McKennie si racconta a 360°: «Un onore stare tanti anni in un club come la Juve. Spalletti il mio tecnico preferito. Yildiz? Un giocatore speciale. Sullo Scudetto…» | OneFootball

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·8 agosto 2026

McKennie si racconta a 360°: «Un onore stare tanti anni in un club come la Juve. Spalletti il mio tecnico preferito. Yildiz? Un giocatore speciale. Sullo Scudetto…»

Immagine dell'articolo:McKennie si racconta a 360°: «Un onore stare tanti anni in un club come la Juve. Spalletti il mio tecnico preferito. Yildiz? Un giocatore speciale. Sullo Scudetto…»

In una lunghissima intervista ai microfoni di Tuttosport, McKennie si è soffermato su diversi temi parlando di Scudetto e non solo. Le sue parole

Accolto dall’affetto e dagli applausi dei tifosi a Casa Juve a Perth, Weston McKennie si prende un momento per raccontarsi a 360 gradi. ai microfoni di Tuttosport. Il centrocampista americano, ormai pilastro dei bianconeri, fa il punto sulla nuova stagione in arrivo e sulla propria maturazione personale all’interno del club.

Il test con l’Inter e la preparazione estiva

La pre-season della squadra passa subito attraverso una sfida di grande fascino contro i nerazzurri. Un impegno che, al di là del risultato formale, offre indicazioni fondamentali sullo stato di forma del gruppo: «E’ una partita di precampionato, ma penso che alla fine entrambe le squadre stiano cercando di capire a che punto sono nella preparazione in vista della nuova stagione. Penso che sia un’ottima partita di preparazione per noi e credo che lo sia anche per i tifosi. Penso che sia proprio quello che vogliono vedere. Ma alla fine noi vogliamo soprattutto capire come funzioniamo insieme, vedere come si inseriscono i nuovi giocatori, come affrontano tutto questo e come lo affrontiamo noi. L’Inter la conosciamo bene. Li affrontiamo continuamente in campionato, quindi sarà emozionante e penso che siamo pronti».


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Le tournée estive offrono sempre grande calore da parte dei sostenitori internazionali, anche se i ritmi serrati del lavoro sul campo lasciano pochissimo spazio alle visite turistiche. L’attenzione resta focalizzata al massimo sul riscatto dopo un’annata complessa: «Quest’anno è stato un po’ più frenetico, credo. Non abbiamo avuto davvero la possibilità di vedere la città di Hong Kong e non sono ancora riuscito a vedere Perth. Quindi penso che siamo concentrati soprattutto sulla preparazione, sugli allenamenti e sul capire alcune cose. Ovviamente la scorsa stagione non è stata la migliore per noi e non è finita come avremmo voluto. Quindi credo che quest’anno siamo un po’ più concentrati sull’aspetto calcistico e sul fare in modo di riportare la Juventus dove deve stare».

Corsa Scudetto e dettagli da limare

Sulla griglia di partenza del campionato e sulla percezione dei rivali nerazzurri ancora favoriti per il titolo, la stella statunitense mantiene i piedi per terra puntando sull’autoconsapevolezza: «È questo che dicono i giornali? Non lo so. Voglio dire, penso che qualsiasi squadra in Italia abbia la possibilità di vincere lo scudetto. L’Inter ovviamente ha una squadra forte e l’ha vinto l’anno scorso. Quindi, se la gente dice questo, immagino che sia quello che pensa. Il nostro compito, però, è concentrarci sul nostro gioco, su ciò che vogliamo fare e cercare di scendere in campo e cambiare la percezione che abbiamo di noi stessi».

Per ritornare a cucirsi lo scudetto sul petto serve però ritrovare quella continuità che è mancata negli ultimi tempi, correggendo le piccolissime sbavature che pesano a fine stagione: «Sono qui da sei anni e penso che si tratti semplicemente di curare i piccoli dettagli: concretizzare le occasioni, chiudere le partite quando siamo in vantaggio, ma soprattutto trovare continuità nel nostro gioco durante tutta la stagione. In passato abbiamo avuto grandi momenti e periodi in cui siamo stati molto convincenti, vincendo le partite in maniera netta. Poi, però, ci sono stati momenti in cui abbiamo commesso piccoli errori, regalando partite e punti. Penso quindi che l’allenatore e lo staff tecnico stiano cercando di ribadire continuamente un concetto: il nostro avversario più grande siamo noi stessi. Se vogliamo ottenere qualcosa, dobbiamo semplicemente rimanere concentrati e farlo accadere».

