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·17 settembre 2026
Pastore: «Amorim andrebbe difeso come Sacchi ma al Milan chi può farlo? Sempre più stupito dalla presunzione di Cardinale» – ESCLUSIVA VIDEO

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·17 settembre 2026

Giuseppe Pastore, giornalista e volto di Cronache di Spogliatoio, è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Milannews24 per analizzare il momento del Milan di Ruben Amorim. Dalla rivoluzione tattica dell’allenatore portoghese alla gestione societaria, passando per il rapporto con San Siro e il confronto inevitabile con il passato glorioso del club rossonero, Pastore ha affrontato tutti i temi più delicati dell’attualità milanista.
Ciao Giuseppe. La partita contro il Benfica ha confermato un dato particolare: quinta formazione diversa schierata da Amorim in altrettante gare ufficiali. È un segnale di confusione tattica oppure una scelta precisa per coinvolgere tutta la rosa?
«Secondo me non sarà nemmeno l’ultima delle cinque formazioni diverse. Già nella prossima partita penso che Pulisic possa partire titolare per la prima volta e quindi arriveremo a sei. Il problema non è cambiare uno o due giocatori, ma il fatto che ogni volta venga completamente stravolta la squadra.
Probabilmente siamo ancora nella fase degli esperimenti. È anche comprensibile perché Amorim è appena arrivato e deve far imparare una nuova lingua calcistica a una squadra che arriva da un anno con principi completamente diversi. Non dico migliori o peggiori, ma sicuramente differenti.
Amorim è arrivato ai massimi livelli con queste idee ed è un allenatore piuttosto rigido dal punto di vista tattico. È normale che provi a giocarsi le sue possibilità seguendo le proprie convinzioni, perché se un allenatore smette di credere nelle sue idee perde anche credibilità davanti ai giocatori».
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Però alcune scelte, come l’utilizzo di Terracciano e Hutchinson in Europa League o la panchina iniziale di Pulisic, hanno fatto discutere.
«Metto anche queste decisioni nel campo degli esperimenti. Iniziare una partita di Europa League, peraltro probabilmente la più difficile del girone, con Terracciano e Hutchinson significa fare delle valutazioni. Lo stesso vale per aver lasciato fuori Pulisic, che era stato il migliore in campo, oppure per aver lasciato in panchina tutti i giocatori più importanti della sfida contro la Lazio.
L’idea di Amorim, come quella di molti allenatori, probabilmente è quella di migliorare la squadra durante la partita: partire con alcune armi importanti da inserire successivamente. Non c’è nulla di sbagliato, ma se poi per la terza volta consecutiva sbagli completamente l’approccio e inizi a giocare soltanto dal sessantesimo minuto, quando sei già sotto di due gol, allora diventa un problema.
Il Milan è una squadra in cui nessuno regala nulla e nessuno concede tempo. I fischi di San Siro dopo il Benfica mi hanno colpito perché non erano rabbiosi, erano quasi rassegnati. L’anno scorso dopo Milan-Atalanta c’era una contestazione molto più accesa. Ora siamo ancora all’inizio della stagione, eppure sembra già esserci una forte preoccupazione».
Dopo Pioli il Milan ha cambiato quattro allenatori in poco tempo: Fonseca, Conceicao, Allegri e ora Amorim. È stato un problema di scelta degli uomini oppure di direzione societaria?
«Io mi chiederei prima di tutto chi li ha scelti questi uomini. Fonseca lo scelse qualcuno, ma ancora oggi non abbiamo capito bene chi. Conceicao lo scelse Mendes, visto che poi arrivò anche il mercato con giocatori come Bondo e Felix. Allegri è stato scelto da Tare, che nel frattempo è stato allontanato insieme allo stesso allenatore.
Oggi non vedo dirigenti che sostengano realmente la scelta di Amorim. Vediamo soprattutto lui esposto: fa conferenze stampa, parla prima e dopo le partite. È una sovraesposizione che lui probabilmente non disdegna, ma in alcuni momenti avrebbe bisogno di essere aiutato.
All’Inter parla Marotta, alla Roma ci sono figure dirigenziali precise, alla Juventus esistono riferimenti chiari. Un allenatore deve avere qualcuno che lo protegga e che possa confrontarsi con lui. Magari prima di una partita come quella contro il Benfica qualcuno avrebbe potuto dirgli: “Attenzione, vieni da una gara complicata contro la Lazio, forse in Europa League bisogna partire con qualche certezza in più”.
Non abbiamo mai visto un dirigente sostenere apertamente la scelta di Amorim. C’è Cardinale, ma sappiamo che il suo ruolo non è quello di essere un uomo di calcio. Questo rende la posizione dell’allenatore ancora più particolare».
Amorim è stato presentato come un allenatore capace di portare un calcio dominante. Quanto pesa questa aspettativa?
