Calcio e Finanza
·23 settembre 2026
Il gap dell'Italia sugli stadi: dal 2000 solo 6 nuovi o ristrutturati. Nel resto d'Europa sono 226

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·23 settembre 2026

Quello degli stadi continua a rappresentare uno dei principali gap strutturali del calcio italiano rispetto ai maggiori campionati europei. A certificarlo è anche la Relazione Annuale 2026 della Commissione indipendente per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche, che dedica un ampio approfondimento alle infrastrutture e al loro impatto sui conti dei club.
Il dato più significativo riguarda quanto accaduto dall’inizio degli anni Duemila. Secondo la relazione , in Italia si contano appena sei stadi nuovi o profondamente ristrutturati, contro 226 impianti inaugurati nel resto d’Europa, per investimenti complessivi pari a circa 22 miliardi di euro.
I sei impianti indicati nel documento sono l’Allianz Stadium della Juventus, l’AlbinoLeffe Stadium, il Bluenergy Stadium dell’Udinese, lo stadio Benito Stirpe di Frosinone, lo stadio Druso di Bolzano e la New Balance Arena dell’Atalanta. La tabella della Commissione ricorda, tra gli interventi più rilevanti, i 155 milioni investiti per lo stadio della Juventus, i circa 100 milioni per la riqualificazione dell’impianto dell’Atalanta, i 30 milioni per quello dell’Udinese, i 20 milioni per il Benito Stirpe e i 19 milioni per il Druso.
Il problema non riguarda soltanto il numero degli interventi. La Commissione evidenzia infatti come circa il 60% dei 129 stadi omologati per almeno 5.500 spettatori risalga al periodo compreso tra il 1920 e il 1970. L’età media degli impianti arriva a 56 anni in Serie A, contro 35 anni in Premier League e 38 in Bundesliga, per salire addirittura a 74 anni in Serie B. A questo si aggiunge il tema della proprietà: l’82% degli stadi italiani è pubblico, elemento che secondo la relazione limita le possibilità di sfruttamento economico degli impianti da parte delle società.
Il confronto internazionale mostra quanto questa distanza possa incidere direttamente sui ricavi. Negli ultimi dieci anni, sottolinea il documento, in Europa sono stati costruiti o radicalmente ristrutturati oltre 150 stadi, interventi ai quali vengono associati un aumento del 40% dell’affluenza e una crescita superiore al 70% dei ricavi da stadio per i club proprietari già dal primo anno di utilizzo.
In Italia, secondo le stime richiamate dalla Commissione, il rinnovamento complessivo degli impianti potrebbe generare 5,3 milioni di spettatori aggiuntivi e una ricaduta economica diretta sui territori pari a circa 1,3 miliardi di euro.
A imprimere un’accelerazione potrebbe essere proprio EURO 2032, che l’Italia organizzerà insieme alla Turchia. Entro ottobre 2026 la FIGC dovrà presentare alla UEFA una lista di cinque stadi, oltre a due impianti di riserva, con una capienza minima di 30mila spettatori e inseriti in città in grado di rispettare i requisiti richiesti sul fronte di trasporti, sicurezza, infrastrutture e ospitalità.
Secondo la relazione, l’Italia ospiterà 26 partite, con oltre 1,1 milioni di spettatori attesi e un impatto economico complessivo stimato in 4,6 miliardi di euro: 800 milioni legati all’eredità infrastrutturale, un miliardo di spesa diretta e 2,8 miliardi di spesa differita nei 12-18 mesi successivi alla competizione.
Alla scadenza del 31 luglio 2026 sono arrivate candidature da 13 città per 16 stadi. I dossier prevedono interventi complessivi per 5,8 miliardi di euro, escludendo il nuovo stadio del Napoli per il quale la relazione precisa che non erano ancora disponibili dettagli, con circa l’80% delle risorse – 4,6 miliardi – attese da investitori privati.
Tra le candidature figurano il San Nicola di Bari, il Dall’Ara o un nuovo impianto a Bologna, il nuovo Riva di Cagliari, il Franchi di Firenze, il Ferraris di Genova, il Via del Mare di Lecce, il nuovo stadio di Milano, il Barbera di Palermo, le due opzioni di Napoli, tre progetti a Roma – Olimpico, Pietralata e Flaminio –, oltre all’Arechi di Salerno, allo Stadium della Juventus e al Bentegodi di Verona.
L’effetto EURO 2032, inoltre, sta andando oltre gli impianti direttamente candidati. La Commissione ricorda il nuovo stadio del Venezia nell’area Bosco dello Sport, con completamento previsto nella primavera 2027, la ricostruzione dello stadio di Arezzo, gli adeguamenti in corso a Carrara e Livorno e le prime interlocuzioni avviate da Parma, Empoli e Como con le rispettive amministrazioni.
Il ritardo infrastrutturale incide anche sulla capacità dei club di sfruttare commercialmente gli impianti. Uno degli esempi più evidenti riguarda i naming rights, cioè la cessione a uno sponsor dei diritti di denominazione commerciale dello stadio.
Secondo la relazione, oggi sono 10 le società di Serie A e Serie B che hanno adottato accordi di questo tipo. La Commissione richiama inoltre una stima elaborata negli anni scorsi secondo cui la difficoltà di valorizzare commercialmente gli impianti – legata anche alla loro prevalente proprietà pubblica – avrebbe determinato per i club di A e B circa 75 milioni di euro all’anno di ricavi potenziali non sfruttati. Si tratta di una stima storica citata dal documento, e non di una quantificazione aggiornata al 2026.
Il punto, dunque, non è soltanto costruire nuovi stadi. Impianti moderni permettono di ampliare hospitality, retail, ristorazione, eventi, servizi digitali e attività extra-partita, trasformando lo stadio da semplice luogo della gara in un’infrastruttura capace di produrre ricavi ricorrenti e meno dipendenti dai risultati sportivi. Ed è proprio su questo terreno che, a oltre vent’anni dall’inizio del nuovo millennio, il divario tra Italia e resto d’Europa resta ancora particolarmente ampio.