Europa League, la spinta di Yildiz e i nuovi innesti

La mancata qualificazione alla massima competizione continentale brucia ancora, ma la squadra deve trasformare quell’amarezza in energia positiva guardando ai nuovi traguardo: «Ovviamente è deludente ed è qualcosa che spero rimanga nella mente di ogni giocatore. Ma alla fine bisogna continuare ad andare avanti. Ci siamo qualificati per l’Europa League, quindi credo che il nostro obiettivo debba essere provare a vincerla, perché questa è la situazione in cui ci troviamo. E ovviamente vogliamo qualificarci per la Champions League».

Sull’impatto dei nuovi compagni arrivati dal mercato, a partire da Kolo Muani e Alajbegovic, l’accoglienza è stata eccellente: «Per quanto riguarda i giocatori che sono arrivati, molti di loro li conoscevo già oppure ci avevo giocato contro. Contro uno o due ho giocato al Mondiale, contro un altro ho giocato la scorsa stagione in campionato. E Kolo, sì, è semplicemente un bravo ragazzo. Penso che si sia inserito molto bene nello spogliatoio. Sa cosa significa la Juventus e sa di cosa ha bisogno la Juventus. Credo che possa offrire queste cose e penso che sia pronto a farlo. Credo che anche gli altri ragazzi arrivati sappiano quanto sia grande la Juventus, quanto possa essere grande e quanto debba esserlo. Spero che possano dare il loro contributo e sono convinto che saranno in grado di aggiungere qualcosa alla squadra. Altrimenti non li avremmo considerati degli obiettivi di mercato se non pensassimo che possano aiutarci. Quindi siamo tutti molto curiosi di vedere come si comporteranno durante la stagione».

Fra i talenti purissimi del gruppo brilla Kenan Yildiz, chiamato a trascinare l’attacco vestendo una maglia ricca di storia: «Penso che Kenan sia un giocatore speciale. Credo che lo abbiamo visto durante le stagioni che ha disputato con noi. Essere il numero 10 della Juventus significa essere un giocatore capace di creare qualcosa dal nulla, di essere decisivo nei momenti importanti. È ancora giovane e penso che stia ancora crescendo sotto questo aspetto. Ma alla fine un giocatore non può fare tutto da solo. Ovviamente noi giocatori più esperti e quelli che gli stanno intorno cerchiamo di spronarlo e di fargli capire la posizione in cui si trova e le responsabilità che comporta. Penso che stia facendo un buon lavoro. Quindi sì, credo che possa arrivare ovunque voglia arrivare. Ha quella qualità e quelle capacità. Crescendo e acquisendo maggiore esperienza, comprenderà sempre meglio quello che ci aspettiamo da lui e quello che la gente si aspetta da lui. E penso anche che sia una persona che pretende molto da se stessa».

Dalla leadership al legame con Spalletti

Con il passare del tempo Weston McKennie è diventato uno dei punti di riferimento dello spogliatoio, assumendo quasi un ruolo da veterano: «Per quanto riguarda il mio ruolo nella squadra, essendo qui da così tanto tempo e considerando che quando sono arrivato alla Juventus c’erano giocatori come Bonucci, Chiellini, Buffon, Ronaldo, Dybala e tutti quegli altri ragazzi, ho imparato tantissimo da loro. Cerco semplicemente di maturare e crescere nel ruolo di uno dei veterani della squadra. Penso che il mio compito sia mettere sempre la squadra al primo posto, essere pronto e disponibile in ogni momento e aiutare i giocatori che arrivano a capire cosa sia la Juventus, come funzioniamo e dove debba stare la Juventus. Parlo molto anche con Locatelli della mentalità che dobbiamo avere. Manuel è uno dei giocatori che sono qui da molto tempo ed è il capitano della squadra. Parlo con lui per cercare di capire come dobbiamo comportarci, come dobbiamo parlare e quale esempio dobbiamo dare in allenamento e durante le partite per arrivare dove vogliamo arrivare. Siamo qui da molto tempo e non abbiamo ancora vinto lo scudetto. È qualcosa che desideriamo davvero. Credo che riuscirci rappresenterebbe un’eredità importante da lasciare e sarebbe un ricordo e un momento fantastico da regalare ai tifosi della Juventus».

