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·28 agosto 2026

Magui Aicega a fondo: mistica Leonas, lato Stone e aneddoto con Osvaldo

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Leona, in tutto e per tutto. Nata il 1° novembre 1973 a Buenos Aires, María Magdalena Aicega si è consacrata come la storica difensora e capitana della Nazionale argentina, che ancora una volta va a caccia di un campionato del Mondo contro i Paesi Bassi.

Oltre alla sua eredità in campo, lavora attivamente come nutrizionista e giornalista sportiva, un tema che ha toccato in una chiacchierata rilassata con Rincón Stone, il ciclo di interviste condotto da Daniel Osvaldo in una produzione di Olé e La Canchita.


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-Sul serio, sei Stone? Sei molto Stone?

-No, ti dico la verità. Ho, credo, su 100 magliette, 80 sono degli Stones. Sono una loro grandissima fan e del merchandising. Ma non è che sono fanatica per la musica. Fanatica della band. Di loro, sì. Non riesco a capire come facciano a essere così. Della loro immagine. Mi piacciono tantissimo.

-Sei mai andata a vederli dal vivo?

-Sono andata a La Plata. Sì, certo. Mi sembra un grande. Magari tu mi dici un certo pezzo e non ce l’ho così presente. Però… conosco. Non dico di no, ma magari ne ho altri. A me piacciono tantissimo Los Piojos e lì ti posso dire tutto.

-E un’altra band che ti piaccia, di qui o di fuori?

-A livello internazionale mi piace molto Bruce Springsteen. E gli U2. Cioè, ne ho varie che mi piacciono. Per esempio, quelle sono tra quelle che mi piacciono di più. Poi ci sono anche band che magari ascolto.

-E l’Indio, Los Redondos?

-Sì, anche. Da ragazzina avevo tutta la discografia. Però non sono mai andata a un concerto dell’Indio. In quel periodo avevi anche tante competizioni, tanti impegni, come se non avessi molto tempo.

-Tifosa di? Si può dire o no?

-No, non si può, non diciamolo.

-Poi me lo racconti.

-Io sono una giornalista sportiva. Per questo, non per te, ma metti che ci sia la controparte. Non mi dà fastidio, cioè, i miei figli sono del River e tutto il resto, e io vado allo stadio. Però la realtà è che ti succede che, siccome lavori in tanti stadi, sai com’è il calcio qui. È come se sembrasse che, se tifi una squadra, non puoi essere obiettiva con un’altra.

-Non puoi esserlo, chiaro, chiaro…

-Tu, per esempio, dici: sì, per me il Boca non ha giocato bene. Ah, perché sei Gallina. Per me il River non ha giocato. Ah, perché sei… Capisci? Quindi non accettano la critica.

-Certo, e tu dici: che mi importa? Stai lavorando…

-Stai lavorando, è come se ti distaccassi. Poi ci vado da tifosa. Sì, ci vado, mi diverte. Anzi, può perfino succedere il contrario: che proprio uno, siccome tifa per un club, magari sia persino molto più critico con quel club.

-Entrano in gioco altre emozioni, magari.

-Guarda, a me succede che, essendo stata sportiva, la critica… Ti posso dire: la squadra secondo me ha giocato bene, ha giocato male. Dici… No, non sarei più critica perché l’altro pensi che… Quando sei in radio, magari io ho Martín Ciccioli, e parlo con Martín, che è super Gallina, cerchi di metterti in un altro posto perché non sembri un programma di parte.

-Certo, gli dai un po’ contro…

-La verità è che uno cerca sempre, quando lavora, di essere molto obiettivo. Poi, come tutto, vai allo stadio e ti diverti. Fa parte del folclore. È come se lo vivessi così, che ne so. Capisco anche com’è il folclore del calcio, però non riesco a capire che non possano vedere che lavori in modo obiettivo. Per chiunque tu lavori.

-A me succede che quando ascolto giornalisti sportivi che sono stati sportivi, è come se uno lo vedesse anche: la critica la prendi in un altro modo o anche il messaggio…

-Certo. Perché non è la stessa cosa se me lo dice magari un giornalista che non ha mai giocato. È come se a volte uno la prendesse male. Io dico sempre una cosa: nel giornalismo a volte ti dicono che è meglio quando dai la tua opinione perché sei stata sportiva.

-Quindi hai uno sguardo, non migliore o peggiore, io dico sempre che è diverso.

