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·20 agosto 2026
La dura storia di Ángel Correa: dal cuore al Mondiale e oggi al River

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Quando entrò in sala operatoria a New York a 19 anni, Ángel Correa non lo fece con la paura della morte. “Non avevo paura perché avrei incontrato mio papà, che mi mancava tantissimo”. Quello che invece lo inquietava era che nessun medico gli aveva assicurato che, dopo essere stato operato per un tumore benigno al ventricolo sinistro, sarebbe tornato a giocare a calcio.
È impossibile conoscere il #10 del River, quello che ha iniziato a incantare con le sue finte contro l’Argentinos e che ha mostrato criterio e talento all’andata contro l’Independiente Santa Fe, senza capire il suo rapporto intimo con il calcio. Uno sport che per Ángel significava speranza, lui che ha imparato a gattonare, camminare e dribblare nel difficile Barrio Las Flores, nel sud-ovest di Rosario.
Quello che per gli intellettuali può essere considerato un semplice pezzo di cuoio gonfiato, per Correa fu una sfera di cristallo attraverso cui cercava di vedere un futuro prospero. Diverso. “Ho tirato fuori la mia famiglia dalla povertà: noi non avevamo da mangiare”, raccontava il crack che papà portava a giocare a baby calcio al Club 6 de Mayo. Lì dove sua madre dovette presentare il documento per risolvere una disputa tra allenatori di due categorie diverse che litigavano per avere Angelito. Lui era solo del ’95. Nato il 9 marzo, 31 anni fa. Lunghi. Difficili.
Come una volta Charly García disse in metafora a Susana Giménez in un salotto televisivo, il successo per Correa arrivò subito dopo i colpi. L’infanzia a Santa Fe fu dura. Perse il padre a 10 anni e a 12 uno dei suoi otto fratelli. Marcela, una guerriera che lo accompagnò in ogni passo e a cui lui rende omaggio in uno dei suoi tanti tatuaggi, gestiva i viveri, pativa la fame o la ingannava con un mate cocido solo perché i ragazzi avessero qualcosa da mangiare una volta al giorno. Le giornate spesso seguivano una routine che includeva camminate fino in città per vendere fiori con sua madre, aprire le portiere dei taxi per guadagnarsi una mancia o suonare i campanelli per chiedere una donazione.
Il calcio era una via di fuga.Il pallone, l’unico giocattolo.“ Un giorno spaccherai”, gli aveva predetto suo padre. E se avesse avuto ragione? E se quelle finte, quei dribbling nello stretto, un giorno si fossero trasformati in un mezzo capace di cambiare la vita della sua famiglia?
Quando Jorge García, storico talent scout dall’occhio infallibile, lo portò nel settore giovanile del San Lorenzo, il presagio di papà Ángel iniziò a concretizzarsi. Il ragazzo, che da giovanissimo era finito anche nel radar del River, non lo sapeva. Né che anni dopo sarebbe andato all’Atlético Madrid per 8 milioni di dollari, né che sarebbe tornato nel calcio argentino per giocare a Núñez in cambio di una cifra quasi doppia di quell’investimento. C’era paura. C’erano tristezza, nostalgia, un nodo allo stomaco. Correa sentiva la mancanza. La sentiva moltissimo. Al punto da pensare di tornare a casa. Arrivò perfino a scappare dal convitto che allora si trovava sotto la tribuna. Ma tornava. “Lì avevo da mangiare”, avrebbe spiegato anni dopo.
A Boedo “la nutrizionista mi diceva che ero denutrito, a ciascuno dei miei compagni davano un pasto, e a me due, perché ero già magro di mio”, come ha raccontato lo stesso Correa. Un crack che si impose e brillò nelle giovanili. Quando iniziò a prendere i primi rimborsi, mandava tutto a casa, a sua madre, che da lontano soffriva per l’assenza di Angelito, ma capiva anche che stava facendo passi verso il suo sogno nel club in cui arrivò persino a vivere un momento storico: l’allora cardinale Jorge Bergoglio gli impartì il sacramento della Cresima due anni prima di essere eletto Sommo Pontefice. Lo stesso Papa Francesco che lo ricevette in udienza privata in Vaticano nel 2015, un anno dopo l’operazione di quel tumore che gli avevano scoperto durante le visite mediche con l’Atlético.
A quel punto, Correa aveva già esordito con Juan Antonio Pizzi, con cui vinse il suo primo titolo da professionista nel 2013, aveva già segnato due gol spettacolari al Boca ed era stato anche determinante nella qualificazione del San Lorenzo ai quarti di finale della Libertadores che il club avrebbe vinto nel 2014 prima del suo addio, non nei migliori rapporti: secondo le sue parole, si sentì trattato male dalla dirigenza in un momento delicato.
