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Calcionews24

·14 maggio 2026

Ibrahimovic plenipotenziario? Il Milan rischia di ripetere gli stessi errori

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Senza una società forte non esiste allenatore che possa salvare il Milan: e la soluzione non può essere Zlatan Ibrahimovic

Il nome di Zlatan Ibrahimovic continua a gravitare attorno al mondo Milan come una calamita mediatica. Ogni volta che il club rossonero attraversa una fase di difficoltà, ecco riaffiorare l’idea di affidargli nuovamente pieni poteri, trasformandolo nel punto di riferimento assoluto dell’area tecnica e decisionale. Eppure, proprio guardando a ciò che è accaduto nella stagione 2024/2025, questa ipotesi appare quanto di più rischioso e controproducente possa esserci per il futuro del Milan.


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Perché i risultati parlano chiaro. La stagione che ha visto Ibrahimovic nei panni di uomo immagine, consigliere, motivatore, raccordo societario e di fatto figura centrale del progetto si è chiusa con un amarissimo ottavo posto e con la delusione della finale di Coppa Italia persa. Un fallimento sportivo che non può essere cancellato né ridimensionato dalla retorica del carisma o dell’appartenenza.

Il problema del Milan, oggi, non è trovare un altro uomo forte da mettere davanti alle telecamere. Il problema è molto più profondo: manca una struttura societaria chiara, compatta e coerente. E fino a quando questa situazione non verrà risolta, qualsiasi allenatore o dirigente finirà inevitabilmente travolto dal caos.

Negli ultimi anni il Milan ha cambiato identità troppe volte. Strategie differenti, visioni opposte, comunicazione spesso confusa e decisioni prese senza una linea comune hanno creato un ambiente instabile. In questo contesto, pensare che Ibrahimovic possa trasformarsi nel salvatore della patria significa ignorare completamente la realtà.

Il Milan non ha bisogno di un uomo solo al comando

Il calcio moderno premia le società organizzate, non i progetti costruiti attorno al carisma di una singola figura. Le grandi squadre europee funzionano perché hanno ruoli definiti, competenze precise e dirigenti che lavorano nella stessa direzione. Al Milan, invece, negli ultimi mesi si è avuta spesso la sensazione opposta: troppe voci, troppe interferenze, troppe tensioni interne.

E intanto la situazione sportiva resta delicatissima. A due giornate dalla fine, la qualificazione alla prossima UEFA Champions League è ancora in bilico. Un dettaglio enorme, sia dal punto di vista economico che tecnico. Fallire l’accesso alla Champions significherebbe ridimensionare inevitabilmente il progetto, perdere appeal sul mercato e aumentare ulteriormente la pressione sull’ambiente.

In tutto questo, continuare a concentrare il dibattito soltanto sull’allenatore appare quasi surreale. Da mesi il Milan vive in una sorta di perenne caccia al colpevole: prima Stefano Pioli, poi i due successori, poi ancora nuove indiscrezioni e nuovi ribaltoni su Allegri. Ma il vero nodo resta sempre lo stesso: senza una governance solida, nessun tecnico può lavorare serenamente.

Ed è proprio per questo che, se davvero Massimiliano Allegri stesse valutando il proprio futuro in rossonero, forse dovrebbe riflettere attentamente. Perché oggi il Milan assomiglia sempre più a un enorme manicomio a cielo aperto, dove ogni settimana cambia il centro decisionale e dove tutto viene amplificato da tensioni, pressioni e contraddizioni continue.

Prima ancora degli allenatori o dei dirigenti simbolici, il Milan deve ritrovare una cosa fondamentale: la normalità. Solo allora potrà davvero tornare competitivo.

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