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·4 giugno 2026

La lettera di Osho: "Siamo prigionieri dell'impossibilità di sognare. Lotito deve rendersi conto..."

Immagine dell'articolo:La lettera di Osho: "Siamo prigionieri dell'impossibilità di sognare. Lotito deve rendersi conto..."

Anche Federico Palmaroli, in arte Osho, si è unito al dibattito innescato nei giorni scorsi da Luigi Bisignani sulle colonne del Il Tempo. Dopo Bisignani, Stefano Andreotti e Stefano Di Triglia, anche Osho ha affidato al quotidiano una lunga lettera, pubblicata nell'edizione odierna.

La lettera di Osho

Caro Direttore, se potessi rivolgere un messaggio diretto al presidente Lotito, gli direi una cosa sola: mai come in questo momento il popolo laziale si sente prigioniero della propria società. E lo slogan "libera la Lazio" è azzeccatissimo, perché racconta esattamente quello che proviamo. Siamo prigionieri dell'impossibilità di sognare, di quella sensazione che in passato ci era stata regalata e che, lo riconosco, anche questa stessa proprietà ci aveva fatto vivere. Oggi manca proprio l'illusione di poter fare qualcosa di grande. Manca persino il piccolo brivido di accogliere un campione e dire, magari ingenuamente, "quest'anno non ce ne sarà per nessuno". Anche se poi quel campione si rivela inconcludente, anche se non rispetta le aspettative, almeno per qualche settimana torna a circolare quell'aria buona, quella che fa la differenza tra una squadra di calcio e un'azienda qualunque.

Prosegue

Io ho cominciato ad andare allo stadio nel 1981 e ho vissuto diverse Serie B. Sapevamo accontentarci di una promozione o di un campionato dignitoso in Serie A. Ma già con Calleri presidente e poi a maggior ragione dopo il 2000, dopo l'era Cragnotti, lo scenario è cambiato. Il popolo laziale ha alzato l'asticella, e va detto che con Lotito sono arrivate tante soddisfazioni e tanti trofei. Non lo dimentico, anzi. Il problema è che oggi non possiamo più accontentarci di navigare a metà classifica o di rincorrere un'Europa qualunque all'ultima giornata, magari per il rotto della cuffia. Vogliamo poter sognare, semplicemente. Vogliamo arrivare a fine anno e poter dire "grazie presidente, hai fatto la tua parte, se le cose non sono andate è stata colpa dell'allenatore o dei giocatori". Invece oggi quella possibilità non esiste più, perché nessuno può davvero sognare con i nomi che abbiamo visto arrivare in questi anni. È in questo scollamento, fra le aspettative dei tifosi e una gestione che sembra incurante della loro esigenza di sognare, che si è consumato il vero strappo. E ciò che fa più male è non vedere alcun ascolto da parte della società. Sembra quasi, e sicuramente sarà soltanto una percezione, che certi acquisti non si facciano per dispetto, per voglia di tenere la piazza al suo posto. Sull'arrivo di Gattuso voglio essere onesto: spero che possa essere uno sprone per il mercato, un'occasione per ripartire e mettere il nuovo allenatore nelle condizioni di fare qualcosa di buono. Mi auguro che non sia un altro Sarri, che personalmente non ho mai amato. Mi auguro soprattutto che riesca a imporre delle scelte alla società, che non si accontenti dei "no". So che è complicato, perché stiamo parlando di Gattuso e non di Conte, e perché il suo curriculum non è dei più rispettabili, l'eliminazione dal Mondiale è ancora lì a ricordarcelo. Però voglio crederci, perché altrimenti sarebbe un altro anno gettato via.Vorrei aggiungere anche una cosa più personale. Sono tanti anni che rifaccio l'abbonamento. Ho frequentato a lungo la curva, poi da qualche tempo siamo passati in Tribuna Tevere. Ed è subentrata, durante le partite, una noia profonda nel vedere una Lazio che non ha né capo né coda, che non può ambire a nulla. Andare allo stadio è diventato faticoso. Tante volte mi sono chiesto se valga davvero la pena continuare. Ciò che mi guida è soltanto la fede, perché tutto il resto manca. È rimasto solo il piacere di passare qualche ora con gli amici che riesco a vedere solo lì. L'entusiasmo, quello vero, non c'è più. Ed è questa la prigione di cui parlavo all'inizio: la prigione dell'impossibilità di sognare.Mi unisco infine al ragionamento di Luigi Bisignani. Lotito deve rendersi conto che il calcio, dal giorno in cui acquistò la Lazio, è cambiato in modo radicale. Oggi esistono squadre che competono ad alti livelli, persino in Europa, con investimenti minori. Se davvero arriva un'offerta seria, va valutata. Credo che anche per lui debba essere complicato vivere in un ambiente in cui non c'è più una minoranza che contesta, ma un intero popolo. Una squadra di calcio non è un'azienda come le altre: la sua componente fondamentale è la tifoseria, è l'amore della gente. Non si può gestire una società così come fosse una ditta di pulizie. Va benissimo tutelare bilanci, attivi e passivi, ma c'è anche una componente di sogno e di romanticismo che non si può ignorare. Se davvero arrivasse un'offerta che gli consentisse di rientrare degli investimenti fatti, ci pensi davvero. Per noi, per la Lazio, e in fondo anche per sé stesso. Perché come si fa a fare il presidente in una società dove i tifosi ti odiano?

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