Taarabt racconta Milan e Benfica: «Amorim è un allenatore top. Moreira? La doppietta alla Lazio è solo un antipasto» | OneFootball

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·15 settembre 2026

Taarabt racconta Milan e Benfica: «Amorim è un allenatore top. Moreira? La doppietta alla Lazio è solo un antipasto»

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Adel Taarabt presenta la sfida europea di San Siro, analizzando il lavoro di Ruben Amorim e raccontando i suoi rapporti con Diego Moreira e Gonçalo Ramos. Spazio anche ai ricordi vissuti con le maglie di Milan e Benfica

Talento fuori dagli schemi, dribbling imprevedibile e una personalità impossibile da ignorare. Adel Taarabt è stato uno dei fantasisti più affascinanti della sua generazione, anche se la sua carriera non sempre ha mantenuto le promesse iniziali. Mario Balotelli arrivò ad accostarlo a Neymar, mentre Luka Modric, conosciuto durante l’esperienza al Tottenham, lo soprannominò “Zizou” per alcune somiglianze tecniche con Zinedine Zidane.


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Nel 2014 il marocchino trascorse sei mesi al Milan, lasciando intravedere qualità importanti prima della mancata conferma. Successivamente visse una lunga esperienza al Benfica, club nel quale incrociò alcuni dei protagonisti della squadra rossonera attuale, tra cui Ruben Amorim, Diego Moreira e Gonçalo Ramos. Alla vigilia della sfida europea di San Siro, Taarabt ha presentato il confronto tra le sue due ex squadre, soffermandosi anche sui momenti più significativi e controversi della propria carriera.

Adel, quali impressioni le ha trasmesso finora il nuovo Milan?

«Conosco Amorim dai tempi del Benfica, anche se non abbiamo mai giocato insieme. È un allenatore top: ha grande classe ed è molto diretto. Se c’è da mettere qualcuno fuori rosa, lo fa senza problemi. Dice quello che pensa. Prima che firmasse con il Milan, avevo sentito anche la voce di un possibile ritorno al Benfica. Prima o poi, secondo me, lo allenerà. Lo paragono un po’ a Gasperini, per lui il collettivo viene prima del singolo». 

Tra i componenti della rosa rossonera, chi ha attirato maggiormente la sua attenzione?

«Diego Moreira è un amico. L’ho conosciuto al Benfica e parla anche marocchino, grazie al compagno di sua mamma. Ci ho parlato prima che firmasse per il Milan. Gli ho detto: ‘Diego, vai in un grande club. Devi avere le spalle larghe perché la pressione è tanta’. Lui queste cose le sapeva già. È un ragazzo umile, sempre sorridente. Nel tempo libero ama ballare e poi quelle treccine lo rendono unico». 

Quale posizione permette a Diego Moreira di esprimere al meglio le proprie caratteristiche?

«È un esterno destro, ha un’intensità incredibile e può fare tutta la fascia. Con Amorim può solo crescere. La doppietta alla Lazio è stata solo un antipasto di quello che vedranno i milanisti. È forte, lo assicuro». 

Qual è invece il suo giudizio su Gonçalo Ramos?

«Un altro caro amico. Non gli ho parlato ultimamente, ma è forte. Anche se non so se sia un vero numero 9. Nel Benfica B giocava da esterno, prendeva palla e partiva. Era un cavallo. Al Milan mi sembra faccia fatica nel lavoro spalle alla porta. Può fare la seconda punta, ma dà tutto per la squadra. Contro la Juve è rimasto troppo solo in area, però penso che con il tempo Amorim riuscirà a valorizzarlo». 

Durante l’esperienza al Tottenham condivise lo spogliatoio anche con Luka Modric…

«E mi chiamava ‘Zizou’. Avevo 18 anni e una volta Luka mi disse che ero simile a Zidane per il modo in cui giocavo. Detto da un futuro Pallone d’oro fa un certo effetto».

Spostando l’attenzione sugli avversari del Milan, quanto è cambiato il Benfica e con quali ambizioni si presenterà a San Siro?

«Il Benfica è cambiato tanto negli anni, anche a livello societario. Rui Costa, da presidente, ha vinto un solo campionato. I tifosi vogliono soprattutto quello, mentre l’Europa passa un po’ in secondo piano. Serve soprattutto a far crescere i giocatori e poi rivenderli a buon prezzo». 

Quali sono gli elementi più pericolosi della formazione portoghese?

«Pavlidis penso che in Europa faccia più fatica. Segna tanto, ma in Portogallo c’è troppo dislivello tra le top squadre e le altre. Mi piace da morire Prestianni: è un talento argentino, dribbla e segna. Sudakov devo ancora inquadrarlo bene. Ha buona tecnica, ma è poco dinamico. Negli spazi stretti, però, dietro alla punta può fare male. Rafa Silva è un fratello, ed è molto sottovalutato. Ha visione, fantasia. Ho giocato con lui e ama il Benfica più di tutti. Una volta rifiutò il Manchester United. Occhio anche a Barreiro, una mezzala che corre e sa impostare. Secondo me tra un paio d’anni verrà venduto per parecchi milioni. Il Milan rimane più forte ed è favorito. I tempi del Benfica di Darwin Nunez sono finiti». 

