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·18 maggio 2026

Il Torino del ’76 visto da Pallavicini: «Una favola di uomini veri e grandi valori»

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L’ex granata, Giuseppe Pallavicini, ricorda lo scudetto a cinquant’anni dal trionfo: «Radice e Pianelli erano fantastici, Claudio Sala il migliore di tutti»

Giuseppe Pallavicini a 19 anni ha vinto lo scudetto del 1976 da giovane riserva del Torino. A Tuttosport ha raccontato quella straordinaria avventura in granata che sabato 16 maggio ha celebrato i 50 anni.

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LA FESTA «Al Boccaccio, in corso Casale. E poi un festa grandissima a Palazzo del Lavoro qualche giorno dopo. Quando ci ripenso mi vengono ancora i brividi, se ricordo da dove eravamo partiti. Poi, come si dice, la fame viene mangiando e così partita dopo partita iniziammo a pensarci e crederci».

IL PENSIERO DELLO SCUDETTO «Nel girone di ritorno. Eravamo al secondo posto e i più grandi iniziarono a dire nello spogliatoio: “Ragazzi, ma perché non dovremmo vincere lo scudetto…?”. Vincevamo in casa e fuori: davanti al nostro pubblico, alla fine, tutte vittorie, tranne l’ultima col Cesena che finì pari. E poi avevamo un allenatore, Radice, che come grinta e determinazione era unico. Ti faceva vorrei credere in qualcosa. Per non parlare dei giocatori, poche storie: quel Toro era una squadra forte!».

SI RICORDA LE SUE 4 GARE «Come no: due da titolare e due entrando dalla panchina».

LA QUALITA’ PIU’ IMPORTANTE DI QUEL TORO «La fame di vincere e il gruppo: eravamo uniti. Ora ci sono troppi stranieri. Noi riserve, quando si andava in ritiro, ci toccava andare un giorno prima: a Villa Sassi andavamo il venerdì sera. Zero polemiche. E poi come secondo allenatore c’era Giorgio Ferrini, sempre molto vicino ai giovani».

IL FILADELFIA «Unico, e poi ci ho vissuto la trafila da giovane: ci venivano a vedere in 5 mila. Un ambiente famigliare».

LA CITTA’ «Era diversa. Innanzitutto faceva più freddo. Era difficile la sera uscire, non c’erano posti per svagarsi. Ma ebbi la fortuna di conoscere Patrizia che poi diventò mia moglie. Ci incontrammo per caso, grazie a una sua amica che conosceva un mio compagno di squadra».

IL PIU’ GENEROSO «Direi Claudio Sala, aveva sempre una bella parola per chi aveva bisogno di un incoraggiamento. Un vero capitano».

IL PIU’ FORTE TECNICAMENTE «Ce n’erano molti, ma sopra a tutti dico ancora lui: Claudio. Era quello che faceva girare la squadra e metteva i palloni a Pulici e Graziani per fare gol. Dribblava in un modo che era bellissimo da vedere e la palla non gliela portavi mai via: sotto questo aspetto era cattivo. Non voleva mai perdere manco in settimana nella partitella. E poi avevamo un portiere fortissimo: Castellini».

CASTELLINI «Spesso ci si fermava dopo gli allenamenti a fargli dei tiri: io, Garritano e altri. Garritano gli sparava la palla all’incrocio: una, due, tre, quattro, cinque. Sempre gol. A un certo punto Luciano si arrabbiò, uscì dalla porta e iniziò a rincorrerlo per tutto il campo… Poi, quando c’erano le partitelle, Luciano voleva sempre giocare in avanti: era bravissimo coi piedi. Si sarebbe trovato benissimo in questo calcio moderno. E poi in porta era eccezionale: e io tra lui e Zoff avrei scelto sempre Luciano. Usciva in presa alta sino a metà area. Era spericolato».

PIANELLI «Grandissima persona. Io ero giovane, per cui non avevo molti contatti con lui direttamente. Ricordo però che quando veniva in ritiro a Villa Sassi, lui veniva con la 131 e la parcheggiava proprio davanti all’ingresso. Nell’auto aveva già il radiotelefono incorporato. Posteggiava e dopo poco Castellini entrava dentro l’auto per chiamare sua moglie!».

IL SIGNIFICATO DEL TRICOLORE «Favola, magia e un po’ di fortuna, che nella vita serve sempre. Eravamo un gruppo forte che credeva davvero di poter vincere e ce l’abbiamo fatta».

LA RIVALITA’ CON LA JUVE «Non la temevamo, in quegli anni vincemmo tutti i derby. Quando entravamo in campo sapevamo sempre cosa fare e come giocare. Noi rispetto ai bianconeri avevamo più fame e poi avevamo tre giocatori che, messi insieme, facevano la differenza: Claudio Sala, Graziani e Pulici».

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