Pasqualin: «I mediatori sono i veri padroni del mercato. Bisogna tornare alla figura del procuratore» – ESCLUSIVA | OneFootball

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Calcionews24

·30 luglio 2026

Pasqualin: «I mediatori sono i veri padroni del mercato. Bisogna tornare alla figura del procuratore» – ESCLUSIVA

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Claudio Pasqualin analizza il sistema delle commissioni, critica la figura del mediatore e dice la sua sulle recenti vicende della Nazionale italiana

In un’intervista esclusiva concessa a CalcioNews24, il procuratore Claudio Pasqualin affronta alcuni dei temi più caldi del calcio italiano, offrendo una lettura netta e senza compromessi su questioni che riguardano il presente e il futuro del movimento.

Dalla battaglia contro la figura del mediatore e il sistema delle commissioni nel calciomercato, fino alle recenti vicende che hanno coinvolto la Nazionale italiana, Pasqualin analizza il ritorno di Roberto Mancini, il nuovo ruolo di Claudio Ranieri, la gestione della vicenda Maldini-Leonardo-Pirlo e le criticità strutturali del sistema calcio.


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Non manca una riflessione sul futuro del calcio italiano, sulla necessità di valorizzare i calciatori italiani, sul peso sempre crescente degli intermediari e sulle possibili riforme per invertire una tendenza che, secondo Pasqualin, rischia di impoverire ulteriormente il movimento. Un’intervista esclusiva nella quale il noto procuratore espone con chiarezza il proprio punto di vista, tra analisi, ricordi e proposte concrete.

Salve sig. Pasqualin. Le commissioni dei procuratori sono sempre più al centro del dibattito. Michele Criscitiello ha denunciato un sistema in cui gli intermediari arrivano a incassare più dei club. Qual è la sua posizione?

«Da tempo porto avanti, insieme ad Avvocati Calcio, una battaglia per riportare giustizia e verità nel sistema. Il problema è che oggi vengono definiti procuratori soggetti che, in realtà, procuratori non sono. La Federazione, probabilmente senza rendersi conto delle conseguenze, ha finito per legittimare una figura che per anni aveva invece combattuto con decisione: quella del mediatore.

Dal punto di vista giuridico e sostanziale, chi opera oggi sul mercato è molto spesso un mediatore e non un procuratore. Mi è capitato recentemente di sfogliare una copia anastatica della Gazzetta dello Sport degli anni Settanta, nella quale era riportato l’ordine del giorno di un Consiglio federale. Tra i punti principali figurava proprio la lotta ai mediatori.

All’epoca esistevano personaggi come Anconetani, che poi sarebbe diventato presidente del Pisa, o Cruciani. Erano mediatori conosciuti e stimati, ma la Federazione riteneva comunque che quella figura dovesse essere contrastata. Oggi, invece, è accaduto l’esatto contrario: il mediatore è stato progressivamente legittimato approfittando della figura del procuratore.

Il procuratore, però, ha un solo mandato: quello conferito dal calciatore. Deve operare nell’interesse esclusivo del giocatore ed essere remunerato da lui. Questo è il principio che dovrebbe continuare a valere»

Secondo lei, quindi, il sistema andrebbe regolamentato?

«No. Non va regolamentato, va eliminato. Questa figura deve essere cancellata. Bisogna tornare al modello originario previsto dai regolamenti del CONI e della FIGC, cioè quello del procuratore che rappresenta esclusivamente il calciatore.

Nel tempo si è cercato di trasferire il costo della procura sulle società, ma il regolamento parla chiaro: il soggetto responsabile del pagamento è il calciatore. Persino la magistratura, in alcuni casi, ha sollevato dubbi quando era la società a sostenere quel costo.

Il problema è che oggi il mediatore può perfino non avere alcun rapporto con il calciatore e, nonostante questo, guadagnare sul trasferimento grazie agli accordi con i club. Può rappresentare una società, entrambe le società o inserirsi nella trattativa senza avere alcun rapporto fiduciario con il giocatore. È una situazione completamente diversa rispetto alla figura del procuratore.

Negli anni i regolamenti sono stati progressivamente svuotati. Si è consentito ai procuratori di lavorare anche per le società e da lì è iniziata la deriva. Finché nessuno interverrà per riportare ordine, questo sistema continuerà a espandersi».

Quale sarebbe, allora, la soluzione concreta?

«È molto semplice: ripristinare e valorizzare esclusivamente la figura del procuratore vero e proprio. È una professione che ha una funzione precisa e che per decenni ha garantito un equilibrio.

Le società hanno colto l’occasione e hanno favorito la crescita dei mediatori. Oggi sono loro i veri padroni del mercato e muovono cifre enormi, arrivate a centinaia di milioni di euro.

Mi chiedo quale sia, allora, il ruolo dei direttori sportivi e dei dirigenti. Se esistono queste figure, perché dovrebbe essere necessario un mediatore?

Il calciatore può e deve essere assistito dal proprio procuratore, cioè da chi ha ricevuto il mandato direttamente da lui. Il vero errore è stato consentire che lo stesso soggetto potesse rappresentare anche le società. Da quel momento il sistema è completamente degenerato».

Nel caso citato da Criscitiello, però, si trattava di un trasferimento a parametro zero (Kessié al Barcellona dal Milan). È normale che le commissioni assumano un peso così rilevante?