Il pensiero di restare a lungo a Torino strizza l’occhio ai grandi simboli del calcio italiano: «Penso che sia innanzitutto un grandissimo onore. Ed è un sogno che si realizza. Quando ero piccolo, anche se forse a qualcuno non piacerà sentirmelo dire, il mio idolo era Francesco Totti, soprattutto per la sua fedeltà, ma cito anche l’esempio di Del Piero, ovviamente: rimanere così a lungo in un club, e soprattutto in un club come la Juventus, non è facile. Devi affrontare la pressione giorno dopo giorno. È qualcosa che ho imparato da Pirlo quando sono arrivato. Mi disse una cosa che mi è rimasta impressa nella mente: qualsiasi giocatore può avere la fortuna di arrivare in un club come questo e restarci uno o due anni, ma sono solo i giocatori professionali, quelli capaci di rendere giorno dopo giorno, che riescono a rimanere in un club del genere per cinque, sei o sette anni. È una cosa che ho avuto in testa per molto tempo. Essere qui già da sei anni e iniziare, credo, la mia settima stagione è un sogno che si realizza. Quindi spero di poter continuare così».

Fondamentale è anche l’alchimia trovata con Luciano Spalletti, guida tecnica della squadra: «L’ho detto molte volte: Spalletti è probabilmente il mio allenatore preferito tra quelli che ho avuto nella mia carriera. E non penso che sia soltanto perché riesco a rendere bene con lui. Credo che dipenda soprattutto dal modo in cui mi permette di giocare. Penso che capisca che tipo di giocatore sono e mi concede la libertà di leggere la partita, interpretare quello che vedo in campo e giocare di conseguenza. Mi permette di farlo. E poi penso che abbia una personalità fantastica. In America lo definiremmo un “player’s coach”, cioè un allenatore vicino ai giocatori: uno che sa rimproverare un calciatore quando serve, ma che sa anche scherzare con lui per alleggerire l’atmosfera. Quindi sì, sono stato molto, molto contento quando ha deciso di restare e quando il club ha deciso di confermarlo. È uno dei tanti motivi importanti per cui volevo rimanere qui alla Juventus e per cui mi trovo così bene».

Sulla posizione tattica preferita da interpretare nell’undici iniziale:«Per quanto riguarda la posizione, come hai detto, ho giocato in tantissimi ruoli. Naturalmente ho delle posizioni preferite. Mi piace giocare da numero 8, mi piace fare il 10 o il trequartista. Sono i ruoli che preferisco perché sono un giocatore a cui piace segnare, difendere, attaccare e difendere. Mi piace fare tutto e quelle posizioni mi permettono di farlo. Quindi sì, spero di giocare più spesso in quel tipo di ruolo durante questa stagione. Ma alla fine, qualunque sia il ruolo in cui hanno bisogno di me per aiutare la squadra ad avere successo, sono felice di giocare lì. Penso di averlo detto molte volte e credo anche di averlo dimostrato molte volte. Finché sono nell’undici titolare e sono in campo, sono felice. Potete anche mettermi in porta, non mi interessa davvero! Sono contento di ricoprire qualsiasi ruolo di cui la squadra e l’allenatore abbiano bisogno».

