Inter, Zanetti: “Moratti è famiglia, con Mourinho il legame più forte. Chivu? Motiva bene, meritiamo di più” | OneFootball

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·23 gennaio 2026

Inter, Zanetti: “Moratti è famiglia, con Mourinho il legame più forte. Chivu? Motiva bene, meritiamo di più”

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Javier Zanetti si è aperto in un intervista al Corriere della Sera dove ha parlato della sua Inter e di quella odierna.

Javier Zanetti da 31 anni rappresenta un punto di riferimento per l’Inter. Prima capitano e ora vicepresidente, ha parlato a cuore aperto in un’intervista al Corriere dello Sport dove ha toccato molti temi tra cui l’Inter odierna e Christian Chivu. Di seguito le sue parole.


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Inter, le parole di Zanetti

Sei sopravvissuto a cambiamenti tecnici, rivoluzioni societarie, cessioni impegnative, crisi. Hai avuto quattro presidenti e visto passare una trentina di allenatori.  «Ho saputo sfruttare un’opportunità. Dal Banfield all’Inter, il top, capirai, mi sono impegnato e curato. All’arrivo a Milano i giornalisti non mi considerarono affatto, trasparente, per loro ero l’accompagnatore di Rambert». 

Moratti, Thohir, Zhang e Marotta con Oaktree.  «Moratti è famiglia. Un rapporto, il nostro, che va molto oltre quello tra presidente e giocatore o dirigente. E quando dico Moratti intendo i Moratti, a partire da Massimo».  

Del quale eri indiscutibilmente il favorito.  «Dimentichi il Chino (Recoba, nda), eravamo in due. Hai detto una trentina di allenatori?». 

Li contiamo?  «Mi fido, in una sola stagione ne ho avuti quattro». 

Il legame più forte?  «Mourinho, senz’altro, è sempre con me, abbiamo fatto qualcosa di indimenticabile e forse irripetibile. E poi Gigi, che purtroppo non c’è più. Simoni un padre, rendeva tutto semplice. José invece è un leader, molto convincente, persuasivo. Ricordo la prima telefonata».  

Prego.  «Giugno, sto rientrando in Argentina e faccio scalo a Fiumicino. A un certo punto ricevo una chiamata da un numero portoghese. “Sono José Mourinho. Ho appena firmato per l’Inter, sarai il mio capitano, mi scuso se non parlo bene l’italiano”. Lo parlava benissimo. Diretto, leale, un allenatore straordinario». 

Simoni il più semplice. E il più complicato?  «Zaccheroni ci faceva fare tanta tattica. Anche un’ora di seguito. Il problema per noi giocatori era riuscire a mantenere la concentrazione per tutto quel tempo». 

Con Simoni c’era il Fenomeno, un fantastico ’98.  «Il periodo migliore. In allenamento ci mostrava sempre qualcosa di diverso, voleva sorprendere. Punizioni all’incrocio, uno contro uno come solo lui sapeva fare. Era potente e tecnico».  

Anche il personaggio Ronaldo non era affatto male.   «In quegli anni c’era ancora la sosta natalizia. Giochiamo il 20 dicembre a San Siro contro la Roma, l’ultimo volo della Varig è alle 22 e 30. Roni fa: “Chi deve partire con me, finita la partita doccia in due minuti e via”. Anche il Cholo e Zamorano dovevano rientrare. E noi: Roni, come facciamo? A quell’ora siamo ancora in campo. “Fate come vi ho detto”. Vinciamo 4-1, Baggio, Zamorano, Cauet ed io, l’ordine non lo ricordo, il Cholo sbaglia un gol di testa incredibile su un mio passaggio».  

Vabbeh, e poi rimaneste a terra?  «Arriviamo all’aeroporto a mezzanotte, l’aereo ci aveva aspettato perché Roni l’aveva fermato con una telefonata. Immagina la reazione dei passeggeri quando ci hanno visto salire a bordo… Durante il viaggio il Cholo mi ha parlato solo del gol mancato. “Ma come cazzo ho fatto?”. Così per ore. Calcio calcio calcio, lui è sempre stato questo». 

Ripeto: come hai fatto a resistere a tutto e tutti? 

«Sincero, a me lo status interessa pochissimo. Io per l’Inter sono una risorsa. Non mi sono fermato alla condizione di ex, ho studiato, mi sono applicato e aggiornato, ancora oggi frequento corsi alla Bocconi. Marketing, finanza, economia, iniziative sociali. Ai giovani calciatori suggerisco di iniziare prima, quando sono in attività e il tempo per prepararsi un futuro non manca». 

Ti sei occupato anche dei rapporti con la curva, con i tifosi. Non sarà anche per questo?  «Solo rapporti assolutamente normali, i video, i selfie, gli autografi, totale rispetto dei ruoli, esiste una linea di confine che non si deve oltrepassare mai e io sono sempre rimasto dalla parte giusta». 

Chivu l’hai avuto anche come compagno di squadra.  «Cristian è un uomo di rara intelligenza, preparatissimo, un grande motivatore, lo ascolto quando parla alla squadra, arriva subito ai ragazzi. Cerca sempre la prestazione, che l’Inter ha sempre fatto, perfino con l’Arsenal che è la più forte d’Europa. Avremmo meritato di più con Atletico e Liverpool, ci mancano quei due punti». 

Hai avuto la fortuna e il merito di giocare insieme ai più forti: Ronaldo il Fenomeno, Messi. Maradona l’hai avuto come selezionatore.  «E mi ha tenuto fuori dal Mondiale, ma con lui non riuscivi ad arrabbiarti. Con Leo ho giocato cinque, sei anni in nazionale. Quando arrivò era giovanissimo e timido. Ma solo fuori dal campo. Gli ho visto fare cose pazzesche, lui è l’essenza del calcio. Diego… beh, Diego…» 

Diego cosa?  «All’Inter c’era Mourinho, 2009. Diego arriva a Milano e mi dice che vorrebbe venire a cena al Gaucho, il mio ristorante. “Ci vediamo alle nove, nove e mezza”. Grandi preparativi, due tavoli lunghi, mogli e fidanzate, ricordo che era dei nostri anche Kily Gonzalez. Le dieci meno un quarto, le dieci. Telefonata. Diego è incazzato con l’autista che non trovava la strada. È a un chilometro dal ristorante, gli dico di non muoversi che passiamo a prenderlo noi. Quando arriviamo, era inverno, sotto zero, come ora, lo troviamo in piedi, vicino al semaforo, l’autista a pochi metri da lui non s’azzardava ad avvicinarsi. Diego è in bermuda, cappottone lungo fino ai piedi. Siamo andati a letto alle quattro» . 

Hai conservato un bellissimo rapporto con Baggio. Eri uno dei due o tre ex compagni invitati alla sua festa dei 40 anni. 

«Un campione assoluto, un compagno positivo, giocoso, generoso. Robi però mi sta sorprendendo».  

In effetti…  «Ora è sempre in giro per il mondo, per vent’anni non s’era fatto vedere. Ha spiegato che la rapina in casa è stato uno shock terribile, ha lasciato dei segni. Quando ci siamo visti a Salerno per Operazione Nostalgia era ancora molto scosso, era successo da poco, l’ho visto piangere. L’ho incontrato anche al sorteggio dei Mondiali: “Pupi, mi mandano di qua, di là”, mi ha detto sorridendo». 

Anch’io ero tra quelli convinti che fosse così, ovvero che la tua opinione contasse e non poco.  «Eri in buona compagnia». 

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