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·10 agosto 2026

Maldini rompe il silenzio: «Guardiola era vicinissimo a dire sì. Malagò ha cambiato le regole in corsa»

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A distanza di alcune settimane dall’addio anticipato al ruolo di direttore tecnico della Nazionale, Paolo Maldini racconta per la prima volta, in una lunga intervista a Il Corriere della Sera, la sua versione dei fatti.

L’ex capitano rossonero ripercorre le settimane in cui, insieme a Leonardo, aveva accettato di guidare il progetto di rifondazione del calcio italiano su chiamata di Giovanni Malagò. Un incarico nato in modo informale, con una telefonata a Pasqua e confermato solo alla vigilia delle elezioni federali: «Malagò mi ha chiamato a Pasqua dicendo che c’era la possibilità di diventare presidente della FIGC e che ero la persona che voleva avere con sé» racconta Maldini. Poi il silenzio, fino al giorno del voto, quando la proposta è diventata concreta: la presidenza del Club Italia e la creazione di una nuova figura mai esistita nell’organigramma azzurro, quella del direttore tecnico.


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Il progetto, spiega Maldini, prevedeva un orizzonte temporale stimato in otto o dieci anni che in Lega aveva già sollevato più di un dubbio.

«Ho raccontato il nostro progetto, incentrato su due binari diversi. La rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una nuova mentalità è un percorso lungo. Imponeva di creare un nuovo movimento in cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: serie A, serie B, serie C, dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori, degli arbitri. E poi c’era l’altro binario, o se preferisce l’altro treno, che doveva viaggiare molto più veloce: perché tra meno di due mesi giochiamo con Belgio, Turchia e Francia per la Nations. Dovevamo sia preparare il domani, sia far bene oggi. E ricominciare a vincere».

La scelta del Commissario tecnico: da Guardiola a Pirlo

L’intervista poi passa al capitolo spinoso della scelta del Ct. Secondo Maldini Pep Guardiola era «molto tentato» dall’idea di allenare l’Italia: «È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli» racconta l’ex difensore rossonero durante l’incontro avvenuto a Barcellona. Sulla presunta richiesta economica da venti milioni di euro Maldini smentisce categoricamente: «I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo Ct e io sono a posto». Alla fine l’allenatore catalano avrebbe rinunciato per stanchezza fisica dopo un decennio in Premier League e un intervento chirurgico alla schiena.

Così il pensiero di Maldini e Leonardo è andato su «un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale». I nomi erano tre: oltre a Pirlo, la lista dei candidati comprendeva anche Daniele De Rossi e Fabio Grosso, tutti campioni del Mondo. Bocciati sul nascere.

«Il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A» ricorda Maldini spiegando così l’esclusione dei due tecnici impegnati in campionato. Anche un contatto con Carlo Ancelotti, definito «doveroso», si è chiuso con un cortese rifiuto legato all’impegno con il Brasile.

Sulla scelta finale di Andrea Pirlo «la nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva».

Maldini respinge invece con decisione le polemiche sui presunti conflitti d’interesse legati al figlio Christian e al figlio dello stesso Pirlo entrambi attivi nel mondo delle procure: «Quella norma è stata cancellata nel 2019. Non c’era nulla sul piano giuridico che potesse impedirci di lavorare insieme» chiarisce. Più delicata invece la questione del legame commerciale di Pirlo con una società di scommesse russa che secondo Maldini è stata «cavalcata in modo assolutamente esagerato. Questa cosa ha sicuramente contato. Noi non la sapevamo. L’opinione pubblica ha fatto il suo lavoro. Ma non c’era nulla sul piano giuridico che avrebbe potuto impedire ad Andrea di fare l’allenatore della Nazionale».

Le dimissioni e quale sarebbe stato il suo futuro del calcio italiano

La rottura definitiva con Malagò arriva quando il presidente federale comunica un cambio di regole in corsa.

«Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: “Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate”. Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile, – racconta Maldini. – Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire. Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera. Non c’erano più le condizioni di fiducia per svolgere un lavoro che è enorme, ma allo stesso tempo esaltante».

Nella parte finale dell’intervista Maldini guarda anche al futuro citando il modello Cruijff nella Spagna moderna e indicando la strada che avrebbe voluto imboccare per il calcio italiano.

«Un cambiamento radicale. Metodologie di lavoro completamente diverse, più offensive. Formazione di nuovi talenti. Sostegno a tutta la filiera delle Under. Sarei diventato presidente del Club Italia, che è fatto da diciannove squadre: le giovanili, le femminili, il beach soccer, il Futsal…».

Prima di tutto in Italia bisogna tornare a essere competitivi: «Vogliamo renderci conto che il nostro calcio ha perso competitività, non soltanto nei confronti delle grandi, ma anche di nazioni che ci sono sempre state inferiori? Siamo consapevoli o no che dobbiamo rivedere tutto, dalle strutture alla cultura?».

Stadi, ricerca del talento: questi sono alcuni dei punti da cui Maldini e Leonardo sarebbero partiti per rifondare il sistema calcio italiano. «Volevamo coinvolgere tutti per cambiare norme e regolamenti nel minor tempo possibile». Ora al suo posto c’è Claudio Ranieri: «La sua storia parla per lui. Temo però che sarà data molta importanza alla Nazionale e molta meno alla rifondazione del calcio italiano».

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