L’esperienza con la Nazionale e la vita fuori dal campo

Un passaggio inevitabile riguarda anche l’avventura ai Mondiali con la maglia degli Stati Uniti, disputati tra Nord e Centro America: «Il Mondiale è stata un’esperienza fantastica. Ovviamente non siamo arrivati fino al punto in cui avremmo voluto nel torneo e la partita contro il Belgio è stata deludente per me e per noi come squadra. Ma alla fine penso che avere il Mondiale negli Stati Uniti, in Canada e in Messico sia stato molto importante. Credo che abbia aiutato a far crescere questo sport nel nostro Paese e abbia avvicinato tanti nuovi tifosi al calcio. Penso anche che sia stato bello perché molte persone provenienti da tutto il mondo hanno avuto la possibilità di venire negli Stati Uniti, vivere personalmente l’America e rendersi conto che non è sempre come viene rappresentata sui social media. Sui social vengono messe in evidenza soprattutto le cose negative e tutti le vedono. Quando sono in Europa e parlo con le persone, a volte mi dicono: “No, non voglio andare in America per questo o per quello…”. Invece abbiamo sentito tantissimi commenti positivi da parte delle persone che sono venute e hanno vissuto questa esperienza per la prima volta. Quindi sì, da quel punto di vista siamo stati felici di poter dare al nostro Paese qualcosa in cui credere, qualcosa capace di unire le persone, qualcosa da sostenere e che potesse dare loro speranza. Ed eravamo orgogliosi di questo».

A proposito delle polemiche nate attorno al compagno di squadra Balogun e dell’eco mediatica scatenata: «Per quanto riguarda quella situazione, non conosco davvero tutti gli aspetti di ciò che è successo dietro le quinte. So soltanto che ognuno ha la propria opinione e io non sono nella posizione di dire se sia stato giusto o sbagliato. So che il suo fallo non era intenzionale. E se si guardano tante altre situazioni avvenute durante il torneo, ce ne sono state molte simili in cui non è stato dato né un cartellino né un rigore, oppure non c’è stato un rosso o addirittura non è stato fischiato fallo. Quindi penso che sia stata una decisione difficile per l’arbitro. Alla fine, però, ha attirato molta attenzione inutile su Balo e sulla squadra. Ovviamente siamo stati felici quando abbiamo saputo che il cartellino rosso era stato annullato».

Dietro al calciatore c’è poi un ragazzo pieno di passioni differenti per staccare la spina nel tempo libero: «Io dico sempre di essere molto più di un semplice calciatore. Ho tre cani. Amo la musica. Mi piace suonare il pianoforte. Amo il pianoforte. Mi piace giocare a golf, ma tra le due cose preferisco il pianoforte: non so leggere la musica. Una volta ho provato e ho pensato: “No, non ce la faccio”. Suono a memoria. Mi piace anche disegnare e colorare. Compro quei libri già pronti e li coloro. Mi piace colorare. Amo i film. Amo i Lego. Mi piace fare tantissime cose: quando non sono al centro sportivo e non viaggio per il calcio, cerco di staccare mentalmente da tutto questo, perché è la nostra vita quotidiana. Lo facciamo ogni giorno, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Quindi, quando non sono in campo o al centro sportivo, cerco di staccare, lasciare libera la mente, rilassarmi ed essere semplicemente me stesso».

Un’indole poliedrica che si riflette anche in quelle che avrebbero potuto essere le sue professioni alternative:«Penso che avrei fatto il vigile del fuoco oppure avrei giocato nella NFL. Una delle due cose».

Immancabile un pensiero rivolto a Dusan Vlahovic e al loro rapporto personale: «No, non gli ho scritto da quando sono tornato. Siamo stati super impegnati. E penso anche che questo sia il momento per lui di concentrarsi su se stesso e capire cosa vuole fare. Non sono il tipo di persona che vuole aggiungersi alle cento persone che ti mandano messaggi chiedendoti: “Cosa farai? Dove andrai? Che cosa succederà?”. So come ci si sente quando ricevi cento messaggi diversi da persone che continuano a chiederti queste cose. Quando avrà chiarito la sua situazione e avrà fatto ciò che deve fare, gli manderò un messaggio per congratularmi con lui per qualsiasi decisione abbia preso, gli augurerò buona fortuna e spero di rivederlo da qualche parte in campo».

Infine, la passione mai nascosta per lo sport e il football americano: «Washington Commanders. A livello universitario, da ragazzino pur essendo texano tifavo Oklahoma, ma ora tifo per la squadra di mio nipote, Cordarian Powell, cornerback di Texas State, compirà 20 anni a novembre ma è più alto e più grosso di me: è praticamente come un fratellino per me. Gli dico sempre: “Devi solo arrivare in Nfl, perché quando smetterò di giocare a calcio viaggerò in giro per guardarti giocare. Quella sarà la mia pensione…”».

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