processo lungo, in cui cresci come giocatore e come uomo. Ognuno ha esigenze diverse: c’è chi ha bisogno della famiglia vicina, chi di più spazio per sé stesso. La parola chiave è equilibrio. In uno sport di squadra devi bilanciare l’ego, che è necessario per pretendere di più da te stesso, con il bisogno del gruppo. Serve equilibrio nella chimica della squadra, nei momenti difficili, nei rigori, nello spogliatoio, quando qualcuno deve prendersi responsabilità e qualcun altro deve fare un passo indietro».

SPOGLIATOIO – «Ho vissuto un’esperienza in India in una squadra con giocatori provenienti da dodici Paesi diversi e con religioni differenti. Prima delle partite ognuno si preparava a modo suo: c’era chi pregava, chi si concentrava in silenzio, chi seguiva rituali personali. In quel momento ho capito quanto fosse bello vedere persone diverse, con culture diverse, trovare un equilibrio e diventare una squadra. È fondamentale avere la mente aperta, essere pronti ad ascoltare e a capire gli altri».

MESSAGGIO AI GIOVANI – «Oggi i giovani sono molto preoccupati di sbagliare, di come appaiono, anche per colpa dei social media. Ma sbagliare è fondamentale. Devi perdere partite per crescere, devi commettere errori per imparare. Spesso si impara molto di più da una sconfitta che da una vittoria. Per questo servono allenatori e organizzazioni capaci di accompagnare i giovani in un percorso così impegnativo. Cosa vorrei vedere ai Mondiali 2026? Viviamo un momento pieno di problemi e cattive notizie. Il calcio può portare gioia. La Coppa del Mondo è il momento più bello perché all’inizio tutti sono felici di esserci: i bambini sognano, i giocatori realizzano un sogno, le culture si incontrano. È una celebrazione dello stare insieme. Questo è il vero significato della Coppa del Mondo».

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