«Sì, è una conseguenza naturale. Se non esiste il costo del cartellino, è inevitabile che il peso economico della trattativa si sposti sulle commissioni. Ma questo è proprio uno degli effetti distorsivi del sistema attuale».

Cambiamo argomento. Nelle ultime settimane la Nazionale è stata al centro di numerose vicende: prima la nomina di Paolo Maldini come direttore tecnico e di Leonardo come advisor, poi il mancato arrivo di Pirlo e infine il ritorno di Roberto Mancini con Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico. Qual è il suo giudizio su quanto accaduto?

«Su Mancini ci sarebbero anche vicende che conosco personalmente, ma preferisco non affrontarle perché appartengono a un altro contesto.

Venendo all’attualità, ritengo che tutta la gestione della vicenda sia stata sbagliata. Nutro stima nei confronti di Giovanni Malagò, ma questa operazione è stata condotta male fin dall’inizio.

Se decidi di affidare un ruolo così importante a Paolo Maldini, devi essere consapevole che avrà anche un peso nelle scelte tecniche. Mi sembrava evidente fin da subito che avrebbe puntato su Andrea Pirlo e, proprio per questo, la situazione avrebbe dovuto essere gestita in modo diverso.

Alla fine si è arrivati a una rottura che era prevedibile. È difficile esprimere un giudizio assoluto su Pirlo, perché gli allenatori vengono valutati soprattutto in base ai risultati. Certamente il suo curriculum non era quello tipico di un commissario tecnico della Nazionale, ma se affidi il progetto a Maldini devi accettare anche le sue indicazioni.

Più in generale, ho avuto la sensazione che tutta la vicenda sia stata caratterizzata da una gestione confusa e da quel clima di amichettismo di cui hanno parlato diversi giornali. È questa l’impressione che mi è lasciato».

Come valuta invece la scelta di affiancare Claudio Ranieri a Roberto Mancini?

«Ranieri è una delle persone più equilibrate e più stimabili del calcio italiano. Nel corso della sua carriera ha dimostrato competenza, serietà e grande equilibrio. Credo che il meglio di sé lo abbia sempre dato sul campo, nel ruolo di allenatore, ed è una figura che gode della stima di tutto l’ambiente».

Si è parlato anche della possibilità di inserire una figura di raccordo tra la Nazionale maggiore e le selezioni giovanili. Tra i nomi circolati c’è quello di Gianfranco Zola. Una figura come Roberto Baggio potrebbe essere quella giusta anche per il valore simbolico che rappresenta?

«Con Baggio un’esperienza c’è già stata e, purtroppo, non ha dato i risultati sperati. Per questo non credo abbia senso riproporla. Ho la sensazione che Roberto sia rimasto profondamente deluso da quella vicenda e che ne sia uscito amareggiato».

Si parla spesso di un piano di risanamento del calcio italiano. Lei, però, dà l’impressione di essere piuttosto scettico.

«È difficile parlare ancora di campionato italiano. Per certi aspetti siamo di fronte a un campionato sempre più internazionale, al punto che qualcuno potrebbe definirlo provocatoriamente un campionato straniero.

Il problema nasce da lontano. Dopo la sentenza Bosman, che all’epoca fu accolta con grande entusiasmo — ricordo bene quei giorni perché ero il giovane segretario della sezione calciatori — nessuno immaginava gli effetti che avrebbe prodotto nel lungo periodo. Oggi quell’entusiasmo si è inevitabilmente ridimensionato.

Dal punto di vista giuridico è complicato introdurre nuovi limiti agli stranieri. Per questo ritengo che l’unica strada realmente percorribile sia quella di un gentlemen’s agreement tra i club».

In cosa dovrebbe consistere questo accordo?

«I presidenti potrebbero continuare ad acquistare tutti gli stranieri che ritengono opportuno, ma dovrebbero impegnarsi volontariamente a garantire un numero significativo di calciatori italiani nelle proprie rose e, soprattutto, in campo.

È una scelta che non può essere imposta per legge, ma solo condivisa da tutte le società. Ed è proprio questo il punto più difficile.

Storicamente i presidenti hanno sempre privilegiato i rispettivi interessi. Ognuno analizza la propria rosa, individua le lacune e interviene sul mercato cercando il profilo che ritiene migliore, indipendentemente dalla nazionalità. È comprensibile che accada, ma così facendo lo spazio per i giocatori italiani si riduce sempre di più.

Per questo credo che serva un’assunzione di responsabilità collettiva. Sarebbe la prima volta che tutto il sistema riuscisse davvero a muoversi nella stessa direzione, ma oggi la situazione è talmente delicata da rendere necessario uno sforzo comune.

Il vero problema non è scegliere questo o quel commissario tecnico. Se ogni domenica gli italiani che giocano ad alto livello sono sempre meno, qualunque allenatore della Nazionale si troverà inevitabilmente con un bacino di scelta limitato.

La soluzione passa da un accordo tra i presidenti di Lega. Possono acquistare tutti gli stranieri che vogliono, ma dovrebbero assumersi l’impegno di valorizzare concretamente i calciatori italiani. È una scelta che dipende esclusivamente dalla loro volontà e, proprio per questo, non sarà semplice metterla in pratica».

SI RINGRAZIA CLAUDIO PASQUALIN PER LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA IN QUESTA INTERVISTA

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