«Parlare di calcio dominante per me è quasi sempre un autogol, perché in Italia non domina davvero nessuno, soprattutto quando arriva un nuovo allenatore. Anche Gasperini, che è uno dei tecnici che più spesso ha imposto il proprio gioco, ha avuto bisogno di tempo per arrivare alla sua idea definitiva.
Prima di parlare di dominio bisogna aspettare. Sono frasi che possono diventare controproducenti dal punto di vista mediatico. La questione principale è sempre la stessa: quanto tempo verrà concesso all’allenatore? Amorim lo ha detto in maniera molto intelligente: “Ho bisogno di tempo per vincere, ma questo tempo me lo devo conquistare vincendo”. È un paradosso tipico del calcio.
Il problema è che al Milan il tempo sembra sempre ridotto perché si arriva da anni che non hanno rispettato la storia del club».
Il Milan deve necessariamente confrontarsi con il proprio passato glorioso?
«Il Milan per sua natura deve sempre confrontarsi con la propria storia. È come una famiglia aristocratica che guarda i ritratti appesi al muro e pensa ai tempi passati.
La storia però deve essere utilizzata in maniera positiva, guardando avanti. Mi è piaciuta la scelta di Amorim, è comunque un allenatore giovane, che ha vinto in Portogallo e ha raggiunto una finale europea con il Manchester United. Ha un presente e probabilmente un futuro.
Non esiste più un allenatore che da solo determina tutto. Servono giocatori, società e tante altre componenti. Il Milan continua secondo me a sottovalutare alcuni aspetti: non basta dire “io sono il presidente e lui è l’allenatore”. Servono figure intermedie, persone che conoscano l’ambiente e sappiano accompagnare il percorso».
Il tifoso del Milan è cambiato? Quanto incidono oggi social e distanza percepita dalla società?
«Bisogna distinguere tra tifosi reali e tifosi virtuali. Io lavoro sui social e consiglio agli allenatori di non farsi trascinare nelle polemiche online, perché si perde soltanto tempo.
Lo stadio invece è un discorso diverso. San Siro è un pubblico che reagisce ai risultati e alle emozioni. Se il Milan avesse giocato male contro il Benfica ma avesse vinto 1-0 probabilmente ci sarebbero stati applausi.
Il pubblico è sempre stato esigente. Ricordo i fischi a Seedorf e Savicevic, giocatori che hanno fatto la storia. San Siro è uno stadio che pesa e bisogna sapersi misurare con questa pressione.
Per alcuni giocatori giovani questo peso può essere enorme. Hutchinson, ad esempio, ieri era al debutto e aveva già una responsabilità importante. Una società che punta sui giovani deve considerare anche questo aspetto: il talento va accompagnato, perché in Italia il risultato immediato conta tantissimo».
C’è un momento della storia del Milan che oggi sembra impossibile da replicare?
«Viene facile pensare ai 30 anni dell’era Berlusconi, ma un esempio interessante è il Milan di Sacchi del 1987. Anche quella squadra iniziò male, con contestazioni e risultati negativi. Dopo una partita contro l’Espanyol in Coppa UEFA c’erano tifosi arrabbiati che chiedevano addirittura Capello.
Poi Berlusconi andò a Milanello, confermò Sacchi e responsabilizzò i giocatori. Ma quella storia funzionò perché c’erano tante condizioni favorevoli: una società forte, investimenti fatti bene, un gruppo di calciatori straordinario e responsabile.
Non sto dicendo che Amorim sia Sacchi o che valga più o meno di lui. Dico che queste situazioni dipendono da tante variabili. Oggi il problema che vedo è che manca una figura autorevole capace di andare a Milanello e dire: “Questa è la strada, andiamo avanti insieme”.»
Tra gli episodi più discussi degli ultimi anni c’è l’addio di Paolo Maldini. Come è stato raccontato secondo te?
«L’allontanamento di Maldini è stato uno degli errori alla base del periodo attuale. Non perché non si possa fare calcio senza Maldini, ma perché non è stato sostituito con una figura altrettanto autorevole.
Maldini aveva un ascendente enorme sui giocatori, penso a Leao, Tonali e tanti altri. Aveva carisma, esperienza internazionale e rappresentava i valori del club.
Una società può anche utilizzare una figura del genere come ombrello nei momenti difficili. Il calcio non è soltanto bilanci e numeri: contano anche aspetti umani, relazioni e gestione dello spogliatoio.
Questo è un errore che spesso commettono proprietà straniere: pensare di poter applicare modelli identici in ogni Paese. Il calcio italiano ha una cultura particolare e bisogna tenerne conto».
SI RINGRAZIA GIUSEPPE PASTORE PER LA DISPONIBILITA’ DIMOSTRATA IN QUESTA INTERVISTA







