Milan e Benfica condividono la volontà di controllare il gioco attraverso il possesso. Quale sviluppo tattico immagina per questa sfida?

«Quando ero al Benfica ho capito una cosa: a loro piace giocare rischiando. Palleggiano, impostano da dietro e sanno di poter sbagliare senza essere subito criticati. Fa parte del gioco. In Italia è molto diverso: ti criticano al primo errore. L’ho detto anche a Moreira».

Che valutazione dà del lavoro svolto dall’allenatore del Benfica?

«Marco Silva mi piace: ha esperienza e sa adattarsi molto all’avversario. Le catene esterne, con le sovrapposizioni dei terzini, saranno un’arma che il Milan dovrà tamponare. E attenzione ai contropiedi: questo Benfica è una squadra estremamente verticale». 

Torniamo alla sua parentesi rossonera: dopo sei mesi in prestito, perché il Milan scelse di non acquistare definitivamente il suo cartellino?

«Inzaghi non voleva tenermi. Semplice. In quel periodo ero stato il migliore, con quattro gol e due assist. E lo dico con tutto il rispetto per Robinho, Kakà e Balotelli, che erano giocatori fortissimi. Seedorf mi stimava. Avevamo un rapporto quasi da padre e figlio. L’esordio in Champions contro l’Atletico Madrid me lo ricordo ancora oggi: all’andata feci una partita meravigliosa. Pensavo di essere confermato, invece non fu così e caddi in depressione. Insieme al mancato trasferimento al Psg, sono i due grandi rimpianti che mi porto dietro». 

Nel corso della carriera si è parlato spesso della distanza tra le sue qualità tecniche e alcuni comportamenti caratteriali. Quanto c’era di vero?

«Nessuno mi ha mai visto in allenamento. Facevo sombreri, elastici, doppi passi. Facevo impazzire Mexes. Balotelli mi paragonava addirittura a Neymar. Poi è vero: durante le partite mandavo a quel paese gli allenatori se mi sostituivano quando non volevo. Ma sono sempre stato buono e gentile. Poi fuori dal campo mi divertivo…».

Come trascorreva le serate durante il periodo vissuto a Milano?

«Ristoranti e discoteche. A Milano, dopo le partite della domenica, andavamo all’Hollywood. Lì incontravamo anche tutti i giocatori delle altre squadre. Era divertente». 

Come nacque il celebre confronto acceso avuto con Kakà durante un allenamento?

«Era un’esercitazione, attacco contro difesa. Non passai il pallone a Ricky e lui iniziò a urlarmi addosso per diversi minuti. Non la smetteva. A un certo punto gli misi le mani al collo. Persi la testa per un secondo. Alla fine, ci scusammo a vicenda». 

Anche con Ignazio Abate ci furono diversi confronti particolarmente vivaci in campo…

«Parlava sempre. A volte Seedorf mi faceva giocare ala destra e Abate era il terzino. Continuava a rompermi le scatole: ‘Vai di qua, vai di là, attacca, difendi…’. A un certo punto persi la pazienza e gli dissi: ‘Stai zitto!’. Non ce l’aveva con me, però in campo era veramente pesante. Ignazio rimane comunque una persona straordinaria». 

Che bilancio traccia della sua lunga esperienza con la maglia del Benfica?

«Non bene. Arrivai nel 2015, ma per due anni non giocai praticamente mai. Ero in sovrappeso di cinque chili, l’allenatore Rui Vitoria non mi voleva e non mi salutava neanche. Io, allora, facevo l’antipatico. Andai in prestito al Genoa, poi tornai a Lisbona per giocare nella squadra B. Avevo ancora tre anni di contratto. Le cose cambiarono quando Bruno Lage fu promosso in prima squadra: lui stravedeva per me. Andò da Rui Costa e gli disse che mi voleva con lui». 

Successivamente scelse di trasferirsi negli Emirati Arabi, dove si è conclusa la sua carriera. Come maturò quella decisione?

«Nel 2021 strinsi un patto con Rui Costa: se avessimo superato i preliminari di Champions, a fine stagione mi avrebbe lasciato andare gratis. Battemmo il Psv e, a fine anno, mi cedette. Avevo 32 anni e all’Al Nasr mi offrivano una marea di soldi. Poi sono musulmano e questo ha facilitato anche la scelta per me e per la mia famiglia».

Nel calcio contemporaneo c’è ancora spazio per fantasisti dotati delle sue caratteristiche?

«Ormai i giocatori sono tutti dei cavalli. Corrono e basta». 

Che cosa l’ha convinta a concludere definitivamente la carriera da calciatore?

«Lo scorso dicembre mi sono rotto il crociato con lo Sharjah. Da lì ho detto basta, a 37 anni non ce la faccio più. Ora vivo a Marrakech, ma a breve mi sposterò in Galles: farò il corso allenatori lì».

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