In seguito a quel intervento medico a cui fu sottoposto negli Stati Uniti, e che gli permise di firmare con l’Atleti, Correa rimase fuori dai campi per 235 giorni. Il suo ritorno, il 15 gennaio 2015: fece parte dell’esordio dell’Under 20 di Humbertito Grondona nel Sudamericano Sub 20 che l’Argentina avrebbe vinto con Angelito protagonista e con Giovanni Simeone, ex River, capocannoniere. Un cognome chiave nella vita del #10: papà Cholo fu quello che lo sostenne quando la dirigenza pensava di mandarlo in prestito. E aveva ragione: 465 partite, 88 gol, 64 assist e tre titoli gli avrebbero dato ragione.
Il pallone stava già premiando Correa. Nel club e, parallelamente, anche in nazionale: quattro mesi dopo l’eliminazione al primo turno del Mondiale Under 20 esordì con la nazionale maggiore con Gerardo Martino ct e segnò il suo primo gol nel 7-0 contro la Bolivia. Il primo passo di un percorso fatto di 28 presenze e altri due gol, soprattutto all’interno di un ciclo storico: quello di Lionel Scaloni. L’allenatore che lo ha sempre valorizzato per la sua versatilità. Con un ottimo riscontro: Correa ha sempre dato tutto per esserci. Tanto che, oltre a festeggiare la Copa América 2021, nel 2022 arrivò anche a ignorare un fastidio legato alla sua operazione al cuore pur di non perdersi la Finalissima 2022.
“Da giorni vedevo il filo metallico (dell’operazione) che stava per uscire dal petto ma non dissi nulla al dottore perché volevo esserci a tutti i costi a Wembley. Dopo la partita mi è venuta un po’ di paura, anche alla mia famiglia, e l’ho esternato. Il dottore mi disse che si sarebbe potuto infettare, che poteva essere grave: mi si era aperta la cicatrice…”, avrebbe raccontato l’attaccante dopo essere stato curato.
Alla fine di quell’anno, in una settimana visse un vero carosello di emozioni: passò dal restare fuori dalla lista dei 26 convocati per Qatar 2022 all’essere chiamato d’emergenza per volare nel Golfo Persico. Il destino e i suoi giri metaforici fecero sì che venisse contattato mentre giocava una partitella con gli amici. Tra loro, Thiago Almada, il suo “fratellino”, con cui ora si ritrova al River.
E a Lusail arrivò al massimo. A quello che aveva sognato in ogni tardo pomeriggio a Las Flores. La Coppa del Mondo accanto a Lionel Messi. Il trofeo, le luci. La gloria. Il riconoscimento che si era guadagnato da giovane al San Lorenzo e che aveva già a Madrid, ora era diventato internazionale.
Tuttavia, parallelamente, nell’intimo Correa portava un peso profondo: mamma Marcela si stava curando da tempo contro il cancro. “È la nostra forza. Anche se sta lottando, continua a stare con noi. Mi riempie d’orgoglio e noi le diamo forza”, dichiarava a Goal nel marzo 2023. In suo onore, infatti, il rosarino si era rasato e si era fatto fotografare con lei durante il trattamento.
Nell’aprile dello stesso anno, Marcela morì. Un dolore immenso attraversò Angelito, ormai padre di Lola, Luz e Lía nate dalla sua relazione con Sabrina Di Marzo. Lui era riuscito a trasformare la realtà, la quotidianità, di quella donna che si era sacrificata per lui. Che lo aveva coperto. Che si era presa cura di lui. Quella che gli preparava le migliori cotolette dopo i gol. Quella che scelse di lasciare Rosario per curarsi a Madrid, vicino a quello che allora era il 10 e simbolo di un’epoca dell’Atlético. Fu un colpo durissimo per un talento che si distingue per le sue finte e per il suo sorriso.
Già padre, maturo, concentrato sulla sua carriera, nel 2025 scelse di cambiare aria. Trasferirsi in Messico dopo un decennio con i Colchoneros. “Me ne vado con l’orgoglio di avervi rappresentato in campo, con il cuore e fino all’ultimo minuto”, avrebbe detto prima di fare tappa per una stagione ai Tigres. E di tornare in Argentina. Con la sfida di spaccare in un club che aveva già goduto dei suoi primi dribbling. Quello che gli ha dato una #10 pesante per la sua storia. Quello che punta su di lui e sul suo socio Almada per rilanciarsi dopo due lunghi anni senza titoli. Nessuno meglio di lui per lottare con il pallone tra i piedi.
Questo articolo è stato tradotto in italiano dall'intelligenza artificiale. Puoi leggere la versione originale in 🇪🇸 qui.







