-Mi ricordo una volta, io vado abbastanza spesso alla Bombonera, perché devo andarci a lavorare, stavo camminando e arrivavano tutti quelli del Boca, mi guardavano e mi dicevano di sì, che avevi giocato nelle Leona. E io ridevo, capito? Poi non mancherà quello che ti insulta o ti dice qualcosa, però credo che, siccome io non sono di parte, non è che lavoro per un determinato… Io faccio il bordo campo e lo faccio per tutti i club. Anzi, se quando preparo una partita mi tocca Lanús, Riestra, Barracas, chiunque sia, io quella partita voglio che la vincano. Pensa che l’ho preparata tutta la settimana, capisci? Quindi io in quei momenti sono una grandissima tifosa di quei giocatori.

-Arrivi lì e perdono tutte le partite. Poi ti trattano da iettatrice, chiaro…

-Però tu dici: dai, che vincano.

-Sì, è una pressione in più.

-Sì, esatto. Però va così, capisci, è come se ti allontanassi un pochino dal tifoso e quando lavori, lavori.

-E il calcio ti è sempre piaciuto fin da piccola o è qualcosa arrivato magari adesso, con la tua professione?

-No, mi è sempre piaciuto. Ti è sempre piaciuto. Anzi, mio padre a casa… sono dell’Estudiantes e mio padre è nato a Balcarce e ha vissuto a La Plata, per questo è diventato dell’Estudiantes, ed è un tifosissimo mio fratello. E mio padre giocava a pelota-paleta nel Platense. E io mi ricordo che quando giocavano Platense ed Estudiantes cantavano «El Pincha y el Marrón, un solo corazón». Andavano d’accordo. E ricordo che mio padre mi portava allo stadio del Platense e andavo a vederlo giocare a pelota-paleta e io restavo allo stadio. E io ho visto l’esordio di Palermo nell’Estudiantes.

-Oggi c’è così tanto… E c’era anche… Che ti perdi, capisci

-Credo che anche a quell’epoca avessimo… Tutte le squadre avevano un numero 10 che spaccava e i buoni giocatori giocavano molto nel calcio argentino. Oggi vanno via sempre più giovani. Ce n’è uno e vola via.

-Certo, non sei neanche nel quotidiano magari con giocatori più d’élite

-Quindi credo che dipenda un po’ anche da questo, che i giocatori di allora siano come più romanticizzati. Mi ricordo che una volta eravamo al Cenard con Las Leonas e io ero quella che andava sempre allo stadio. E mi ricordo che una volta c’erano quelli del Vélez e credo che ci fosse… Guarda, ricordo che c’era Morigi. E ricordo che lo guardo e dico: «Ragazze, quello è Morigi». E mi dicono: «Chi?» Dico: Morigi. E mi dicono: chi? «Morigi». E poi, certo, ricordo che c’era il Turco Asad. Certo, un po’ più conosciuto. E io dico: «Quello è Morigi». E il ragazzo mi salutò.

-E le tue compagne non lo riconoscevano?

-No, perché oltretutto del Vélez non ce n’era nessuna tifosa. Io lo conoscevo, cioè, non per essere del Vélez, ma per il fatto di guardare il calcio. Ricordo che il ragazzo mi salutò e io risi.

-Tornando a Las Leonas, sei un po’ consapevole di quello che ha generato la tua Nazionale?

-La verità è che è bellissimo per quanto è cresciuto lo sport, perché prima l’hockey era una nicchia molto piccola. Continua a essere una piccola nicchia, ma è cresciuto tantissimo. Oggi io dico sempre che la cosa più bella che mi è successa nell’hockey è che prima era considerato uno sport molto elitario, ed è vero, non perché noi fossimo tutte ragazze ricche, perché non era così. Eravamo classe media, avevi accesso, potevano comprarti un bastone da hockey e potevi andare in un club.

E dopo Las Leonas, quando vai in qualsiasi provincia e vedi posti davvero di classi sociali molto basse, vedi le bambine tutte vestite uguali con il bastone da hockey, dici… Ti dà un po’ di orgoglio. A quel punto dici, basta. Ho vinto.

Ho vinto, certo. Sì. Ti giuro che dici, basta, abbiamo già vinto. E la medaglia d’oro a un’Olimpiade non l’hanno mai vinta. E non mi importa nemmeno. Quando, ovvio, la volevo vincere. Sì, volevo vincere tutto. Sì, certo. Però la realtà è che vedi questo e dici, basta. Quando l’hockey sarà dappertutto, che tutti abbiano accesso, perché questa è la realtà. Poi i bastoni sono diventati… Oggi hai bastoni nazionali, dove c’è molto più accesso, dove nelle scuole… Sì, come se all’improvviso avessero aperto anche un mercato o dato lavoro a molta gente. Totalmente.

