Paolo Berlusconi ricorda così Silvio: «La vittoria era la sua ossessione. Il nostro Milan non smetteva mai di attaccare. I giocatori che avrebbe voluto? Ce ne sono due…» | OneFootball

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·5 marzo 2026

Paolo Berlusconi ricorda così Silvio: «La vittoria era la sua ossessione. Il nostro Milan non smetteva mai di attaccare. I giocatori che avrebbe voluto? Ce ne sono due…»

Immagine dell'articolo:Paolo Berlusconi ricorda così Silvio: «La vittoria era la sua ossessione. Il nostro Milan non smetteva mai di attaccare. I giocatori che avrebbe voluto? Ce ne sono due…»

Paolo Berlusconi, intervistato da AS, ha ricordato così il fratello, nonché leggendario ex presidente del Milan, Silvio: le sue parole

Le radici del successo mondiale del Milan affondano in un sentimento autentico e lontano nel tempo. Paolo Berlusconi, intervistato dal quotidiano spagnolo AS, ha voluto ripercorrere i momenti che portarono suo fratello Silvio a rilevare la società rossonera, trasformandola in una regina d’Europa. Non fu solo una mossa imprenditoriale, ma il coronamento di un sogno coltivato sin dall’infanzia nelle strade di Milano.

Sull’arrivo di Berlusconi nel mondo Milan: «Il club stava attraversando un periodo difficile. Il presidente Giuseppe Farina era praticamente in procinto di andarsene nel 1986, e Silvio pensò che fosse giunto il momento di restituire alla città ciò che il Milan gli aveva dato. La nostra candidatura era naturale. Avevamo questo piano ben chiaro in mente. C’era l’opzione di collaborare con una compagnia petrolifera italiana, ma non funzionò».


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Sulle ambizioni di Berlusconi: «Un’altra cosa che ossessionava Silvio era che dovevamo vincere, a prescindere da tutto, ovunque giocassimo. Attaccare, dominare, zero speculazioni. Niente calcoli, niente formule matematiche… Prima, per esempio, la logica imponeva di vincere in casa e pareggiare in trasferta. Questo garantiva la vittoria del campionato, ma per noi non bastava. Era superato. Un’altra idea era dimostrare al mondo che l’Italia non era un catenaccio costruito su difesa e contropiedi. Voleva rompere schemi e luoghi comuni. Il nostro Milan non ha mai smesso di attaccare. Ricordate le nostre partite contro il Real Madrid in Coppa dei Campioni? Non c’era differenza tra San Siro e il Bernabéu. A Madrid ci applaudivano anche loro, perché erano abituati al bel calcio».

Sui suoi sogni calcistici proibiti: «Forse Maradona e Totti. Li ammirava. Non abbiamo mai provato a ingaggiarli perché Silvio credeva e difendeva gli stemmi dei club. Sapeva che erano rispettivamente gli stemmi di Napoli e Roma. Ma diceva che erano intoccabili».

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