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·2 aprile 2026

Indagine San Siro, il dg del Comune blinda il telefono: niente codici per sbloccarli agli inquirenti

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Le indagini degli inquirenti sulla vendita di San Siro, con annesse aree limitrofe, ha subito un leggero stop dopo il rifiuto da parte di Christian Malangone, direttore generale del Comune di Milano e braccio destro del sindaco Sala, di fornire agli uomini della Guardia di Finanza le password per accedere ai suoi dispositivi elettronici sequestrati nell’ambito della inchiesta da parte della Procura di Milano. A riportalo è l’edizione odierna de Il Corriere della Sera.

Per i pm Cavalleri, Filippini e Polizzi, la figura di Malangone è determinante nella loro indagine visto che si tratta del dirigente comunale più vicino nel colloquio portato avanti negli anni con Inter e Milan. E in particolare la messaggistica contenuta nei suoi apparecchi viene considerata una «indispensabile fonte di prova in considerazione del fatto che Malangone risulterebbe essere stato il soggetto a più diretto e stretto contatto con gli interlocutori privati», cioè i due club diventati i proprietari di San Siro. Bisogna però sottolineare anche che Malangone, su consiglio del suo avvocato, ha esercitato un suo diritto, infatti nessuno è obbligato, che sia indagato o meno, a consegnare i propri accessi e password dei dispositivi elettronici di sua proprietà agli inquirenti.


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A Malangone, insieme agli altri otto indagati, viene contestato l’iter di vendita dello stadio a partire dal 2019 fino alla pubblicazione dell’avviso pubblico del 24 marzo 2025. Per i pm infatti gli indagati – fra cui ci sono dirigenti comunali e consulenti incaricati da Inter e Milan con alcuni ex dipendenti nerazzurri come l’ex Ad Antonello – hanno orientato una «turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente» nell’avere «strumentalmente predisposto in modo sartoriale» i vari passaggi procedurali allo scopo di «allontanare o dissuadere potenziali offerenti diversi da quelli prediletti ex ante».

Al contrario di Malangone, la sua vice Carmela Francesca, che non risulta indagata al momento, ha fornito totale accesso ai suoi dispositivi, visto che gli inquirenti ipotizzano come lei possa essere stata «a stretto contatto con Malangone, motivo per cui detiene e informazioni e documenti utili» (cioè probabilmente molti degli stessi messaggi sul telefonino di Malangone). Certamente, senza password non sempre la tecnologia delle forze dell’ordine riesce a supplire: al punto che nel caso di Armanna il perito del Tribunale spiegò pochi mesi fa che «il tempo stimato» per forzare il telefono sarebbe «68 anni», calcolati su 8.268 tentativi vani di indovinare la password su un totale di 14 milioni e 33.160 combinazioni possibili.

E proprio dalle chat di altre persone coinvolte, martedì scorso gli inquirenti hanno contestato allo stesso Malangone l’ipotesi di reato di «rivelazione di segreto» per via della condivisione con la consulente dell’Inter, l’avvocato ed ex assessore all’Urbanistica Ada De Cesaris, di una bozza di delibera comunale tra il 4 e 5 novembre 2021 sulla «dichiarazione di pubblico interesse». E va ad aggiungersi anche una seconda ipotesi di rivelazione di segreto invece non contestata perché già prescritta, che riguardava una bozza di delibera comunale fatta avere a De Cesaris tra il 6 e l’8 novembre 2019.

Inoltre, ci sono altre tre circostanze su cui i pm scrivono di voler cercare la chiusura del cerchio indirettamente suggerita dai messaggi altrui. E cioè una anticipazione a De Cesaris sull’indice di edificabilità il 31 ottobre 2021; una interlocuzione nel 2024 (sul vincolo di interesse culturale dello stadio) con Katherine Ralph del fondo Oaktree proprietario dell’Inter; e una comunicazione del 2025 da cui per i pm «si desume» la possibilità che l’assessore Tancredi «ancora stesse facendo quanto possibile per assecondare gli interessi delle società».

(Image credit: DepositPhotos.com)

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