È di questo che si tratta, perché in realtà è semplice. Più giocatrici e giocatori ci sono, più possibilità ci sono che emergano. Certo, che tu abbia talenti per giocare in Nazionale. E uno sport che oggi continua a essere dilettantistico.

-Questa è come una piccola spina, diciamo, nel dire… Che a livello di club non sarà mai professionistico.

-No, no, perché credo che non…

-Perché i soldi non bastano. Non perché ce ne siano tanti e la realtà è che oggi nelle Leona sì. Le Leona sono più professionali. Ovviamente, se tu mi dici: si può vivere di hockey? Di hockey nello specifico, oggi tra l’altro è anche abbastanza complicata la questione del Cenard e tutto il resto, ma si può vivere di hockey? Sì, perché hai 20 anni e non hai tante spese. Ora, se dici come un calciatore che deve mantenere la famiglia, no, non puoi. Oggi le ragazze possono vivere di hockey.

-In che senso?

-Ovviamente studiano, perché sai che con l’hockey non sai fino a quando andrà avanti. Oggi hai una borsa, domani non ce l’hai più perché l’allenatore ti ha tolta, perché ti sei infortunata, per un qualsiasi motivo. Quindi devi studiare. Però oggi hai anche i social che aiutano molto anche nelle entrate economiche. Alcune di più, altre di meno. Le più conosciute, ovviamente, puoi perfino avere molto di più.

-Quindi tutte… Diciamo, vi mantenete da sole?

-Sì, sì. Tu paghi la quota del club, come tutti. Giochi a hockey e se giochi bene e hai la possibilità di essere in Nazionale, ben venga. Avevamo una borsa che ai nostri tempi ti aiutava con la benzina. Io per esempio vivevo con i miei e mi manteneva mio padre, cercavo di concedermi i miei sfizi. Studiavo. Mi sono laureata in Scienze della nutrizione. Poi ho studiato giornalismo sportivo perché, te lo ripeto, prima se eri una donna e volevi andare nel calcio ti guardavano come per dire: che ci fai qui? Quindi non lo avevi nemmeno in mente. Però poi, il giorno in cui mi sono ritirata, eri già preparata per quello che sarebbe arrivato.

-Quanti anni avevi quando è iniziato tutto il successo di Las Leonas?

-25 o 26 anni. Molto giovane.

-E i viaggi, quelli li copriva tutti la delegazione?

-Sì, tutto quello sì. In quel senso, sì. Tutto quello è coperto dall’Associazione e ovviamente dalla Confederazione più che dall’Associazione.

-Questo, portato sul campo da gioco, quando affronti l’Olanda o le grandi nazionali, c’entra molto?

-All’inizio dici: voglio competere con queste potenze. Poi ti rendi conto e dici: non ho nemmeno un quarto. Qui si è iniziato a fare un lavoro diverso da quello che si faceva prima. Ti parlo del periodo prima del 2000, ed è un lavoro diverso. Andavamo ai tornei, tutta quella fase. Per questo ti dico, i processi sono super importanti. Vedi, siccome tu sei del calcio, sai che i processi è come se non esistessero. Perché anche se tutti sanno che dovrebbero esistere, poi non esistono. Noi eravamo molto professionali, dal nostro punto di vista, senza il lato economico, e molto forti mentalmente.

-Non so. Siamo state una generazione così. Non avevamo… È successo, diciamo che umanamente è capitato, per caso. Oggi dici, dai, una bambina cresce e dice: io voglio essere come Las Leonas. Io voglio essere come la Nazionale che c’era in quel momento, ma che… Se non avevano un riferimento… No, la Nazionale c’era, ma non era quello che è oggi. E beh, si è iniziato a cambiare tutto questo e si sono iniziati a vedere i risultati, così l’Argentina ha iniziato a crescere. Finaliste olimpiche nel 2000. Nel 2001 siamo arrivate al Champions Trophy, che era un torneo molto importante. Le sei migliori al mondo. Torneo durissimo. Credo che per l’hockey sia… il più duro. Non ti capita un avversario scarso. Olanda, Germania, Cina, c’erano tutte le forti. Australia…

Questo articolo è stato tradotto in italiano dall'intelligenza artificiale. Puoi leggere la versione originale in 🇪🇸 qui.

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